Il suicidio di Israele

Caro “Foglio”, è ora di riflettere su Gaza, Netanyahu e compagnia delinquente

Lo stato d’Israele sembra affidare la propria sopravvivenza alla sola potenza militare e a un rincaro quotidiano del suo esercizio, senza alcuna considerazione della reputazione internazionale, di persone e governi

Editoriali - di Adriano Sofri

31 Agosto 2025 alle 12:00

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Abir Sultan/Pool Photo via AP
Abir Sultan/Pool Photo via AP

Pubblichiamo stralci dell’articolo di Adriano Sofri pubblicato l’altroieri dal “Foglio”.

Caro Foglio, immagino che si possa dire che il Foglio ha una “linea” su Israele e Palestina. “Da sempre”, aggiungerebbe distrattamente qualcuno, ma qui obietterei. Avere una linea “da sempre” vale a rinunciare a misurarsi con i mutamenti portati dal tempo, specialmente quando il tempo si fa così tempestoso e precipitoso. Si può dire che della “linea” facciano parte due capisaldi: l’opposizione strenua all’antisemitismo, e la difesa strenua dell’esistenza dello stato di Israele? Sembrano due incrollabili pilastri. Però sono crollati, o quasi. Sono almeno gravemente pericolanti.

L’antisemitismo è insieme cresciuto a dismisura, e screditato come la copertura pretestuosa ai crimini di guerra israeliani, comunque li si chiami. Lo stato d’Israele sembra affidare la propria sopravvivenza alla sola potenza militare e a un rincaro quotidiano del suo esercizio, senza alcuna considerazione della reputazione internazionale, di persone e governi. Questo è evidente, vistoso, e fa parlare tanti, privi di pregiudizi e anzi indotti a spogliarsi di un pregiudizio sentito, del suicidio di Israele. Fa esasperare tanti di più, scandalizzati che il “suicidio” di Israele corrisponda in realtà alla carneficina e all’umiliazione di vite palestinesi. Ma questo è ormai lo sfondo della questione, il suo fatto compiuto. Poi c’è l’interrogazione su che cosa voglia dire essere solidali con Israele.

C’era molto prima del 7 ottobre, con due “anime” contrapposte teatralmente nei sabato sera di Tel Aviv. C’è, incomparabilmente, oggi. Ieri, cioè, quando i nostri giornali intitolavano sui 350 mila” in piazza contro Netanyahu – o “un milione”, come in altri titoli. Benché non pochi zelanti pro-palestinesi si compiacciano di proclamare il disinteresse dei manifestanti israeliani per le vite dei bambini di Gaza, questa lacerazione nella società israeliana costringe chiunque, compresa la “linea” del giornale, a chiedersi con quale parte di Israele stia la solidarietà con Israele. La disputa sul nome di genocidio sta anch’essa alle spalle dei fatti, materia di tribunali futuri, se ci saranno, e intanto della scelta retorica di ciascuno (io tengo tanto alle somiglianze quanto alle distinzioni, e anche una volta sancita la definizione di genocidio non rinuncerei alla distinzione fra la Shoah e la cosiddetta guerra di Gaza, condotta da un regime con una così forte e combattiva divisione interna, impensabile nel Reich tedesco). (…)

Siamo a più di 600 giorni “dopo” il 7 ottobre. Sono in molti a credersi dalla parte giusta perché “da sempre”, a loro volta, stanno con “i palestinesi”, e magari trovarono qualche giustificazione al 7 ottobre. Ma chi governa Israele e chi comanda il suo esercito poteva, prima durante e dopo il 7 ottobre, agire in modi diversi. Ha scelto ogni giorno, ogni notte, di agire nel modo che ha condotto a questo punto, e che sta orribilmente continuando e ampliando le sue ambizioni. Questo è irreparabile, almeno per un buon pezzo di storia del mondo, e ben oltre il tempo che resta a noi, e ammesso che il mondo resti. (…) dietro la “solidarietà con Israele” come se non esistessero Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir e compagnia delinquente da una parte, e i cittadini israeliani e le madri israeliane nelle strade dall’altra. E la gente palestinese di là e di qua. Il tempo conta, quanto alla parte da cui stare, e soprattutto alla parte da cui non stare. Scrivo un’ovvietà, ma il vento non soffia sul buon senso.

L’altroieri Thomas L. Friedman scriveva della rottura tra gli ebrei “che sentono il bisogno di stare dalla parte di Israele, giusto o sbagliato che sia, e coloro che semplicemente non sopportano più il comportamento orribile di questo governo israeliano, soprattutto quando vedono centinaia di migliaia di israeliani in piazza contro il governo”. E che: “Il mondo ora è in grado di distinguere tra una guerra combattuta per la sopravvivenza dello stato ebraico e una guerra combattuta per la sopravvivenza politica del suo primo ministro”. Ferrara aveva rigettato come una sciocchezza la tesi su Netanyahu che manda allo sbaraglio Israele per la sopravvivenza propria (e di sua moglie), e sono molti a sostenere che chiunque altri, al timone di Israele, si sarebbe comportato allo stesso modo. È la convinzione più nemica della ragionevolezza e del libero arbitrio di persone e personaggi – e popoli. E’ anche la convinzione che più favorisce gli odiatori di Israele e della sua satanica predestinazione.

di: Adriano Sofri - 31 Agosto 2025

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