Il sito in provincia di Napoli
La maledizione di Pompei, storia della “malasuerte” che colpisce chi ruba resti archeologici al Parco: “Disgrazie e sciagure”
Ogni giorno è un flusso continuo di pacchi e lettere: chiedono scusa per aver sottratto dei beni. "Non sapevo della maledizione, da quel momento io e la mia famiglia siamo sfortunati". Le restituzioni e la caccia ai pezzi trafugati
Cultura - di Antonio Lamorte
Anche se soltanto un frammento, un coccio, anche se dopo anni e anni: al Parco Archeologico di Pompei quasi non passa giorno senza l’arrivo di pacchi e pacchetti, buste con reperti, piccoli resti, pezzi anche più grandi accompagnati da lettere accorate e pentite. Scornose, come dicono dalle parti di Napoli. Confezioni da tutto il mondo, missive che sono lettere di scuse: per aver portato via dal sito sepolto dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo anche un solo piccolissimo dettaglio di quella città straordinaria. Restituzioni che, per chi non la vede con uno sguardo pittoresco, hanno assunto un’ombra quasi esoterica, quella della cosiddetta “Maledizione di Pompei”: chi ha sottratto un bene racconta di esser stato colpito da disgrazie più o meno grandi, più o meno gravi.
Lo scorso luglio è stato restituito al Parco alle pendici del vulcano, dal Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale, un mosaico raffigurante una coppia di amanti in una scena erotica: era stato donato a un cittadino tedesco da un Capitano della Wehrmacht nazista, addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia durante la Seconda guerra mondiale, e restituito dagli eredi al Nucleo TPC di Roma. È stato esposto temporaneamente nell’Antiquarium di Pompei: un rimpatrio che ha fatto tornare a parlare della maledizione. “Di certo c’è un sentimento di sollievo da parte di chi restituisce un’opera come questa, posseduta illegalmente”, aveva dichiarato all’ANSA senza sbottonarsi troppo il generale Francesco Gargaro.
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Com’è nata la maledizione di Pompei
Circa trent’anni fa Antonio Irlando, giornalista architetto, corrispondente dell’ANSA da Torre Annunziata, entrò nello studio del soprintendente Baldassare Conticello. Al Corriere del Mezzogiorno ha raccontato come tra la posta in arrivo in quella stanza ci fosse un pacco: all’interno due tessere di un mosaico con una lettera in spagnolo che spiegava le ragioni della restituzione: la malasuerte. Una sfilza di disgrazie che avevano colpito la famiglia dopo la sottrazione di quel bene al Parco. Per un giornalista, una notizia. Era la nascita della malasuerte o della maledizione di Pompei che, anche se soprattutto mediaticamente, colpisce ancora oggi.
Jana qualche anno fa ha spedito una manciata di sassi al Parco archeologico. “È un peccato, ma devo rispedire indietro queste pietre magiche prese nel 2006. Non hanno portato fortuna a me e alla mia famiglia”. Alcuni frammenti di colonne, accompagnavano un’altra lettera: “Non sappiamo se è stata la maledizione o solo una coincidenza, ma da quando abbiamo queste pietre siamo sfortunati”. Altre pietre e la drammatica scoperta in un altro messaggio: “Non sapevo della maledizione. Non sapevo che non avrei dovuto prendere delle pietre. Nel giro di un anno mi sono accorta del cancro al seno”.
Dear anonymous sender of this letter … the pumice stones arrived in Pompeii… now good luck for your future & in bocca al lupo, as we say in Italy pic.twitter.com/vaYlqUudke
— Gabriel Zuchtriegel (@GZuchtriegel) January 9, 2024
Come nella fantomatica maledizione del faraone Tutankhamon, manco fosse uno spin-off di Indiana Jones: come se a questi frammenti fosse legato una sorta di potere magico ancestrale e inevitabile. Alcuni hanno romanzato sulla stessa ira degli dei che avrebbe scatenato la distruttiva eruzione, altri sui sette anni di sventura pronosticati da un ex direttore del Parco a chiunque si fosse azzardato al trafugamento. “Abbiamo un flusso quasi quotidiano di materiali – spiega a L’Unità il funzionario archeologo del Parco, Giuseppe Scarpati – i pezzi più pregiati sono sempre a vicende complesse di furti, spesso su commissione, gestiti con connivenze locali. Le restituzioni arrivano da tutto il mondo. Spesso sono accompagnate da lettere di scuse che raccontano proprio pezzi di vita vissuta, in relazione a sciagure attribuite al prelievo di quei beni”.
