La commemorazione alla Camera

Meloni scopre il fascismo, Giorgia rompe il vecchio tabù

Fini non si entusiasma: “Ha detto quella che è la verità storica”. Ma Nencini, dal Psi, fa notare che non “ha citato Mussolini”. Il Pd: “Bene, ma ora rifletta sul premierato”

Politica - di David Romoli - 31 Maggio 2024

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Meloni scopre il fascismo, Giorgia rompe il vecchio tabù

Il commento più gelido è quello di Gianfranco Fini: gli chiedono cosa pensi del messaggio col quale Giorgia Meloni, a cent’anni dallo storico discorso che costò la vita a Giacomo Matteotti ha ricordato che ad assassinare il deputato socialista furono “squadristi fascisti”.

La risposta è laconica: “Lo dice la Storia. Dumini era notoriamente iscritto al Partito fascista”. La freddezza dell’ex leader è comprensibile. A lui quella affermazione sul “fascismo male assoluto” è costata moltissimo.

Il suo stesso popolo non gliela perdonò. Ora non può apprezzare davvero la prudenza con la quale l’ex giovane dirigente del suo partito si muove sulla sua stessa strada ma con altra circospezione, passo dopo passo, saggiando il terreno, attenta a non bruciarsi.

Dopo Fini, la postazione d’onore per il commento più severo se la aggiudica Riccardo Nencini, che è quanto di più vicino passi oggi il mercato all’erede della storia dei partiti socialisti: “Un deserto. Né condanna del regime né passione emotiva e politica, tantomeno una riflessione sul mandante”. È ingeneroso.

Il messaggio della premier in realtà non è affatto burocratico e svogliato. Ricorda l’ “uomo libero e coraggioso ucciso da squadristi fascisti per le sue idee”.

Non cita Mussolini, che peraltro gli storici non considerano mandante di un omicidio che il duce avrebbe di gran lunga preferito evitare: lo mise per la prima e ultima volta a rischio di cadere sino al 25 luglio 1943.

Ma non aggira le motivazioni del delitto: “In quel discorso Matteotti difese la libertà incarnata nella rappresentanza parlamentare e in libere elezioni”.

Le parole di “Tempesta”, come veniva chiamato Matteotti per il suo carattere impetuoso, ricordano ancora oggi a tutti: “il valore della libertà di parola e di pensiero contro chi vorrebbe arrogarsi il diritto di stabilire cosa è consentito dire e pensare e cosa no”.

Se c’è un senso riposto, nelle parole di Meloni, casomai va ricercato nel girare l’omaggio rivolto a Matteotti anche a proprio vantaggio. È difficile non sospettare che, quando di “democrazia che è tale se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto, sulla libertà, non sulla violenza, la sopraffazione, l’intolleranza e l’odio per l’avversario politico” intenda rivolgersi non alla sua destra ma alla controparte che, a torto o a ragione, ritiene animata proprio dai sentimenti di cui sopra.

La premier ha ascoltato in aula il discorso di cent’anni fa letto dall’attore Alessandro Preziosi e salutato al termine da una standing ovation. Lo scranno da cui pronunciò le sue parole Matteotti è stato occupato ieri per l’ultima volta: d’ora in poi resterà vuoto, con una targa a memoria di chi era seduto lì nel 1924.

In aula, ieri, c’erano il capo dello Stato, buona parte del governo, molti ex premier. In Transatlantico era stata allestita una mostra su “Matteotti parlamentare”.

Assente per impegni precedenti era invece la nipote del parlamentare assassinato, Elena Matteotti, alla quale invece il messaggio della premier è piaciuto, tanto che vorrebbe ora incontrarla.

A margine della commemorazione però c’è chi, dalle fila di FdI, si è spinto anche oltre la leader. Fabio Rampelli usa toni anche più duri. Si commuove per il discorso “che gli avrebbe attirato la furia omicida di una squadraccia fascista”.

Lo celebra come “martire della libertà”. Nell’opposizione è solo la ex capogruppo del Pd a commentare positivamente le parole della premier: “Finalmente: era importante che venisse detto con questa chiarezza”.

Subito dopo però la deputata del Pd torna alla campagna elettorale: “Noi abbiamo una Costituzione che ha una matrice antifascista. Il premierato smonta questo e parlare di Matteotti mi fa pensare al premierato in modo molto negativo”.

Ma anche la premier le esigenze della campagna elettorale le aveva certamente ben presenti. Non c’è motivo di sospettarla di scarsa sincerità. Al contrario è certamente convinta di quel che ha detto ieri.

Ma altrettanto certamente ha colto l’occasione al momento giusto. Sa perfettamente che l’ombra delle radici neofasciste pesa e potrebbe spingere molti, il 9 giugno, a votare proprio in nome del contrasto a quelle origini. Ha deciso, anche a costo di correre il peraltro modesto rischio di scontentare una parte della sua base, di provare a vanificare quell’accusa.

31 Maggio 2024

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