La rassegna di Lecce
Ai matti e ai morti, ai poveri e ai malati: il canto degli ultimi che nessuno ascolta
Al centro della rassegna l’opera poetica di Vittorio Pagano, il quale dedicò versi e attenzione ai lati oscuri della sua terra: dal manicomio al cimitero, un viaggio tra gli indesiderati di oggi
Giustizia - di Filippo La Porta
Come si conosce una città? In tanti modi, ovviamente, ma occorre anzitutto partire da quelli che ne sono esclusi, dai reietti e dagli sventurati, dagli ultimi e dai poveracci. In che modo è possibile farlo, dato che non hanno né voce né rappresentanza? Forse solo la letteratura è riuscita, in alcuni casi, a dargli voce. Questo almeno hanno dimostrato le “Vertigini urbane” a Lecce, quattro passeggiate letterarie e incontri teatrali per la città diretti da Renato Chiocca su un progetto di Franco Ungaro, e svoltisi alla fine di agosto. Il testo letterario che ha ispirato le “vertigini” sono prose brevi di Vittorio Pagano, immenso “poeta minore” (come dicono i manuali), appartato e sempre in litigio con la realtà, nato nel 1919 a Lecce, dove è morto nel 1979 (si veda Reportages in città e altre prose, Conte Editore, intro di Donato Valli e cura di Paola Greco).
In ciascuno degli incontri si raccoglieva, intorno alle 18 – in un luogo cittadino prefissato dal programma – una cinquantina e più di persone per assistere alla performance (lettura di brani, messinscena minimale, gli edifici urbani stessi come quinta teatrale, a volte la musica). Si comincia con il cimitero monumentale di Lecce, dove siamo entrati cantando una nenia insieme a un’attrice. L’ingresso nel luogo dei morti è diventato così un rito collettivo, un momento simbolico – rigorosamente laico – di grande intensità. Qui gli attori hanno recitato il primo reportage di Pagano (risalgono tutti all’immediato dopoguerra e furono pubblicati su rivista).
Dall’ingresso si giunge a un convento al centro del cimitero, allora usato per ospitare disabili e anziani. A loro si rivolge perentoriamente Pagano: “Sapere che avremo tutti – se Dio vuole – la vostra età, e che perciò non vale la pena di arrabbiarsi…”. In quell’ambiente lui, che era fondamentalmente ateo – benché intriso di sensibilità religiosa – , commosso dalla bontà delle suore che si occupano dei “vecchiettini” e dalla “chiarità dell’ambiente” si ritrova a “salutare l’Altissimo”. Scorge in un angolo un pianoforte, chiede a una suora di suonarlo, ma è impossibile: “la vera musica è nel cuore, nell’anima”. La performance tuttavia si concluderà con una ragazza della compagnia teatrale che suona al piano un valzer di Chopin, dietro una porta della chiesa che si apre.
Poi ci siamo spostati davanti a uno scheletro di edificio, quasi un dinosauro architettonico del Giurassico, così rimasto da vent’anni: lì è stato raso al suolo un quartiere popolare degradato, detto “Stalingrado”, per far posto a un’edilizia popolare – razionale e funzionale – che però non è mai nata. Lì abbiamo appreso che Lecce, “Firenze del barocco”, città d’arte e del consumo ludico, oggi soffocata dal turismo, capitale del Salento (dunque per estensione brand internazionale delle orecchiette e della taranta), ripiena di abbaglianti edifici storici e religiosi (le chiese sono tutte a pagamento!), è anche una città “povera”, con il centro gentrificato e l’espulsione della popolazione verso una periferia carente di servizi. La prosa di Pagano sulla speculazione edilizia – letta nell’occasione -, rivela come uno squisito poeta ermetico, e finissimo traduttore di Villon, Rimbaud e Mallarmé, allora in visita alle case popolari, si apra “all’umana miseria” e ne sia profondamente turbato: “La mia città una notte s’è spaccata”.
