Parla l'ex ministra

Intervista a Livia Turco: “Al Circo Massimo una generazione che non vuole più essere ignorata”

«Se la politica sapesse ascoltarla troverebbe un tesoro inatteso di idee e capacità di lotta. La manifestazione di sabato ci dice che quella contro la violenza di genere può diventare una battaglia di tutti per cambiare la società»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 30 Novembre 2023

CONDIVIDI

L’ex ministra Livia Turco
L’ex ministra Livia Turco

Livia Turco, una vita a sinistra. Più volte parlamentare, già ministra per la Solidarietà sociale (1996-201) e ministra della Salute (2006-2008), oggi fa parte della Direzione nazionale del PD. Nel 2022 ha scritto un libro, molto bello, che racchiude un’esperienza di vita, politica e personale: Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano (Donzelli Editore).

E dei diritti delle donne, Livia Turco si è occupata da sempre. Nel 1986 entra a far parte della Segreteria nazionale del Pci, ed è responsabile nazionale delle donne del Pci e del Pds fino al 1994. Nel 1995 è eletta presidente della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità della presidenza del Consiglio. È presidente della Fondazione Nilde Iotti, una grande donna, comunista, la prima presidente donna della Camera dei deputati nella storia dell’Italia repubblicana. Con Livia Turco l’Unità torna sulla grande manifestazione di sabato a scorso a Roma.

“Tutti insieme fanno paura”. È il titolo di prima de l’Unità a commento della grande, non solo in quantità, manifestazione contro la violenza sulle donne sabato scorso a Roma. “Si è accesa una luce”, annota nel suo editoriale Piero Sansonetti. È così?
La manifestazione che si è svolta sabato a Roma ed in tante città italiane dimostra sicuramente che si è accesa una luce nella battaglia contro la violenza di genere, per costruire una società umana e giusta. Il volto di Giulia, il modo con cui è stata uccisa, le parole della sorella Elena è come avessero aperto il sipario su cosa sia un femminicidio, la sua ferocia, la grave responsabilità maschile nel non essere capaci di rispettare l’autonomia e la libertà femminile. Sono andate direttamente al cuore ed hanno provocato una scossa, hanno sollecitato il dovere di urlare, combattere, cambiare. Ci sono stati fatti nuovi di fronte a questo tragico evento: il coinvolgimento degli uomini, la loro presa di parola, la presenza di tanti giovani, il dialogo bello tra diverse generazioni di donne. Perché quella contro la violenza di genere è una battaglia che viene da lontano, è costata molta, molta fatica. Solo nel 1996 lo stupro, nel nostro ordinamento, diventa delitto contro la persona e non contro la morale. La battaglia è proseguita, ha conseguito nuovi traguardi legislativi e una importante rete di Centri Antiviolenza. Ma è rimasta una battaglia delle donne. La manifestazione di sabato ci dice che può diventare una battaglia di donne e uomini, di giovani e anziani, di madri e figlie, di padri e figli. E può cambiare la società. Nel senso di superare le diseguaglianze tra donne e uomini, vincere la paura maschile nei confronti della libertà femminile, rendere la nostra vita più umana.

Annota Sansonetti: “Mi ha colpito non tanto la vastità della manifestazione. Ma il grado altissimo della partecipazione e dell’entusiasmo”. Partecipazione ed entusiasmo, sembravano essere diventati “beni introvabili” nel piattume della politica italiana.
Anche io sono stata colpita dalla motivazione e dalla determinazione con cui giovani e ragazze hanno popolato tutte le piazze. Va ricordato che la manifestazione contro la violenza del 25 novembre promossa da “Non una di meno” e da varie associazioni femminili, ha una storia, ma negli anni passati le manifestazioni promosse non sono state viste dai media e dall’opinione pubblica. Questo 25 novembre è stato un inedito. Un fatto che può cambiare la storia. Credo che questa determinazione e motivazione siano l’espressione di una generazione che non vuole più essere ignorata, che vuole rompere le catene di questa società, della ingiustizia sociale, scoprire il calore delle relazioni umane, a partire da quelle tra donne e uomini ma anche tra giovani ed adulti.

Quanto a partecipazione ed entusiasmo. Tantissime erano le ragazze, e anche i ragazzi, presenti. Un investimento sul futuro?
Ho molta fiducia in questa “generazione della precarietà”. Perché sono troppo dure le mortificazioni che subiscono nel lavoro, nel riconoscimento sociale, nella possibilità di pensare il futuro. É una generazione che è alla ricerca di valori, che vuole combattere non solo la precarietà ma anche la povertà delle relazioni umane e vuole esprimere la propria creatività, sociale, culturale. Sono alla ricerca di punti di riferimento. Se la politica li sapesse ascoltare troverebbe un tesoro inatteso di generosità, idee, capacità di lotta.

