L'intervista

“Meloni ascolti la diplomazia italiana che chiede di fermare Netanyahu”, parla l’ambasciatore Caruso

Il processo di pace che si aprì a Madrid nel 1991 e si concluse ad Oslo fu possibile perché gli estranei al conflitto promisero a Israele e alla Olp sostegno e grande lavoro diplomatico

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

4 Settembre 2025 alle 08:00

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“Meloni ascolti la diplomazia italiana che chiede di fermare Netanyahu”, parla l’ambasciatore Caruso

L’ambasciatore Francesco Caruso, una vita in diplomazia, ha ricoperto incarichi diplomatici in Francia (ambasciata), in Sud Africa (console), in Belgio (portavoce del governo italiano alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso la Commissione della UE di Bruxelles e presso il Parlamento Europeo di Strasburgo), poi di nuovo in Francia (console generale). Capo della Missione diplomatica d’Italia in Cile (1984-1986), ambasciatore d’Italia in Tunisia (1992–1996), ambasciatore d’Italia in Francia quale Rappresentante Permanente d’Italia presso l’UNESCO a Parigi (2002-2005) e ambasciatore in Svezia (2005-2007). Nel suo campo, un’autorità assoluta.

Ambasciatore Caruso, lei è tra i firmatari della lettera aperta che, lo scorso 27 luglio, firmata da 74 ex Ambasciatori italiani e che sfiora le 60mila adesioni da parte dei cittadini, chiede alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, oltre al riconoscimento dello Stato palestinese, misure sanzionatorie e diplomatiche concrete nei confronti d’Israele per la pulizia etnica messa in atto a Gaza. Cosa l’ha spinta a questa presa di posizione?
Almeno due buone ed urgenti ragioni. La prima: l’inazione, prolungata oltre ogni comprensibile limite e giustificazione, da parte del nostro, come della maggior parte di altri governi europei, quando sono apparsi chiari i metodi di guerra e le intenzioni di questo governo d’Israele. Certo, le dichiarazioni pubbliche di ferma condanna non sono mancate. Negli ultimi giorni, anche con l’uso di toni forti ed appropriati. Ma, almeno fino al momento della nostra lettera e del lancio della petizione, concretamente niente o poco, o troppo poco, è stato fatto e avviato. I ministeri degli Esteri e della Cooperazione internazionale, della Difesa, dell’Economia e Finanze, delle Imprese e Made in Italy, della Cultura, per esempio, disponevano e dispongono di strumenti concreti per tentare di incidere sul corso degli avvenimenti o almeno sui suoi aspetti più disumani, per contribuire ad una riflessione globale da indirizzare all’attuale governo d’Israele e per dare un sostegno al coro unanime di condanna della stragrande maggioranza della pubblica opinione.

E la seconda ragione?
La necessità di far conoscere, attraverso la nostra lettera e la petizione, una serie di misure concrete – nove per la precisione – che i citati Dicasteri potrebbero e dovrebbero mettere in atto con lo scopo dichiarato di isolare Netanyahu ed il suo governo, di spingerlo verso metodi di guerra meno disumani per lenire lo strazio in cui sono stati scaraventati centinaia di migliaia di civili palestinesi.

All’iniziativa italiana si è aggiunta la lettera aperta alle istituzioni di Bruxelles di 209 ex ambasciatori europei e alti funzionari UE, nella quale si chiede, tra le altre cose, che l’Alto Rappresentante Kallas metta la Palestina in cima all’agenda insieme all’Ucraina. Ciò finora non è avvenuto. Siamo alla riproposizione della politica dei due pesi e due misure?
Certamente le due situazioni in Ucraina e Palestina sono così geo-politicamente diverse da rendere necessarie risposte differenti. Ciò detto, senza alcun dubbio, tutt’oggi sui tavoli di Bruxelles ha prevalso la logica dei due pesi e due misure. L’approccio, le azioni messe o da mettere in campo, hanno subito, ed a mio avviso continueranno a subire, tale logica che rappresenta in maniera plastica le fratture, il peso, le scelte di campo che da sempre animano i contrasti nella vita dell’Unione. Come potrebbe del resto essere diverso in quella sede dove per ogni questione è necessario trovare a 27 la somma unanime di interessi contrastanti tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest, tra “grandi” e “piccoli”, tra Paesi europei democratici e non? Lo scopo a cui tende l’iniziativa presso le istituzioni di Bruxelles è pertanto analogo a quello avviato presso il nostro governo…

