Censura in toga
Se è vietato leggere Marx, abolite la filosofia: la sentenza della nuova inquisizione in Germania
Le toghe tedesche prendono di mira la “teoria sociale” di Marx. Scrivono che la (rarissima) formula della “dittatura del proletariato” evoca un violento assalto al cuore dello Stato.
Cultura - di Michele Prospero
Lungo le cattive acque dell’Elba scorre l’onda anomala della reazione europea. Alle sorgenti del fiume, sul Monte dei Giganti, i nani politici cechi hanno inventato il reato di esposizione del volto di Lenin. Alle sue foci, nel Mare del Nord, i giudici di Amburgo hanno trasformato in potenziale crimine addirittura la lettura di Marx.
I metalli pesanti, che in gran quantità si addensano nel fondale, hanno forse appesantito i flussi cognitivi degli estensori della sentenza choc del tribunale amministrativo della città libera anseatica. Trasformando d’imperio la toga in cattedra, e il verdetto in uno scadente compendio di storia delle dottrine politiche, costoro hanno deliberato che l’opera del pensatore di Treviri “in linea di principio è in stridente contraddizione con l’ordinamento democratico-liberale”. Con una sfida alle implicazioni più generali dell’aureo principio della non-retroattività della legge, la corte di Hamburg stabilisce che i diritti fondamentali oggi riconosciuti dalla Costituzione federale hanno un valore eterno.
Ciò che quindi contrasta con essi, anche se concepito in un tempo in cui il costituzionalismo democratico era di là da venire, incarna una volontà eversiva da denunciare. Con questo metro di giudizio, la Politica di Aristotele sarebbe da mettere tra i libri proibiti perché accenna alla schiavitù per natura. Persino Stuart Mill finirebbe censurato allorché raccomanda una organizzazione politica dispotica per i popoli incivili. All’indice non potrebbe certo sfuggire Tommaso d’Aquino, che per poco non incoraggia lo sterminio di gran parte dell’umanità con la sua quasi equiparazione – nella gerarchia dei peccati – tra l’omicidio e l’emissione disordinata di sperma.
Da bruciare ovviamente anche le pagine di Locke, soprattutto quelle dove prescrive il taglio delle orecchie agli accattoni oziosi. Un bel falò dovrà annichilire La Metafisica dei costumi di Kant, che non solo scaccia dalla sua repubblica le donne e i lavoratori, ma ammette la liquidazione cruenta dei bambini nati al di fuori del matrimonio: venuti al mondo illegalmente, la loro soppressione non contrasta affatto con la protezione giuridica prevista per l’infanzia legittima. Per non parlare della libera circolazione delle opere di Hegel, che nobilita la superiorità etica dei signori del maggiorasco e segnala la nefandezza di partiti ed elezioni all’inglese o alla francese: in assenza di astratti diritti politici individuali, egli richiede che la razionale struttura rappresentativa operi all’interno di una camera delle corporazioni.
Se venissero promossi a consulenti dei Ministeri dell’Università e della pubblica Istruzione, i giudici amburghesi ordinerebbero la cancellazione della filosofia politica, della filosofia morale, della filosofia del diritto, dell’intera storia del pensiero politico e giuridico. I grandi classici urtano infatti con l’elenco dei valori costituzionali fondamentali, che ora vengono tutelati in maniera così caricaturale nei palazzi di giustizia del bacino dell’Elba.
Con una filologia tanto creativa quanto approssimativa, degna neppure dei corsi serali accelerati di recupero, le toghe tedesche prendono di mira la “teoria sociale” di Marx. Computer alla mano, scrivono che la (rarissima) formula della “dittatura del proletariato” evoca un violento assalto al cuore dello Stato. A lettori così grossolani è del tutto vano rammentare che la nozione di dittatura in Marx vale nell’accezione romana del concetto, non in quella novecentesca. Entro gli ordinamenti democratici, il suffragio universale è da lui considerato un “ago magnetico” che registra “l’egemonia politica del proletariato”. Engels chiarisce in modo molto netto che proprio la rappresentanza democratica è «die spezifische Form für die Diktatur des Proletariats» (ovvero “la forma specifica della dittatura del proletariato”, ndr).
Inutile è rimembrare ai magistrati teutonici che l’unica esperienza politica di dittatura del proletariato da Marx conosciuta, ed anche esaltata, è quella della Comune di Parigi. Ebbene, in essa vigeva una ossatura pluralistica: tra gli ottanta eletti figuravano esponenti delle diverse tendenze del socialismo, proudhoniani, blanquisti, sinistra repubblicana o giacobina. Il “partito” del Moro, per dire, aveva pochi deputati, ma non ha per questo inveito contro la regola di maggioranza. Forse, però, ad indispettire così tanto i togati di Germania è un decreto della Comune che istituiva giudici elettivi revocabili e con stipendi da operai. Più sovversivi di così.