Che “lezione” deve trarre il Pd da questa manifestazione?
Il PD si è presentato in questa manifestazione con la credibilità che le deriva dall’impegno costante delle donne, a partire da quello della sua segretaria Elly Schlein, nella lotta contro la violenza di genere. Meloni lontana, Schlein “naturalmente” mescolata nella piazza con donne e uomini, giovani ed anziani, tante volte circondata da affetto, è stata la plastica rappresentazione della differenza tra una leader che non crede di avere debiti verso le donne e una leader che fonda la sua leadership anzitutto sulla relazione tra donne. Non a caso due giorni prima della manifestazione ha convocato nella sede del Partito democratico tutte le associazioni impegnate nei centri antiviolenza, coinvolgendo donne e uomini del Pd, per ascoltare la loro esperienza. La credibilità del PD è data dal lavoro costante ed efficace svolto in Parlamento, in modo particolare nella Commissione contro il femminicidio a partire dalla scorsa legislatura. Dall’impegno delle donne sui territori promosso dalla Conferenza nazionale delle donne e da quelle locali, da tante amministratrici. Il salto di qualità che deve compiere il Pd per essere coerente e raccogliere la spinta innovativa di queste piazze è sollecitare gli uomini, a partire dai suoi dirigenti, a prendere la parola in modo costante sulle battaglie delle donne, a sollecitare il dibattito pubblico profondo e diffuso, con gli uomini nella società, per cambiare la cultura e sradicare questi orribili femminicidi. La battaglia contro la violenza sulle donne è prima di tutto una questione che riguarda gli uomini che sono chiamati a costruire una relazione positiva con le donne, a partire dal riconoscimento della loro libertà e dalla loro autorevolezza. Il PD deve combattere il maschilismo che c’è al suo interno e che si traduce, tante volte, nella considerazione della battaglia per la libertà femminile come questione secondaria dell’agenda politica e a non riconoscere il talento e l’ autorevolezza delle donne. Il Pd, inoltre, deve proseguire con determinazione l’azione promossa dalla segreteria Schlein tesa a costruire un “rammendo”, un legame tra le persone, i luoghi della società- a partire dalle periferie e dai luoghi della sofferenza e del disagio – e la politica. Solo dalla pratica del “rammendo sociale”, che metta al centro obiettivi concreti come il lavoro, la sanità pubblica, la scuola pubblica, l’ambiente, il governo dell’immigrazione, è possibile costruire un progetto, un nuovo modello di sviluppo ed una visione della società.

Molto, e spesso a sproposito, si è discusso sul retroterra del barbaro femminicidio di Giulia Cecchettin. C’è chi sostiene che è il frutto estremo di una cultura patriarcale.
Le cause dei femminicidi sono state attentamente indagate nel corso di questi anni da chi ogni giorno si impegna per combatterle. È opinione diffusa, come ben ha scritto su questo giornale Ida Dominijanni, che non si tratti del vecchio patriarcato basato sul possesso e sul dominio del corpo femminile, ma un post patriarcato che vede una profonda crisi di identità maschile difronte alla libertà, alla forza e all’autonomia delle donne. La libertà femminile fa sentire gli uomini spiazzati e fragili e la loro fragilità si traduce in violenza. A ciò si aggiunga il disagio dei nostri giovani, le loro solitudini, le modalità relazionali indotte dai social. La strada principale è quella della educazione alle relazioni, a costruire una nuova grammatica dei sentimenti. A cominciare dalla scuola primaria. E, non sottovalutiamo la potenza educativa e simbolica che ha una esperienza come il congedo paritario dal lavoro. Un bambino che cresce vedendo che la mamma ed il papà si dedicano entrambi al lavoro fuori casa ed al lavoro di cura e di accoglienza nella dimensione famigliare costituisce una fondamentale esperienza umana ed un potente fattore di rottura simbolica, di superamento degli stereotipi e di formazione a relazioni umane paritarie che valorizzano la differenza tra i sessi.

Nella manifestazione c’è stata grande attenzione alla tragedia che si è consumata, che si sta consumando tuttora, a Gaza. Anche su questo, la sinistra non dovrebbe battere un colpo?
Gli stupri sono un arma usata nelle guerre, in tutte le guerre. Vanno condannati tutti. Sempre. Il tema non è Israele o Gaza ma sradicare questa atroce arma di guerra da ogni contesto bellico. Altra cosa è il cessate il fuoco nel conflitto tra Hamas ed Israele, per fermare lo scempio della distruzione di vite umane. Quale degrado dell’umanità abbiamo vissuto! La vita umana è il primo valore di una società. Per questo bisogna costruire la pace. Pace e ancora Pace. La cura del vivere e del convivere.

30 Novembre 2023

Condividi l'articolo