Vale a dire, ambasciatore Caruso?
Rendere pubblici gli strumenti di azione, basti citare l’Accordo di Associazione UE-Israele ed i finanziamenti del Programma Horizon, nel tentativo di rendere meno ampia possibile la forbice dei due pesi e due misure e porre Gaza e la Palestina nell’agenda delle questioni sulle quali intervenire concretamente e con la necessaria urgenza.

Viviamo tempi nei quali il diritto internazionale e quello umanitario sono stati soppiantanti dalla ferrea “legge” della forza. In tempi siffatti cosa resta della diplomazia?
Resta tutto. Restano intatte la sua necessarietà e la sua potenziale forza. Tutto si deve negoziare, soprattutto la fine di una guerra. Anche quando manca la volontà politica, la diplomazia deve trovare e predisporre le condizioni per il suo superamento e soprattutto per ciò che segue ai conflitti. Le guerre non possono essere infinite. Nelle due situazioni in questione tale volontà politica non c’è. Ma al suo posto la diplomazia deve cercare soluzioni di compromesso accettabili per i contendenti. L’attività diplomatica può superare quella politica perché non deve – o almeno non dovrebbe – essere imbevuta di ideologie, di disegni di supremazia o di fanatismi religiosi. Perché può beneficiare di una continuità nel tempo, mentre le circostanze dell’attività politica sono transeunti. Perché le sue armi sono i fatti, le circostanze, le analisi, la conoscenza dell’altro, la ricerca di equilibri, del “compromesso”, mentre quelle della politica sono la sopraffazione e la rottura degli equilibri, entrambe meno agevoli ad essere mantenute nel tempo.

