Il caso dell'ex ministro

Caso Fantozzi, dopo 6 anni di gogna il gip fa a pezzi l’inchiesta: “Fondata sul nulla”

Dopo 6 anni di gogna, scatta l’archiviazione per l’ex ministro morto nel 2019, falsamente accusato con altri colleghi di aver truccato concorsi

Giustizia - di Giordana Morello - 23 Dicembre 2023

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L’ex ministro Augusto Fantozzi
L’ex ministro Augusto Fantozzi

Quel che resta di un’inchiesta: “Un quadro probatorio inattendibile, accuse basate su chiacchiere tra colleghi, assoluto difetto di concretezza della prova”. Insomma, brandelli di un castello accusatorio fatto a pezzi e finito nel nulla dopo aver stravolto le vite di quasi sessanta persone.

Il Tribunale di Venezia ha archiviato martedì l’indagine sui presunti concorsi truccati che era stata aperta nel 2017 dai pm di Firenze. L’ordinanza di archiviazione depositata dal gip, peraltro accogliendo la richiesta dello stesso pm veneto, ha messo la parola fine ad un procedimento penale iniziato più di sei anni fa a carico di numerosi professori universitari di diritto tributario, tra cui l’ex ministro Augusto Fantozzi, il nome più illustre tra quelli coinvolti che in relazione alla vicenda è apparso sulle prime pagine di molti giornali.

Il procedimento penale era originato dall’inchiesta “Chiamata alle Armi” condotta dalla Procura di Firenze – e coordinata dai pm Luca Turco e Paolo Barlucchi – che aveva ottenuto anche misure cautelari quali arresti domiciliari e interdizione dall’insegnamento nei confronti di alcuni dei 59 indagati iniziali (adesso ridotti a una quarantina).

La Procura aveva ipotizzato, a titolo di principale ipotesi corruttiva, un fatto di corruzione propria che avrebbe dovuto coinvolgere le tornate di abilitazione scientifica 2012 e 2013, i cui commissari si sarebbero accordati per abilitare all’insegnamento i candidati da loro sostenuti secondo una logica corporativa e “baronale” a prescindere dal merito accademico dei singoli.

A sostegno dell’accusa le ordinanze cautelari – ampiamente e dettagliatamente riportate dai giornali – citavano frammenti di conversazioni e intercettazioni telefoniche tra gli indagati.

Nell’arco di sei anni le tesi dei pm fiorentini non hanno trovato né riscontri né consolidamenti. Le eccezioni di incompetenza territoriale sollevate dagli avvocati difensori sono state invece accolte, trasferendo il procedimento dal Foro di Firenze al Foro di Pisa prima e poi, dopo il conflitto negativo di competenza risolto dalla Cassazione, al Foro di Venezia.

Dove a luglio scorso il Pubblico Ministero ha formulato richiesta di archiviazione, evidenziando tutte le lacune dell’impianto probatorio costruito dai colleghi di Firenze. Una considerazione condivisa dal gip che, sciogliendo la sua riserva del primo dicembre, ha disposto l’archiviazione del procedimento per “assoluto difetto di concretezza della prova”.

“Questa archiviazione da parte del giudice, che peraltro è andato incontro alle richieste della stessa Procura, mette la parola fine a una lunga vicenda che ha coinvolto decine di docenti universitari e professionisti – ha commentato l’avvocato Antonio D’Avirro, legale di alcuni degli indagati – Ma dispiace che questa bella notizia arrivi troppo tardi per il professor Augusto Fantozzi”.

Il penalista fiorentino ha infatti difeso anche l’ex ministro fino alla sua morte, avvenuta nel luglio 2019. “Sono ovviamente soddisfatto per i miei clienti – conclude – a partire dalle motivazioni riconosciute dal tribunale che attestano uno scenario che noi abbiamo sempre rivendicato”.

Molto dure, infatti, le parole del gip del capoluogo veneto sull’”insussistenza di un credibile quadro probatorio da sottoporre al vaglio del dibattimento fondandosi le ipotesi di accusa sostanzialmente sulla base di stralci di conversazioni ambientali o intercettazioni telefoniche… principalmente in contesti non formali e che si risolvono, in definitiva, in una congerie di commenti” sui titoli e sui percorsi professionali dei vari candidati.

Conversazioni informali che, secondo il tribunale, non possono fondare “nessuna certezza di veridicità e nemmeno di corrispondenza reale delle valutazioni al pensiero degli interlocutori come è ovvio che sia in occasione di chiacchierate tra colleghi… attività peraltro inevitabili per qualunque procedura di selezione complessa di soggetti professionali destinata poi ad essere definita in sedute formali”.

Insomma, scrive il magistrato, “una sintesi” che al di là dei “suggestivi accostamenti” non può in alcun modo “essere considerata come condizionata da accordi qualificabili come frutto certo di condizionamenti illeciti per i quali vi è assoluto difetto di concretezza della prova”.

E per quanto riguarda l’ulteriore approfondimento istruttorio e testimonianze “si condivide pienamente l’assunto del pm circa l’assoluta inattendibilità… al fine di addivenire a certezze processuali al di là del limite costituzionale del ragionevole dubbio”.

23 Dicembre 2023

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