Il traffico tra tombaroli e malasuerte
È impossibile stimare complessivamente quanti sono i beni archeologici sottratti al patrimonio italiano. La Convezione Unesco sui beni culturali del 1970, la prima dedicata a contrastare il traffico, era stata sottoscritta da 132 Stati e riconosceva che “l’importazione, l’esportazione e il trasferimento illeciti di proprietà di beni culturali costituiscono una delle cause principali di impoverimento del patrimonio culturale dei paesi d’origine di questi beni e che una collaborazione internazionale costituisce uno dei mezzi più efficaci per proteggere i rispettivi beni culturali contro tutti i pericoli che ne sono le conseguenze”.
Il traffico di opere d’arte internazionale è inferiore solamente rispetto a quelli di droga e armi. Soltanto nel 2020 il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri (TPC), fondato nel 1969, ha recuperato 17.503 reperti archeologici e 93 relativi a civiltà preistoriche. L’archivio digitale “Banca Dati Beni Culturali Illecitamente Sottratti” contiene informazioni su oltre sette milioni di oggetti censiti, quasi un milione e mezzo sono ancora da recuperare. Il traffico è ancora molto attivo, interessa sia i musei che le case d’aste: il Getty Museum di Los Angeles è stato a lungo soprannominato “museo dei tombaroli”, la sua ex curatrice Marion True fu anche processata in Italia.
This morning I discovered the little display in the office of material taken from but eventually returned to #Pompeii by guilt-ridden visitors over the years. #sorry pic.twitter.com/8gRONB5jAy
— Dr Sophie Hay (@pompei79) May 29, 2023
Per i musei, negli anni, acquisire un reperto è diventato un processo sempre più articolato con controlli accurati sulla provenienza legale e la filiera dalla scoperta alla vendita di ogni bene. Non è tuttavia possibile risalire alle origini dell’attività dei tombaroli: si perdono presumibilmente alle origini della storia dell’uomo. Proprio a Pompei nel dicembre del 2021 vennero scoperti due tunnel che arrivavano nei pressi di una domus romana. Sull’area è stato avviato un progetto di censimento dopo la firma di un protocollo tra la procura di Torre Annunziata e la direzione del Parco archeologico.
La caccia e la maledizione dei beni archeologici
Non è precisamente questo il caso delle restituzioni: chi ha intenzione di trafugare, di recuperare e impossessarsi, per rivendere o meno un bene archeologico non è tendenzialmente impressionabile dalla voce di una maledizione. Si tratta più di piccole sottrazioni da parte di turisti che magari anni fa, quando i controlli erano più laschi, avevano pensato di portarsi a casa un ricordino. “È interessante – aggiunge Scarpati – come le restituzioni arrivino anche a distanza di decenni. Il sito oggi è interamente coperto dalla videosorveglianza, abbiamo una squadra di vigilanza che circola sempre. Non si può controllare tutto perché la massa giornaliera di visitatori può arrivare anche a 20mila persone al giorno ma sottrarre, per esempio, un pezzo di mosaico è diventato molto più difficile che in passato. È diventata anche un po’ una moda, a noi non può che far piacere”.
L’ex soprintendente degli Scavi Massimo Osanna pensò alla mostra “Quello che mi porto via da Pompei” con alcune restituzioni esposte. È forse anche per il fascino misterioso ed esoterico che qualsiasi civiltà ancestrale custodisce nei suoi oggetti e riti, se la maledizione di Pompei continua a essere tramandata. Possibile precauzione, presunta prevenzione: non esula da un aspetto più pratico e reale. “La restituzione – ricorda Scarpati – può essere anche conseguenza del controllo del territorio da parte della Procura di Torre Annunziata con il Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri, a caccia di materiali trafugati dal sito. Può essere un’opzione per evitare guai giudiziari”.