La guerra in Medioriente

“Finita la guerra sarà finito anche Netanyahu, perciò gioca col fuoco”, parla l’ambasciatore Nelli Feroci

«Dopo gli attentati in Libano e in Iran la situazione è diventata esplosiva: il rischio che il conflitto possa estendersi è sempre più concreto. Ora la leadership di Teheran è sotto pressione...»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 5 Gennaio 2024

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“Finita la guerra sarà finito anche Netanyahu, perciò gioca col fuoco”, parla l’ambasciatore Nelli Feroci

L’uccisione a Beirut del numero due di Hamas. Il sanguinoso attentato in Iran. Il 2024 inizia nel segno peggiore: il Medioriente è una polveriera pronta ad esplodere. E le cose non vanno meglio sull’altro fronte di guerra, quello russo ucraino.

L’Unità ne discute con l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, è stato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri. L’ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014. Insomma, una autorità nel campo delle relazioni internazionali.

L’uccisione del numero due di Hamas a Beirut. Il sanguinoso attentato in Iran. Il proseguimento a tempo indefinito della guerra a Gaza. Ambasciatore Nelli Feroci, qual è il segno di questo inquietante inizio d’anno?
Il segno è purtroppo molto preoccupante. Su entrambi i fronti: sia su quello del conflitto israelo-palestinese, con la instabilità complessiva che caratterizza la regione mediorientale, sia per quanto riguarda la guerra in Ucraina.

Iniziamo il nostro giro d’orizzonte, un orizzonte infuocato, dal Medioriente.
Non ci sono segnali di disponibilità da parte del governo israeliano a sospendere o rallentare l’offensiva su Gaza. E questo anche per un motivo molto semplice, che va oltre la risposta al sanguinoso, ingiustificabile attacco di Hamas del 7 ottobre.

Quale sarebbe questo motivo?
La sopravvivenza politica di Netanyahu è legata alla prosecuzione dell’operazione militare a Gaza. Sarà solo Netanyahu a decidere come, se e quando sospendere le attività contro Hamas o ridurne l’intensità, nella consapevolezza che nel momento in cui dovessero cessare le ostilità a Gaza, si arriverebbe rapidamente alla resa dei conti in Israele, con una commissione d’inchiesta sull’operato del governo prima del 7 ottobre e probabilmente anche alla prospettiva di nuove elezioni. Oggi è inimmaginabile pensare alle elezioni, visto che Israele è un paese che si considera in guerra, ma di qui a qualche mese è realistico pensare che ci possa essere qualche novità anche su quel fronte.

Ambasciatore Nelli Feroci, Netanyahu proclama di voler annientare Hamas ma in molti, dentro e fuori Israele, rimarcano come sia stato lo stesso Netanyahu a usare Hamas.
Senza ricorrere ad esercizi dietrologici, una cosa è chiara. In qualche modo, non dico sostenere, ma consentire ad Hamas di mantenersi in vita, per esempio autorizzando trasferimenti massicci di risorse finanziarie dal Qatar, era una strategia perseguita da Netanyahu, perché gli serviva per dimostrare che con i palestinesi – per lui Hamas e i palestinesi erano un’unica entità – era impossibile negoziare. Erano perfettamente funzionali, l’uno all’altro, Hamas e Netanyahu. Nel frattempo la situazione in Cisgiordania continuava a marcire nelle condizioni che conosciamo e che stanno peggiorando ora. Tutto ad un tratto, questo equilibrio instabile si è rotto con gli attentati del 7 ottobre. Credo ci sia una Commissione d’inchiesta in Israele e mi auguro che porti a fare piena luce, possibilmente – se posso aggiungere – a determinare la fine della carriera politica di Netanyahu, ma questo è un auspicio del tutto personale. Sicuramente una democrazia funzionante come quella d’Israele, non può permettersi il lusso di lasciare un’ombra su quello che è successo il 7 ottobre e senza arrivare ad individuare le responsabilità di chi ha consentito che quello che è successo accadesse.

Il rischio è che da Gaza il conflitto si estenda.
Il rischio esiste ed è enormemente aumentato in questi ultimi giorni. Finora si era riusciti ad evitare una regionalizzazione del conflitto, nonostante gli attacchi mirati di Hezbollah sul fronte Nord, nonostante le manifestazioni di piazza in Cisgiordania, anche grazie ad un atteggiamento tutto sommato responsabile dell’Iran. L’incidente di percorso è sempre possibile, e questo vale soprattutto sul fronte Nord d’Israele, per le pressioni di Hezbollah, della Siria. Due attacchi mortali, come quello contro il capo dei Pasdaran iraniani in Siria, il generale Mousavi e poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, Arouri, sono episodi che pongono la leadership iraniana sotto pressione, per lo meno per un gesto dimostrativo. Su quello che è successo a Kerman, con l’attacco terroristico che ha fatto centinaia di morti e feriti, è difficile ancora dare delle risposte e non so se mai si riuscirà a capire chi ci sia dietro questo attentato, però è certamente un episodio che alimenta la tensione nella regione e aumenta il rischio che il conflitto si possa estendere.

La guerra cancella i tentativi di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Oggi non ci sono prospettive di una normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele, come non ci sono prospettive di un allargamento degli “Accordi di Abramo” ad altri paesi arabi significativi. Non ci sono le condizioni politiche. D’altra parte, fin dall’inizio, si disse che gli attentati del 7 ottobre di Hamas avevano come obiettivo anche quello di bloccare una ipotesi di normalizzazione dei rapporti tra Riad e Tel Aviv. In questo, Hamas è riuscita nell’obiettivo. Se poi ci saranno le condizioni per una ripresa lo vedremo nei prossimi mesi. Certo è che in una situazione di conflitto così pesante nella Striscia di Gaza, è inimmaginabile per un paese arabo, del peso e della rilevanza dell’Arabia Saudita, di normalizzare le relazioni con Israele.

