La guerra in Medioriente

Intervista a Anna Foa: “La parte di Israele che si oppone a Netanyahu ha bisogno della sinistra”

Foa è tra i firmatari dell’appello “Dal 7 ottobre alla pace”. «Nonostante il ricompattamento seguito all’immane attacco di Hamas, c’è ancora un paese che non si arrende alla destra, denuncia l’occupazione e mantiene rapporti con i Palestinesi. La diaspora deve sostenerlo»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 12 Marzo 2024

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Intervista a Anna Foa: “La parte di Israele che si oppone a Netanyahu ha bisogno della sinistra”

La sinistra e Israele, storia di un rapporto difficile. Il ruolo, cruciale, della diaspora ebraica e la deriva ultranazionalista del governo Netanyahu. Temi scottanti, alla luce della tragedia in atto in Medio Oriente.

L’Unità ne discute con una grande intellettuale dell’ebraismo italiano: Anna Foa. La professoressa Foa ha insegnato Storia moderna all’Università di Roma La Sapienza. Si è occupata di storia della cultura nella prima età moderna, di storia della mentalità, di storia degli ebrei.

Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo: Gli ebrei in Italia. I primi 2000 anni; Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione XIV-XIX secolo; Diaspora. Storia degli ebrei nel Novecento; Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43; La famiglia F.

Professoressa Foa, Lei è tra i firmatari di un appello di Sinistra per Israele dal titolo “Dal 7 ottobre alla pace”. Stando dentro a un dibattito plurale che l’Unità sta portando avanti sulla pace in Terrasanta: allora esiste anche una sinistra contro Israele?
Non esiste una sinistra che si denomini tale, però esiste. L’abbiamo vista. L’abbiamo vista nelle manifestazioni, l’abbiamo vista quando si grida “Palestina dal fiume al mare”, l’abbiamo vista nel non tener conto del 7 ottobre, nel glissare sugli stupri di guerra fatti da Hamas, nelle manifestazioni delle femministe. Con dolore, io penso, da donna di sinistra, che esista anche una sinistra contro Israele.

Nel manifesto di cui Lei è tra i firmatari, c’è anche una presa di posizione molto forte sull’attuale governo d’Israele. Questo governo di estrema destra non alimenta un sentimento antisraeliano che può attecchire a sinistra?
Sì, ma non credo che sia solo questo. Credo che ci sia una lunga storia alle spalle, che risale al 1967, ad un evento di cui il manifesto di cui pure sono tra i firmatari, parla poco e di ciò mi spiace…

A cosa si riferisce?
All’occupazione. La cita solo una volta, mentre in altri appelli viene indicata come l’ “elefante nella stanza”, cioè l’origine di tutto questo: l’occupazione. Che a un certo punto viene nominata nel manifesto, e si dice che va posto fine all’occupazione. E questo è bene.
Io credo che il legame di una certa sinistra, quella estrema ma non solo, con una posizione antisraeliana, risalga a un certo terzomondismo diffuso a quei tempi e i cui strascichi continuano a manifestarsi anche oggi. A un certo punto, i palestinesi hanno preso il posto che prima era del Vietnam o del Cile nell’animo di una parte almeno della Sinistra, non solo ma soprattutto italiana. Su questo punto c’è bisogno di grande chiarezza e onestà intellettuale. Vi sono indubbiamente molti equivoci ma anche criticità fondate.

Vale a dire, professoressa Foa?
L’occupazione è il primo di questi.

