La dichiarazione di Bearden

Chi se ne frega del processo, da 20 anni sbattuti a Guantanamo gli organizzatori dell’11 settembre

L’ha detto apertamente il colonnello Bearden, pubblica accusa nel processo. “È una detenzione preventiva"

Esteri - di Valerio Fioravanti - 19 Maggio 2024

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Chi se ne frega del processo, da 20 anni sbattuti a Guantanamo gli organizzatori dell’11 settembre

“Indipendentemente dall’esito del loro processo, possiamo tenere questi uomini in carcere per sempre, in una forma di detenzione preventiva”.

Tenere persone in carcere “per sempre, indipendentemente dal processo” è il desiderio di miriadi di “giustizialisti”, ma di solito cose del genere si pensano, e non si dicono apertamente, o comunque lo si fa attraverso giri di parole. Invece qualcuno lo dice esplicitamente, in forma breve, e ci viene il dubbio se sia una cosa positiva oppure negativa. Se proprio dev’essere, almeno sia detto chiaramente.

La frase apodittica di cui sopra è stata pronunciata il 22 aprile da uno statunitense, il colonnello Joshua Bearden che rappresenta la pubblica accusa in quello che vorrebbe essere il processo contro gli organizzatori degli attentati dell’11 settembre 2001, processo che si tiene nella base cubana di Guantanamo.

La frase esatta è: “Indipendentemente dall’esito del loro processo, gli uomini accusati di aver organizzato gli attentati dell’11 settembre 2001 possono essere tenuti per sempre come prigionieri nella guerra contro il terrorismo, in una forma di detenzione preventiva”.

Come è noto, i processi di Guantanamo contro alcuni veri e molti presunti membri di Al Qaida sono fermi da più di 20 anni alle fasi preliminari. Chi segue gli aggiornamenti che periodicamente pubblica Nessuno tocchi Caino, sa che ci sono alcuni problemi praticamente insormontabili: tutti gli imputati, anzi, spesso neanche imputati, perché non si è potuti arrivare nemmeno a un formale rinvio a giudizio, tutti i sospettati allora, sono stati individuati in varie parti del mondo dai servizi segreti, che hanno agito sulla base di informazioni “riservate”, delazioni, e informazioni estorte sotto tortura.

Tutte fonti di prova che sono difficili se non impossibili da traghettare all’interno di un processo che voglia rispettare anche solo sommariamente le norme dello stato di diritto. Questo è il motivo per cui, da venti anni appunto, degli agguerritissimi avvocati d’ufficio stanno contestando ogni singolo passaggio all’interno delle corti marziali (non sono vere e proprie corti marziali, ma si entrerebbe troppo nel tecnico).

Al punto che quasi una decina di giudici e pubblici ministeri militari hanno dato le dimissioni, lasciando che a sbrogliare il bandolo della matassa ci provasse qualcun altro, e al punto che, sembra ormai evidente, il governo degli Stati Uniti sta per proporre ai sospettati un accordo: confessione (senza torture) in cambio della non-condanna a morte.

Sembra un regalo, ma non lo è, perché contro i sospettati non ci sono prove “vere”, ma solo le confessioni estorte dalla Cia, e siccome quelle in un processo (grazie ai difensori d’ufficio) proprio non si riesce a farle entrare, se si vuole arrivare a un qualsiasi tipo di condanna c’è bisogno che gli imputati rilascino delle confessioni “normali”. Senza di quelle i processi rimarrebbero fermi praticamente all’infinito.

È in questo contesto, e con queste premesse, che la pubblica accusa in uno dei vari “quasi-processi”, ha ricordato di avere il coltello dalla parte del manico: grazie al Patriot Act possiamo tenere questi uomini a Guantanamo per sempre.

Invece i difensori, che da fonti ben informate e non smentite dall’Amministrazione Biden stanno partecipando alla “trattativa”, si stanno portando avanti con il lavoro: se non saranno condannati a morte, vogliono che la Corte dichiari sin da ora che i 20 e passa anni di “carcerazione preventiva” siano scalabili dal computo della condanna futura.

Qua si torna nell’ambito dei “tecnicismi”, con la pubblica accusa che sostiene che non si tratti affatto di carcerazione preventiva, in quanto gli uomini sono stati ristretti “ma non come punizione o esclusivamente per il processo, ma semplicemente per tenerli fuori dal campo di battaglia nella guerra degli Stati Uniti contro Al Qaeda”.

Il giudice di questo “quasi processo”, il colonnello Matthew McCall, si è domandato ad alta voce “perché mai un processo penale non dovrebbe essere gestito come qualsiasi altro processo penale”. “Sono detenuti per legge di guerra per sempre, fino alla cessazione delle ostilità”, ha risposto il colonnello Bearden. Guantanamo è lontana, o almeno dovrebbe.

Anche in Italia si finisce al 41 bis con un atto amministrativo, e non con una sentenza. E ci si rimane a vita. Anche in Italia se un imprenditore è sospettato di “collusione con la malavita organizzata”, e i magistrati non trovano prove sufficienti per un processo vero e proprio, si passa l’incartamento a un giudice che, con un “quasi processo”, dispone il sequestro dei beni di famiglia. Come avrebbe detto il colonnello Bearden: “un sequestro indipendentemente dall’esito del loro processo penale”. Guantanamo è lontana, ma solo sul mappamondo.

19 Maggio 2024

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