La svolta possibile

Ucraina, forse sarà pace ma l’Europa preferirebbe la guerra: il potere tra USA, Russia, Cina e BRICS

Dopo il tramonto dell’Occidente quale attore unitario, Washington punta a indebolire Pechino in una battaglia per l’egemonia che ha come epicentro il Mar Cinese Meridionale. Il rapporto con Putin passa da lì

Esteri - di Michele Prospero

20 Agosto 2025 alle 13:15

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Photo credits: Imagoeconomica via Z White House
Photo credits: Imagoeconomica via Z White House

I sette badanti hanno accompagnato Zelensky alla Casa Bianca con il solito obiettivo: impedire che l’uomo per una volta vestito in nero cedesse alle pressioni americane in favore della trattativa. Tra tutte le forme oblique di partecipazione a un conflitto, quella scelta dall’Europa, che minaccia di inviare sul campo fantomatiche milizie “garanti della sicurezza” ucraina, è ritenuta la più insidiosa. Meno controllabile razionalmente dai protagonisti, potrebbe essere l’assist a un’improvvisa evoluzione verso il fuoco diretto.

Dopo il cosiddetto Sud globale, che è rimasto quasi sempre al fianco della Russia, anche Trump riabilita Putin. Ha capito che il vecchio ordine del mondo è saltato e di conseguenza riconosce al “macellaio” lo status di leader di una grande potenza militare. Lasciare l’orso siberiano, seppur più fragile dopo tre anni e mezzo al fronte, come un semplice junior partner di Pechino, agli Stati Uniti non giova. Essendo al momento impossibile ottenere il divorzio con la Cina, conviene comunque fare i conti con Mosca, che va compresa nel suo agognato rango di soggetto non solo regionale. Il primato nelle testate nucleari possedute e le illimitate risorse naturali la rendono imprescindibile nella ridistribuzione dell’influenza. Dopo il tramonto dell’Occidente quale attore unitario, Trump ha in mente di indebolire il Dragone in una battaglia per l’egemonia che ha come epicentro il Mar Cinese Meridionale. Ad ogni modo, spente le narrazioni unipolari degli anni ‘90, egli intuisce che la sfida non è neppure riservata ad una gara bipolare, dato che di una tale competizione sistemica difettano i fondamenti ideologici.

Per il tycoon scricchiola lo schema farlocco proposto da Biden di una demarcazione democrazia-autocrazia come chiave utile per disegnare una politica estera su premesse morali e spaccare in due il mappamondo. Gli studiosi più accorti di relazioni internazionali, d’altronde, sanno che le linee di divisione dell’età contemporanea non sono riducibili ad un’unica dimensione, quella politico-istituzionale. Sono al contrario molteplici le fratture, che ruotano anche attorno a dinamiche identitarie, culturali, religiose, oltre che economiche. Le frizioni, insomma, non si prestano a un gioco a somma zero avente ad oggetto il contenimento delle autocrazie. A questa semplificazione hanno creduto solamente gli scamiciati leader europei nei viaggi in treno blindato verso Kiev. Le ragioni del fiasco della loro strategia le chiarisce bene uno studioso come Barry Buzan (A New Cold War?, International Politics, 2024): “In Europa, sulla scia di Biden, hanno concepito che in aggiunta alla potenza serviva l’ideologia. Hanno inventato l’urto tra democrazie e autocrazie che però non ha un’ampia capacità di mobilitazione”. Perciò Macron e affini non sono riusciti a persuadere le opinioni pubbliche della necessità di stringere gli anfibi al fine di condividere la cattiva sorte di un paese retto dalla legge marziale, con la corruzione alle stelle e una certa dimestichezza nella cyberwar, negli attacchi a infrastrutture fisiche (gasdotti, reti elettriche) e a singole persone fisiche.

Le pallide sinistre liberali sono in agonia perché non decolla la loro ideologia di armarsi per reagire a una minaccia esistenziale portata da un novello Terzo Reich, che dopo Kiev si fermerebbe soltanto a Lisbona. Il popolo non abbocca e cede più facilmente alla propaganda sovranista, che denuncia una invasione di migranti tale da ribaltare la omogeneità etnica. Scacciando l’idea stessa di un dialogo negoziale con lo “zar”, i governi europei accumulano costi economici insostenibili per le aziende in ginocchio a causa del caro energia. Inoltre, per regalare il 5% del Pil al complesso militare-industriale americano, la Baronessa rampante, acciuffando competenze in politica estera e di difesa che formalmente la Commissione europea non ha, progetta una sforbiciata radicale alle prestazioni già residuali del welfare. Il compito di sottrarre a Mosca le periferie dell’impero è la principale missione geopolitica scelta dal folle ceto politico europeo che coltiva il sogno di un’Ucraina traboccante di armi e quindi impenetrabile come un “porcospino d’acciaio”. Allungare la guerra è un destino edificante poiché il cimento con le mimetiche appare il gesto eroico propedeutico all’assunzione delle sembianze di una Ue grande potenza. Per giustificare la destinazione nel bilancio comunitario di ingenti spese in armamenti e sicurezza (degli Stati dell’ex Patto di Varsavia), l’Europa deve costruire la caricatura di un temibile nemico. Il russo, che è pronto alla pugna infinita per colonizzare l’Occidente, copre l’immaginario malato di una economia di guerra allestita nello slancio etico di “difendere la democrazia”.