Spesso, non solo a sinistra, ci s’innamora o si manifesta una forte empatia per un Paese, per un popolo, per una cultura, che pensiamo si avvicini di più alla nostra cultura, ai nostri valori e anche ai nostri desiderata. Le chiedo: non c’è questo rischio anche nella lettura di ciò che è oggi Israele? In altri termini, non è che continuiamo ad essere attratti da una idea d’Israele che non è più nella realtà? Questa destra estrema non è che è andata al potere con un colpo di mano.
E’ andata al potere con pochi voti e con una metà del Paese che poi ha manifestato tutti i sabati, per mesi, contro Netanyahu e contro la sua riforma della giustizia. Una cosa che in quel momento certamente non coinvolgeva i palestinesi. Ma c’è qualcuno che in tutta onestà intellettuale, può credere che se Netanyahu fosse riuscito ad abolire la Corte suprema o a ridurne, quasi azzerandole, le prerogative, la situazione dei Palestinesi non sarebbe peggiorata già da tempo? Oggi succede con la guerra, ma sarebbe successa già con la riforma giudiziaria. Il Paese si è mosso, metà del Paese lo ha fatto. Ma oggi siamo tutti un po’ divisi a metà. L’Italia, gli Stati Uniti, non è che trovi da qualche parte una maggioranza nettamente a favore della democrazia.

Professoressa Foa, a proposito di sinistra che scompare. Che riflessioni le detta il fatto che il Partito che fondò lo Stato d’Israele, il Partito laburista di David Ben Gurion, Abba Eban, Golda Meir, Shimon Peres, Yitzhak Rabin e l’elenco potrebbe durare a lungo, sia oggi ridotto a una sparuta pattuglia di deputati e che, secondo gli ultimi sondaggi, se si andasse oggi al voto rischierebbe seriamente di restare fuori dalla Knesset?
Questo non mi sembra essere un fenomeno solo israeliano. In ogni caso, dopo il 7 ottobre, per i contatti che ho, per le persone con cui parlo e dagli articoli che leggo, il Paese è fortemente sconvolto. Non è ancora uscito dallo sconvolgimento del 7 ottobre, e non ho mai visto che uno sconvolgimento di questo tipo, di tale gravità, porti al governo quelli che propugnano trattative, dialogo, aperture. Semmai, il contrario. Queste paure reali portano a destra. Resto però dell’idea che nonostante il ricompattamento che è stato fatto da quell’immane attacco di Hamas, nel Paese ci siano ancora forze vive che possano esprimersi e credo che l’Israele che si oppone a Netanyahu, che denuncia l’occupazione, che mantiene rapporti con i Palestinesi, abbia bisogno del sostegno della diaspora, e questa è la ragione principale che mi ha spinto a firmare questo manifesto, e prim’ancora altri appelli più duri sull’occupazione. L’Israele che non si arrende alla destra, ha bisogno del nostro sostegno. Firmare appelli vuol dire anche contarsi. L’Italia è un Paese in cui nessuna istituzione ebraica, pochissimi ebrei, hanno appoggiato il movimento di opposizione a Netanyahu. E a quanti ritengono che firmare appelli sia un esercizio inutile, dicono che vi sono momenti, e questo è uno di quelli, in cui occorre metterci la faccia, e la firma, e dire io ci sono.

La pace non è soltanto un accordo di vertice. È anche il riconoscimento delle ragioni dell’altro da sé, della sua storia, della sua identità nazionale, della sua cultura. La pace, professoressa Foa, non nasce anche da una condivisione di una storia, per quanto tragica?
Sì, ma avendo contezza che si tratta di una storia di conflitti, in cui Israele ha avuto molta parte ma lo stesso dicasi dei palestinesi, dal ’48 in poi, cioè dal rifiuto della fondazione dello Stato ebraico. Ci sono molti più ebrei israeliani che hanno rapporti quotidiani con i Palestinesi, che collaborano con loro, che lavorano assieme, di quanto noi qui non ci immaginiamo. È davvero un Paese pieno di cose, di fermenti. Io ho fatto qualche corso negli anni, tra il 2015 e il 2018, a Gerusalemme, e i miei studenti erano in parte ebrei e in parte palestinesi. E lavoravamo insieme con molta apertura e senza alcuna distinzione. Certo, le università sono la bestia nera di Netanyahu, come la cultura e quel mondo culturale che era in piazza contro di lui e il suo impresentabile governo. Queste cose sono importanti. Danno speranza. Ci sono un sacco di persone che lavorano con i palestinesi, e tra l’altro quelli che stavano nei kibbutzim verso Gaza erano tra questi e sono stati massacrati da Hamas. E Netanyahu non li ha difesi. E di questo dovrà renderne conto. Dovrà rendere conto dello spostamento dai confini di Gaza di ventisei divisioni dell’Esercito prima del 7 ottobre. Dietro questa decisione scellerata c’è un disegno molto chiaro…