Poi l’appuntamento del giorno dopo era alla piazza del duomo, dove sono state lette poesie di Pagano, un poeta – lo abbiamo detto – di area ermetica e di formazione simbolista, non estraneo al surrealismo e tentato dal maledettismo, ma capace di introdurre nelle sue rime e nei suoi metri sapientemente elaborati (come i prospetti delle chiese barocche) la dimensione concreta della sofferenza, della miseria degli ultimi, e l’interrogazione morale stringente che ne deriva: “(…) quale fiore / ho piantato, quale fiore ho colto, / quale camino ho riscaldato, quale /finestra ho chiusa, quale schiavo ho tolto / dai ceppi”. Tutto il suo canzoniere (raccolto in Poesie, Musicaos Editore, con un denso saggio introduttivo di Simone Giorgino), che ci offre versi di accecante, funerea luce barocca, tra ossari, tombe, reliquiari, fichidindia, “miti del Sud”, astri e fiori (“ogni cosa appartiene / a un errore di nuvole”), si può leggere come un diario lirico, una poesia descrittiva e narrativa (“Se potessi narrare…”) in cui parla degli affetti intimi, della moglie, del figlio, della sua percezione del cosmo (in cui l’amore di san Francesco “spegne l’odio del primissimo nulla”). Un barocco dissonante, un ermetico singolarissimo: la poesia per Ungaretti doveva far fiorire la vita e l’umanità, per lui invece non è che “la misura / d’un poco d’ombra”. Ci mostra solo un po’ del lato nascosto di sé, il chiaroscuro lampeggiante e drammatico di Caravaggio.
Infine ci siamo ritrovati nell’ex manicomio, dove un attore ha declamato in una atmosfera concentrata le pagine di un reportage di Pagano su quel luogo, risalente come gli altri al lontano 1947. È una catabasi urbana, una discesa negli inferi della sofferenza e desolazione psichica (in quel manicomio venne ricoverato una settimana alla fine degli anni 50 – per problemi con l’alcol – perfino Carmelo Bene, che vi recitò Otello e Amleto per gli internati, felicissimi di applaudirlo!). Le pagine di Pagano fanno pensare a Cechov, con quello psichiatra che non guarda mai negli occhi, resta a capo chino e ride su tutto, anche sulle cose serie e tragiche. E poi la distinzione fondamentale tra padiglione maschile e padiglione femminile: quella delle donne gli appare come una “pazzia completa, del corpo e dell’anima”, mentre quella degli uomini – più agitati – ha “un valore figurativo, che vi distrae da un contenuto profondo” (in qualche modo fanno sempre un po’ teatro). Ricorda in conclusione un caro amico, lì internato nel reparto a pagamento, e che vi morì: “la sua ombra, per me, è il cielo di tutto quello spazio chiuso”.
Ora, perché per conoscere una città è necessario cominciare dai matti, dai defunti, dai poveri, dai malati, dai profughi? Perché, come sapeva non tanto e solo Marx quanto il principe Gautama Buddha, queste categorie umane hanno a che fare con la verità ultima della nostra condizione, e dunque con il modo in cui intendiamo rappresentarci, e organizzare la vita individuale e collettiva. Una città gentrificata è Kitsch (ricordate Kundera? Il Kitsch è “rimozione della merda”). Nelle nostre città attuali ci affanniamo a proteggerci, proteggiamo cioè il nostro egoismo e pur precario benessere contro quelle categorie, costruiamo enclave protette e innalziamo muri di pietra per separarcene, perché non vogliamo saperne, non vogliamo riconoscere quanto in realtà ci sono prossimi e fraterni. Per lottare “contro il nulla che avanza”, come si è enfaticamente espressa la nostra premier citando La storia infinita – davanti a un pubblico osannante di cattolici insolitamente acritico – proviamo anzitutto a sottrarre al nulla quella umanità che vi è precipitata dentro. Che poi significa dare visibilità anche alla propria parte più fragile e inferma.