L'appello congiunto

Ecco perché le carceri vanno abolite, basta con le prigioni inferno

Il Documento delle tre associazioni comunque ha un valore molto grande. Perché getta sul piatto della politica giudiziaria la questione delle questioni: il carcere

Editoriali - di Piero Sansonetti - 23 Febbraio 2024 alle 15:00 AGGIORNATO IL 23 Febbraio 2024 alle 16:06

Ecco perché le carceri vanno abolite, basta con le prigioni inferno

Avvocati penalisti, attivisti impegnati nella difesa dei detenuti, e magistrati. Cioè tre categorie di persone abituate allo scontro e alla battaglia tra loro. E invece stavolta no. Si sono messi insieme, onestamente, attorno a un tavolo, e hanno discusso della questione che è al centro del loro lavoro, del loro pensiero, della loro vita: la prigione.

E siccome sono evidentemente tutte persone ragionevoli, sono riusciti a scrivere un documento comune – che pubblichiamo integralmente – nel quale denunciano le condizioni di folle degrado umano nelle quale vivono i prigionieri in Italia.

Hanno spiegato che il numero dei carcerati è in continuo aumento, anche se i delitti sono in costante diminuzione, e hanno chiesto un incontro al ministro Nordio. Anche perché si sono accorti che questo governo, invece di depenalizzare, ha aumentato il numero dei reati e la durezza delle pene, in una folle corsa populista e securitaria. Questa volta le parole “populista” e “securitaria” – molto frequenti nelle pagine del nostro giornale – le hanno usate loro.

Il documento è firmato dall’Unione delle Camere penali, da “Antigone” (associazione i cui esponenti spesso scrivono sull’Unità) e da Magistratura democratica. Devo dirvi sinceramente che la firma di Magistratura democratica in calce a questo ottimo documento mi ha fatto molto piacere. Si erano già avuti nei mesi scorsi diversi segnali di ripensamenti tra le fila di Md.

Ma quella di oggi è la sanzione di una vera e propria svolta garantista dell’associazione dei magistrati che in realtà era nata, molto anni fa, proprio su posizioni di sinistra e garantiste. Chi non è più giovanissimo non può non ricordare Marco Ramat, che credo sia il vero fondatore di questa corrente, all’inizio degli anni Sessanta, e che la guidò in una battaglia durissima contro la vecchia magistratura ideologica, reazionaria e un po’ fascista.

Lo fece esaltando due idee, una delle quali forse discutibile, la seconda lucidissima. La prima era l’idea che il giudice potesse (o forse addirittura dovesse) politicizzarsi. La seconda era un’idea fortemente garantista che lo portò fino a beccarsi una denuncia per vilipendio della magistratura.

La sua idea di politicizzazione però non aveva niente a che fare con la politicizzazione come la si intende oggi. Lui pensava che fosse necessaria una battaglia – sia sul piano culturale sia sul piano delle leggi – per smontare il castello della giustizia di classe.

Intendeva questo per politicizzazione, non certo l’uso delle inchieste per danneggiare gli avversari politici. E su questa posizione si impegnò scrivendo decine di articoli proprio sul nostro giornale. E poi diventando una delle colonne del “Centro di Riforma dello Stato” di Pietro Ingrao.

Arrivò a proporre soluzioni estreme, molto fantasiose – e che provocarono furiose polemiche politiche – come quella di fare diventare l’avvocato un funzionario dello Stato, come funzionario dello Stato è il giudice e il Procuratore. Quindi con gli stessi poteri del giudice e del procuratore e quindi, anche, del tutto sottratto alle logiche di mercato e alla giustizia economicamente selettiva.

Beh, forse mi entusiasmo un po’ troppo facilmente. Ma nel comunicato firmato da Magistratura democratica, leggo – spero di non sbagliare – le suggestioni e le idee di quegli anni. Che pure furono anni durissimi: c’era il terrorismo, imperversava la mafia.

Ciononostante un pezzo di sinistra e un pezzo di magistratura restarono nel recinto garantista e sulla linea di Ramat. Che poi, in fondo, poteva riassumersi in poche parole: il magistrato è un militante della Costituzione.

Il Documento delle tre associazioni comunque ha un valore molto grande. Perché getta sul piatto della politica giudiziaria la questione delle questioni: Il carcere. Nessuna riforma della giustizia penale ha un senso se aggira la questione del carcere. Ho molto apprezzato che questo lo abbia detto proprio ieri, in una intervista al nostro giornale, Debora Serracchiani, che è la responsabile giustizia del Pd.

Il problema del carcere è semplicissimo. Come tutti i problemi presenta due dati, e su quei due dati si dovrebbe lavorare per trovare la soluzione. Che, come in molti altri problemi, è una sola.

I dati sono questi: il primo è che il carcere è una infamia e un inaudito atto di sopraffazione della società verso alcuni suoi componenti, ed è un atto di sopraffazione realizzato dal potere incontrollabile di un certo numero di persone (i magistrati) che dispongono di mezzi spaventosi e che non possono essere in nessun modo fermati o frenati. Il carcere è anacronistico, è l’ultima espressione di una cultura vecchissima della vendetta e dell’uso della pena corporale.

Il secondo dato è che il carcere è un simbolo di un senso comune diffuso e reazionario che produce consenso, mentre l’opposizione al carcere non solo non produce consenso ma lo allontana. In questi due elementi confliggenti tra loro sta il problema.

E la soluzione, come si diceva, è secondo me una sola: abolire il carcere, o comunque ridurlo a un istituto del tutto marginale da usare solo per pochissime persone e per esclusive ragioni di sicurezza.

La svolta di Md mi apre qualche speranza. Se le toghe rosse dovessero passare dall’antiberlusconismo di maniera a una politica “basagliana”, beh, la politica italiana e la sua civiltà farebbero un bel salto.

23 Febbraio 2024

Condividi l'articolo