Quale?
Netanyahu vuole riprendersi la Cisgiordania. Perché questo vogliono i suoi pazzi ministri messianici e quelli che li sostengono. Vogliono la Grande Israele. Quello che gl’interessa non è tanto Gaza quanto la West Bank. È lì che proteggono i coloni, è lì che mandano le divisioni dell’Esercito più favorevoli ai coloni, che armano i coloni. Questa è la cosa forse più preoccupante in prospettiva. Perché su Gaza si potrà arrivare, spero il più rapidamente possibile, ad un cessate il fuoco che comporti la liberazione di tutti gli ostaggi ancora in mano ad Hamas o alla Jihad islamica e una internazionalizzazione del controllo su Gaza, ma la West Bank resta il vero obiettivo di questo governo e di governi che possono essere simili a questo, fino a che non vengano sconfitti.

Che resta di quel pionierismo sionista che, 76 anni fa, fu alle fondamenta della nascita dello Stato d’Israele?
Forse qualcosa nei kibbutzim più di sinistra, quelli che non sono stati distrutti da Hamas, forse qualcosa nel mondo culturale e nella tradizione letteraria che è ancora quella di Grossman, per fare un nome. Sono le cose che scriveva Amos Oz mentre cresceva questo movimento messianico dei sionisti religiosi. Contro il fanatismo è un suo libro straordinariamente profetico che andrebbe riletto alla luce dell’oggi. Io credo che tutte queste cose restino. Vede, io sono molto pessimista, ma nonostante tutto continuo ad avere fiducia in questo grande mondo culturale che non è quello semplicemente sionista dell’inizio. Era un mondo, non dimentichiamolo, in cui la Legge del ritorno imponeva di fatto la supremazia degli Ebrei, supremazia che è stata ribadita e normata nel 2018 con le leggi volute da Netanyahu e dalle destre. Ci vorrebbe uno Stato come quello evocato dai post sionisti. Uno Stato in cui tutti siano cittadini eguali, indipendentemente dal fatto che siano ebrei o palestinesi o altro.

Uno dei film attualmente in circolazione che colpisce profondamente è La Zona d’interesse, che racconta la vita del comandante di Auschwitz e della sua famiglia. Una vita “da paradiso” a ridosso dell’inferno del lager dove milioni di ebrei vennero sterminati. È una lezione anche per l’oggi?
È una lezione per tutti noi che pure non arriveremo mai all’orrore di Rudolf Höss e della casetta tutta bella subito fuori dalle mura di Auschwitz, ma certamente l’indifferenza porta in quella direzione. L’indifferenza che Liliana Segre tanto ha voluto che fosse scolpita come un monito a Milano al Memoriale della Shoah. L’indifferenza porta a quella direzione, non in quelle dimensioni estreme, dove il piacere di una parte vive sull’indicibile, mostruoso, dolore di altri. Una cosa che mi dà coraggio sono i giovani. Quando vado a parlare nelle scuole, incontro studenti che manifestano attenzione verso i temi etici, di giustizia. È ancora possibile sperare sul futuro.

Per chiudere tornando all’inizio della nostra conversazione. A sinistra, in particolare nel più importante partito, il Pd, avverte una sensibilità verso le problematiche evidenziate dal manifesto di cui è tra i firmatari?
In alcuni sì, in altri meno. Devo dirle che non seguo dall’interno la politica italiana, perché ogni tanto mi fa cadere le braccia e mi sembra tutto molto appiattita sulle elezioni. Vi sono anche sinistra persone che sostengono Israele anche con meno se e meno ma di quanto faccia questo appello. Penso oggi a un movimento della diaspora piuttosto che a quello dei partiti. È quello che almeno a me interessa di più.

12 Marzo 2024

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