Crisi alla Knesset
Israele, Netanyahu perde il sostegno dei partiti ultraortodossi sul caso dell’esenzione della leva: Bibi senza maggioranza
Il potere di Benjamin Netanyahu è sempre meno solido. Mentre l’esercito crea nuovi fronti di guerra, con i recenti attacchi nel sud della Siria ma anche nella capitale Damasco, dove mercoledì l’IDF ha bombardato il palazzo presidenziale e il ministero della Difesa, in patria il leader del Likud deve fare i conti con una crisi di governo.
Da mercoledì infatti Netanyahu guida un governo di minoranza, senza una maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano. Il primo ministro ha infatti perso il sostegno di Shas, partito conservatore che rappresenta la comunità ebraica ultraortodossa, che ha lasciato la coalizione dopo quanto fatto martedì dall’altra formazione ultraortodossa, Ebraismo della Torah Unito.
Ad oggi la coalizione che sostiene Netanyahu alla Knesset può contare su soli 50 seggi su 120 dopo la fuoriuscita di Shas (che conta su 11 seggi) e Ebraismo della Torah Unito (sette seggi). Per ora il suo governo non cadrà: i parlamentari di Shas hanno detto che continueranno a sostenerlo su alcune questioni specifiche e inoltre la Knesset è ormai prossima alla chiusura estiva, con l’attività legislativa praticamente ferma fino a ottobre, potendo consentire a Netanyahu di cercare una nuova maggioranza o nuovi accordi con i due partiti ultraortodossi. In caso contrario si andrà allo scioglimento anticipato del Parlamento, con le elezioni attualmente previste per ottobre 2026.
Ma da dove arriva la crisi politica all’interno della maggioranza Netanyahu? Causa dello scontro è un tema diventato oggetto di dibattito e polemiche da tempo, ma che è letteralmente esploso negli ultimi due anni, a seguito dell’attacco terroristico compiuto da Hamas nel Paese il 7 ottobre 2023.
La questione è l’esenzione degli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio nel Paese: in Israele infatti i cittadini che hanno compiuto 18 anni sono obbligati ad una leva di tre anni per gli uomini, due per le donne. Una volta terminata, salvo esenzioni speciali, si verrà iscritti nelle liste dei riservisti per essere richiamati periodicamente per esercitazioni militari o affiancare l’esercito in caso di guerra, come da quasi due anni a questa parte nelle offensive dell’IDF a Gaza, in Libano e in Siria.
Obbligo di leva che non vale per la stragrande maggioranza degli ebrei ultraortodossi, salvo i rari volontari, che sono esentati dalla leva per decisione di David Ben Gurion, il primo premier di Israele che nel 1948 concesse l’esonero dal servizio militare ad un ristretto gruppo di uomini ultraortodossi che studiavano la Bibbia nelle yeshiva, le scuole religiose ebraiche.
Una comunità che iniziò inoltre a ricevere consistenti fondi statali per sostenersi economicamente, visto che questi dedicavano la loro intera esistenza agli studi e dunque non lavorando. Non solo: se nel 1948 gli ultraortodossi era una minoranza composta da poche centinaia di persone, oggi sono circa 1,4 milioni, ovvero il 14 per cento della popolazione israeliana: gli uomini in età di leva, tra i 18 e i 24 anni, sono 80mila.
Una situazione che è sempre meno tollerata dal resto della popolazione israeliana, con la Corte Suprema che nel giugno 2024 aveva obbligato di fatto i ultraortodossi a prestare servizio nell’esercito, una sentenza che il governo Netanyahu aveva sospeso per quasi un anno nel tentativo di trovare un accordo politico per portare alla Knesset una legge che esentasse gli ebrei ultraortodossi in modo definitivo. Provvedimento che ad oggi resta nel cassetto: si tratta infatti di una scelta altamente impopolare che Bibi ad oggi non è riuscito a portare a termine.