La storia d’Israele è segnata da guerre. Che hanno sempre ricompattato l’opinione pubblica a sostegno di chi governava in quel momento. È così anche in questo frangente?
Sì e no. Nel senso che prima del 7 ottobre, in Israele eravamo in presenza di una società profondamente lacerata, divisa, quasi in maniera verticale. C’era una parte importante della società israeliana che criticava il governo Netanyahu e l’alleanza con la destra ultraortodossa e ultranazionalista. Manifestazioni di piazza molto partecipate che si ripetevano ogni sabato. È ovvio che dopo un attacco come quello che Israele ha subito, il ricompattamento attorno alla figura, per quanto contestata, del capo del governo, diventato l’unico punto di riferimento della reazione israeliana agli attacchi del 7 ottobre, era prevedibile. Però non credo che questo ricompattamento possa durare a lungo, una volta conclusa la fase più dura delle operazioni militari contro Hamas. Quando si ristabilirà un minimo di normalità nella regione, i nodi torneranno al pettine e immagino che si riprodurrà quella spaccatura che aveva caratterizzato la situazione interna in Israele prima del 7 ottobre. Siamo in una sorta di sospensione del giudizio da parte dell’opinione pubblica interna, in attesa del ritorno ad una situazione di normalità che permetta di fare chiarezza e anche regolare i conti con il governo Netanyahu.

L’altro fronte caldo è quello russo-ucraino.
Anche questo fronte non fa registrare segnali positivi. Stiamo assistendo ad una recrudescenza degli attacchi russi sull’Ucraina e anche delle risposte ucraine. Se per qualche giorno si era potuto immaginare che Putin fosse disponibile a qualche forma di sospensione delle attività militari, magari per una sorta di cessate-il-fuoco implicito, con i due paesi attestati sulla linea del fronte su cui di fatto sono fermi da mesi, oggi una ipotesi, sia pur minimalista, di questo tipo sembra tramontata. Putin ha ripetuto in più occasioni quelle che per lui sono condizioni irrinunciabili, e che non sono soltanto la conferma dell’annessione delle regioni dell’Ucraina oggi occupate militarmente. Putin va oltre, e quando parla, retoricamente, della “denazificazione” dell’Ucraina, in politichese corretto si chiama “regime change”, cioè la testa di Zelensky e un regime amico a Kiev. Oltre alla neutralità, il rifiuto di qualsiasi ipotesi di ancoraggio dell’Ucraina alla Nato. Sul versante opposto, si sono manifestate grosse difficoltà per Zelensky. Il sostegno, sotto forma di forniture militari da parte degli alleati occidentali, sta rapidamente e progressivamente riducendosi rendendo sempre più difficile la difesa dell’Ucraina, e anche sul fronte interno abbiamo assistito a qualche scricchiolio, a qualche voce autorevole che ha criticato il presidente.

Tutto questo in un anno elettorale.
Ci sono elezioni che peseranno enormemente, più di qualsiasi altra in vista. Sono le elezioni americane. Con ricadute anche sul piano internazionale. Putin, ad esempio, non ha nessun interesse a ipotizzare una qualche forma di negoziato serio sull’Ucraina finché non avrà visto cosa succede a novembre negli Stati Uniti. Se poi dovesse vincere Trump, un qualche accordo tra russi e americani fatto sulla testa di Zelensky, dell’Ucraina e anche su quella degli europei, è molto verosimile.

Gli Stati Uniti, un paese nel quale cresce, soprattutto tra i giovani, una spinta isolazionista.
Una spinta di cui Trump è l’interprete per eccellenza. Parte di un prevedibile, purtroppo, successo elettorale di Trump è proprio da interpretare in chiave di ritorno dell’“America first”, del tornare alla difesa degli interessi nazionali interpretati in un senso molto restrittivo. E questa è anche una sfida enorme per noi. Sappiamo bene qual è l’opinione che Trump ha dell’Europa. Non vorrei dare l’impressione di parlare come se i giochi fossero già fatti, ma credo che ci si debba preparare ad un ritorno di Trump al potere alla Casa Bianca. E di un Trump ancor più pericoloso del primo Trump.

Perché?
Lo ha detto chiaramente, quando ha affermato più volte che nel primo mandato, il “deep state”, cioè l’amministrazione profonda, tutto il sistema dei “checks and balances”, gli hanno impedito di realizzare il suo progetto, al punto che lui si sta organizzando per smantellare, dalla base, l’amministrazione, le agenzie federali e circondarsi di persone fedelissime, tali da garantirgli un’attuazione del suo programma, di chiaro stampo autoritario, senza inciampi e senza ostacoli. In generale, tornando al quadro mondiale, non vedo ancora le condizioni per un grande conflitto su scala globale. Vedo piuttosto uno scenario di conflitti a più o meno ad alta intensità che manterranno il quadro internazionale sotto pressione per molto tempo. Il risultato di quel multilateralismo precario che è la caratteristica prevalente di questi anni. In assenza di un leader riconosciuto, in assenza di equilibri accettati, condivisi, in assenza di un sistema di regole e di istituzioni internazionali in grado di farle rispettare, a prevalere è la legge del più forte in un quadro di grande instabilità e imprevedibilità.

5 Gennaio 2024

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