I mandati di arresto

Comunità internazionale e Stato di diritto, una giustizia giusta per una pace duratura

Le richieste dei mandati di arresto avanzate dal Procuratore della Cpi? Indipendenza e imparzialità non significano equidistanza. La responsabilità penale, anche a livello internazionale, è individuale, i popoli sono vittime e non colpevoli perché della stessa nazionalità degli indagati

Editoriali - di Niccolò Figà-Talamanca - 27 Maggio 2024

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Comunità internazionale e Stato di diritto, una giustizia giusta per una pace duratura

“Quali sono le risposte possibili alla crisi di efficacia della comunità internazionale e dei meccanismi a favore del rispetto dei diritti umani e dello Stato di Diritto?”

Con questa (epocale) domanda il 18 maggio abbiamo festeggiato al Campidoglio il 30esimo anniversario della fondazione di Non c’è pace senza giustizia. Prima di tutto voglio ricordare Marino Busdachin, primo segretario scomparso l’anno scorso e il senatore Sergio Stanzani che l’ha presieduta per anni.

Due giorni dopo, il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan inviava la richiesta ai giudici per i primi cinque mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità in merito alla situazione in Palestina: tre per i rappresentanti di Hamas, per atti commessi almeno dal 7 ottobre 2023, due per rappresentanti dello Stato di Israele per atti commessi almeno dall’8 ottobre 2023.

Il giorno dopo l’Unità si chiedeva giustamente “ma la guerra chi l’arresta?”. In attesa della risposta dei giudici alle richieste di Khan, e a una risposta alla nostra domanda, che in parte ingloba le preoccupazioni del direttore Sansonetti, voglio condividere le parole della presidente di Non c’è pace senza giustizia Tara O’ Grady sull’argomento: “Confidiamo che l’Ufficio del Procuratore mantenga il proprio impegno nel proseguire le indagini indipendenti sui crimini sotto la sua giurisdizione commessi a partire dal primo deferimento [palestinese] avvenuto il 13 giugno 2014. È infatti preoccupante che l’apparente inazione della Corte possa aver contribuito alle dinamiche politiche di impunità, soffocando le voci a favore della giustizia e della responsabilità sia nella società israeliana che in quella palestinese”.

E di inazioni della comunità internazionale ce ne sono a bizzeffe. Anche nella primavera del 1994, quando la campagna del Partito Radicale che per Marco Pannella doveva creare il “primo segmento di una giurisdizione internazionale” si trasformava in associazione autonoma, centinaia di migliaia di persone venivano uccise nei Balcani, nella regione dei Grandi Laghi africani o nel Caucaso anche per nostra inazione.

Per rispondere alle domanda con cui ci siamo ritrovati a Roma ci hanno raggiunto oltre 100 persone e una quarantina hanno preso la parola, tra questi leader indigeno dell’Amazzonia Chief Raoni, la ex-presidente della Corte Penale Internazionale Silvia Fernandez de Gurmendi, gli ex giudici Mauro Politi e Flavia Lattanzi, l’attuale vice-presidente e giudice italiano Rosario Aitala, e la vice Procuratore Nazhat Khan, gli special rapporteur dell’Onu Francesca Albanese (Palestina) e Richard Bennett (Afghanistan); il vice ministro della giustizia della Sierra Leone Alpha Sesay e Hatice Cengiz, vedova del giornalista saudita Jamal Khashoggi brutalmente assassinato nel consolato del suo paese a Istanbul nel 2018.

Oltre che decine di persone da sempre mobilitate per il rispetto dei diritti umani come Emma Bonino (co-fondatrice con Pannella e Filippo di Robilant), la senegalese Khady Koita, Barbara Ibrahim, l’afgano Nader Nadery, il libico Nasser Algheitta, l’ugandese Victor Ochen e i professori David Donat-Cattin e Salvatore Zappalà. Molte sono state le risposte alla nostra sollecitazione, grazie a Radio Radicale possono essere riascoltate in traduzione.

Oltre al sostegno alla Corte per cui Non c’è pace senza giustizia è maggiormente nota, in questi 30 anni abbiamo concorso all’incriminazione di Milosevic, alla creazione della Corte speciale per la Sierra Leone, favorito la ratifica del protocollo di Maputo contro le mutilazioni genitali femminili, denunciato la riduzione in schiavitù di migliaia di persone in Mauritania, le esecuzioni extragiudiziarie nelle Filippine, mappato conflitti in Kosovo e Siria e sostenuto il lavoro di decine di difensori dei diritti umani e della democrazia nonché di giornalisti indipendenti in regimi autoritari.

Ma non ci siamo mai nascosti i problemi di “casa nostra”. Come esempio l’illegalità dell’amministrazione della giustizia europea. Potrei ricordare nel dettaglio il mio arresto in Belgio il 9 dicembre 2022 nel quadro del “Qatargate” e successiva detenzione per quasi due mesi – conclusasi con una liberazione senza condizioni da parte dello stesso giudice – per denunciare cosa accade in Europa in materia di indagini, interrogatori, diritto alla difesa e condizioni detentive.

Non lo faccio perché l’inchiesta è ancora in corso, ma segnalo che il 22 maggio è stato comunicato che la seconda parte del maxi-riesame delle indagini preliminari si svolgerà a porte chiuse su richiesta della procura di Bruxelles e del Parlamento europeo…

Ma torniamo a noi. Le parole del Procuratore della Cpi Khan ci ricordano che la legge vale per tutti. L’indipendenza e l’imparzialità non sono la stessa cosa dell’equidistanza, chi ha commesso atrocità deve esser chiamato a risponderne indipendentemente dal “lato” del conflitto a cui dichiara di essere fedele.

La responsabilità penale, anche a livello internazionale, è individuale, i popoli sono vittime e non colpevoli perché della stessa nazionalità degli indagati. Credo sia ragionevole ipotizzare che la risposta alle richieste di Khan arriverà a breve.

Da un paio d’anni Non c’è pace senza giustizia ha avviato un lavoro nuovo dedicato ai diritti e alle prerogative indigene dei popoli dell’Amazzonia.

A Roma era con noi anche il 92enne Raoni Metuktire, che sarebbe molto piaciuto a Pannella, noto anche come Chief Raoni, leader ambientalista capo del popolo indigeno Kayapo delle pianure del Mato Grosso e del Pará a sud del Rio delle Amazzoni.

Raoni, simbolo vivente della lotta per la preservazione della foresta amazzonica e della cultura indigena, ci ha ricordato che ogni giorno subiscono, cioè subiamo, l’amputazione di parti della più grande riserva di biodiversità del pianeta.

Obiettivi raggiunti, amicizie confermate, partnership allacciate in questi ultimi mesi ci confermano la bontà di quella decisione di 30 anni fa lasciandoci l’onore e l’onere di continuare a perseguire una giustizia giusta perché si possa essere una pace duratura.

*Segretario, Non c’è pace senza giustizia

27 Maggio 2024

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