Ambasciatore Caruso, vi fu un tempo in cui in Terrasanta viveva la speranza di una possibile coesistenza tra due popoli in due Stati. Era la stagione di Oslo, di cui lei, allora ambasciatore italiano a Tunisi, fu tra i testimoni. Quella stagione è irripetibile?
No. Certo, è più difficile, ma dobbiamo tentare di renderla ripetibile. Guardiamo perché, pur essendo più difficile, sia ripetibile in base ad un esame di cosa è cambiato e cosa è simile rispetto a quella stagione di speranza: l’odio tra le due parti è cresciuto e si è diffuso negli ultimi 20 anni, dopo l’arrivo al potere di Hamas a Gaza e soprattutto negli ultimi due anni per i massacri commessi dalle due parti. Ma il fondamento ideologico, religioso, politici che lo alimentava era identico anche prima di Oslo. Inoltre, la mancanza reciproca di conoscenza dell’altro oggi è totale anche in ragione di una battente propaganda tossica. Ma parimenti era tale anche prima di Oslo. Di più, Hamas è una organizzazione terroristica, ma anche l’Olp di Yasser Arafat prima di Oslo era tale! Eppure, in presenza del medesimo, basico, odio, del medesimo reciproco disprezzo per la conoscenza e la comprensione delle esigenze dell’altro e delle analogie nelle attività terroristiche, dopo la Conferenza per la Pace in Medio Oriente di Madrid del 1991 si aprì un processo di pace concluso due anni dopo ad Oslo, sul prato della Casa Bianca a Washington e addirittura con il Nobel per la Pace per i suoi principali attori. Miracolo? Conversione ideologica o religiosa? Certamente no. Piuttosto, la volontà politica comune degli estranei al conflitto che invitarono, incitarono e promisero ad Israele e alla Olp di Arafat sostegno nel processo di pace e dopo. E, soprattutto, grande lavoro diplomatico e disponibilità a conoscere reciprocamente dati, esigenze, limiti negoziali per imbastire un concreto cammino diplomatico di avvicinamento. Contrasti ed invettive dalle due parti non mancarono nei primi giorni (volarono i posaceneri nella villa nei dintorni di Oslo e non in senso figurato ma fisico, mi disse il collega norvegese) e sempre continuarono nel complesso cammino durante le varie tappe che toccarono Londra, Tunisi, Oslo e persino Mosca (per Oslo 2), fino al 1995, anno dell’assassinio di Rabin per mano di chi Oslo lo aveva sempre osteggiato. Ma sappiamo pure che sui tavoli negoziali presto cessarono gli slogan ideologici e le rivendicazioni storiche. Apparvero viceversa carte toponomastiche, geografiche, stradali, rilievi idrogeologici, statistiche demografiche, carte militari, localizzazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, mappe dei luoghi “santi” di entrambi…Insomma, un concreto scambio di strumenti di conoscenza, “armi diplomatiche” per la ricerca di compromessi consapevoli ed accettabili. Riconoscimento reciproco, garanzie internazionali, accurata vivisezione del territorio della Cisgiordania per la ripartizione tra le aree palestinesi, israeliane e miste, opportuno accantonamento e rinvio delle questioni più insidiose (Gerusalemme, rientro della diaspora palestinese etc.) furono tra i principali risultati di questo non facile ma riuscito lavoro diplomatico. Scarsa fu la possibilità di fornire un contributo diretto al negoziato, che fu condotto in maniera segretissima dalle due parti. Ma quando una “soffiata” mi indicò la presenza a Tunisi di Yossi Beilin, allora viceministro degli Esteri del Governo israeliano, e quando Yasser Abu Rabbo, molto vicino ad Arafat, mi disse “Something is going on”, fu chiaro che bisognava almeno fiancheggiare dall’esterno, e concretamente.

Come?
Un esempio: una notte fui chiamato da Arafat (tali erano le sue abitudini di dialogo per ovvi motivi di sicurezza). Trovai convocato con me il collega olandese. Ad entrambi egli presentò la necessità di far costruire a Gaza un porto fluttuante per garantire l’autonomia e diretta capacità di esportare i prodotti agricoli e dell’industria di trasformazione che la Banca mondiale aveva promesso di finanziare. In quella occasione, il capo dell’Olp fu particolarmente lucido e proiettato sul futuro: “Non possiamo convivere né competere con Israele se non con il vostro aiuto”. Fu chiara la sua volontà politica di portare a termine il processo di pace a avviato a Madrid. Informai il ministro. Non conosco l’esito dell’analogo passo del collega e la risposta del governo olandese. So comunque che il porto fluttuante di Gaza, che l’alta tecnologia italiana doveva progettare, finanziare e costruire, non vide la luce in quegli anni fondamentali per la “tenuta” del governo di Ramallah. In merito, penso che Arafat, al netto delle strutturali difficoltà, incapacità ed anche corruzione che marcarono i suoi anni post-Oslo, non ricevette l’aiuto che gli sarebbe stato necessario e che gli era stato garantito a Madrid. Aiuto che viceversa Teheran profuse su Hamas permettendole di vincere le elezioni a Gaza poco più di un anno dopo la sua morte. Riprendere questo cammino, ora come allora, è possibile solo se si ritrova una idea comune di pace con i relativi mezzi e strumenti che realisticamente non possono scaturire dai due contendenti, ma da parte di chi, per identiche fondamenta civili o per contiguità geografica o ancora per interessi geo-politici e persino finanziari, rivuole l’inizio di un processo di pace in Medio Oriente. Primi fra tutti dovrebbero essere i Paesi dell’Unione Europea. Ma questa è tutt’altra storia.

4 Settembre 2025

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