Ora però che Trump ha fatto crollare questa narrazione infantile di un Putin seduto sui carri armati per raggiungere il dominio planetario, Merz e Macron sono nei guai. Per colpa della loro ubriacatura metafisica hanno calpestato rilevanti interessi economici (energia a basso costo da Mosca, rinuncia alla Nuova via della seta). Quando, come è appena accaduto, l’America derubrica la “operazione speciale” russa a pura faccenda di alleanze militari (Nato), di confini (territori pieni di terre rare) e di cultura (minoranze linguistiche), la governance europea non ha più un briciolo di giustificazione. Con Svezia e Finlandia che entrano nella Nato, il pericolo geopolitico russo è ridotto al minimo.
I soli guai reali quest’Europa va a cercarseli tentando di inghiottire la Georgia, l’Ucraina, la Moldavia. Sgonfiando queste velleità cavalleresche Barry Buzan ritiene che “dopo aver assorbito le ex colonie sovietiche, l’Europa è considerevolmente più estesa, anche se forse non è cambiato molto nel suo potere relativo”. Ha infatti inghiottito molto spazio ad Est, ma allargandosi in superficie ha smarrito ogni identità politica e culturale, dimenticando l’acquisita vocazione alla pace e alla mediazione.

Interpretando la fase di transizione globale in corso come una rivalità tra eserciti del bene e del male che aspirano all’egemonia mondiale assoluta, l’élite europea fa propria una visione distorta della realtà. Nell’odierno quadro di de-globalizzazione affiorano forti spinte al capitalismo politico-nazionale, e, là dove i confini delle grandi potenze vengono contestati, le dispute assumono il tratto del contenzioso territoriale (Taiwan, spazio post-sovietico) e marittimo. Cina, Russia, Brics e da ultimo Trump non puntano al dominio esclusivo. Per questo Buzan legge le attuali ambizioni di status, potere e influenza come un gioco inserito nei processi di aggregazione in tre grandi spazi (Cina, Usa e Russia) e in due aree in movimento (i Brics e l’Ue). Dentro un simile scenario, occorrerebbe organizzare gli istituti e le regole di un sistema diventato multipolare dopo la crescita di nuovi giganti economici e demografici, e caratterizzato da un accentuato pluralismo valoriale. Di questo, tuttavia, l’Europa non intende parlare. Preferisce recuperare il truce volto del guerriero, invece di indirizzare le scelte indispensabili alla sua autonomia strategica entro un contesto di dialogo e apertura. Non si preoccupa di garantire un atterraggio morbido al multipolarismo e con il riarmo compie una metamorfosi radicale. Convertendosi, da originaria area politico-culturale-mercantile di integrazione, in una caserma assediata, si illude di reagire al declino con i missili.

Le cancellerie continentali insistono nel lanciare la proposta di un’Ucraina armata fino ai denti e pronta ad entrare nella Nato o comunque presidiata dalle truppe ostili dei “volenterosi”. E però l’immagine di Kiev in stato di guerra permanente sotto i vessilli dell’Alleanza atlantica (o di una variante in salsa europea) è proprio ciò che i russi denunciano come il motivo del contendere. Osserva Barry Buzan che “la guerra in Ucraina non è una questione esistenziale per la Russia in termini di sopravvivenza quale Stato indipendente. Ma è quasi esistenziale riguardo al suo status di grande potenza. Senza l’Ucraina, il suo potere materiale, piuttosto che distrutto, sarebbe ammaccato. La sua posizione geostrategica verrebbe invece indebolita se l’Ucraina entrasse nella Nato”.

Quello che Trump dà ormai per assodato, i vertici europei rifiutano di accettarlo persistendo nell’incomprensione delle radici del conflitto russo-ucraino. I sette nani sono volati a Washington perché cercano ancora di prolungare una guerra di confine, suscettibile di soluzione negoziale, in uno scontro etico per la libertà che non contempla il compromesso. Tenendo testa ai magnifici sette, Trump cerca la via di uscita dagli effetti anche simbolici della sconfitta e lascia che a incassare i colpi della umiliazione sia l’Europa perduta. Inviare i soldati sul fronte orientale, estendere l’Ue fino a stati con democrazia traballante ed economia povera, non servirà nel ritrovamento di una funzione in un’epoca che muta la distribuzione globale di ricchezza, potere e autorità politico-culturale. Più potere militare e meno benessere sociale non è certo la via adatta per rilanciare il progetto europeo in affanno.

20 Agosto 2025

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