Il 'Re' della moda
Chi sono gli eredi di Giorgio Armani, la successione dello stilista: l’impero in mano alla Fondazione
Giorgio Armani, il re indiscusso della moda italiana morto oggi all’età di 91 anni, compiuti due mesi fa, lascia con la sua scomparsa un autentico impero economico che comprende più settori, dalla moda allo sport, dalla ristorazione agli alberghi.
Un brand globale con 8700 dipendenti e 650 negozi-boutique solamente nel ramo della moda, quello ovviamente più riconoscibile e associabile a Giorgio Armani.
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Ma soprattutto un gruppo economicamente solido: il 2024 è stato chiuso con 2,3 miliardi di ricavi e quasi 600 milioni di liquidità con cui sostenere la crescita ed eventuali nuovi investimenti. Il patrimonio, solamente stimabile visto che il gruppo Armani non è quotato in Borsa, vale invece tra gli 11 e i 13 miliardi di dollari.
A deciderli nel futuro prossimo sarà la Fondazione che dovrebbe ereditare il controllo dell’azienda, all’insegna di una mission chiara: “Assicurare l’attenzione all’innovazione, all’eccellenza, qualità e ricerca del prodotto”. Fondazione guidata da Pantaleo ‘Leo’ Dell’Orco, braccio destro e compagno degli ultimi venti anni dello stilista, assieme ai nipoti Luca Camerana e Silvana Armani, oltre che a Irving Bellotti, ad di Rothschild italia, storico banchiere d’affari che ha sempre accompagnato lo stilista piacentino.
D’altra parte ‘Re’ Giorgio non ha eredi diretti, ma una sorella e tre nipoti: Silvana (69 anni) e Roberta (54) sono figlie del fratello Sergio scomparso anni fa e poi la sorella Rosanna (86) e suo figlio, Andrea Camerana (55).
Una successione pianificata con largo anticipo, già nel 2016, proprio con la nascita della Fondazione e con la scelta dei suoi vertici. Uno strumento creato per “perseguire un adeguato livello di investimenti per lo sviluppo dei marchi, una gestione finanziaria equilibrata e un moderato ricorso all’indebitamento, oltre a un adeguato livello di reinvestimento degli utili della Giorgio Armani” e che, sul piano prettamente economico, non prevede la distribuzione di utili, patrimonio o avanzi di gestione, “espressamente vietati” anche in via indiretta, con eventuali utili e avanzi che invece saranno “impiegati per le attività istituzionali”.