Il Patto di Stabilità

Meloni se la prende con Gentiloni, ma il vero nodo è il Mes

L’Italia è il solo paese Ue a non aver ancora ratificato il fondo salva-stati. I margini di azione del commissario europeo sulla riforma del patto saranno stretti finché il governo non scioglierà quel nodo

Politica - di David Romoli - 9 Settembre 2023 alle 10:00

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Meloni se la prende con Gentiloni, ma il vero nodo è il Mes

Nella fluviale conferenza stampa seguita al cdm di giovedì scorso, una delle poche risposte un po’ a sorpresa della premier è stata quella sulle critiche rivolte da Salvini e, con maggior garbo, da Tajani al commissario europeo Gentiloni. Il vicepremier leghista lo aveva accusato di “giocare con la maglia di un altro Paese”, quello forzista lo aveva esortato a “tenere conto di essere il commissario italiano” e ad avere una visione diversa da quella dei Paesi rigoristi sul Patto di Stabilità. Meloni, non la ha mandata a dire: “Da quando ogni nazione ha un commissario accade che abbia un occhio di riguardo. Penso sia normale e giusto e sarei contenta se accadesse di più anche per l’Italia”. Nella sostanza, anche se non nella forma, una conferma piena dell’attacco di Salvini.

Quella della presidente del consiglio non era affatto una presa di posizione ovvia e scontata in partenza. Salvini è da sempre la bestia nera di Bruxelles: un suo attacco anche se rivolto al commissario del suo Paese, cosa certo inusuale per un vicepremier, era nell’ordine delle cose. Con Meloni, che ha passato l’ultimo anno cercando di provare alla Ue di essere una premier affidabile e tutto sommato anche fondamentalmente europeista, il discorso è diverso. Non a caso la commissione, che aveva lasciato cadere la carica di Salvini, ha invece deciso di rispondere, pur indirettamente, alla premier.

“Si sa qual è il ruolo di un commissario europeo e come i commissari europei rappresentino l’interesse europeo che portano avanti in modo collegiale”, afferma la portavoce aggiunta della Commissione Dana Spinant. Aggiunge che la Commissione non si pronuncia su “eventuali commenti sul commissario Gentiloni”. Come se non lo avesse appena fatto e in modo anche molto chiaro. La scelta della presidente del consiglio si spiega solo in piccolissima parte con la necessità di non lasciare a Salvini campo del tutto libero sul versante della polemica contro l’Europa. È probabile che, con la competizione interna alla coalizione di destra in vista delle europee, anche questa considerazione abbia avuto un suo peso. Però limitato. Il grosso della polemica si deve al fatto che l’irritazione del governo italiano nei confronti di Gentiloni è reale, profonda e condivisa da tutti.

A scatenare le ire di Roma non sono tanto le posizioni del commissario all’Economia sul Pnrr quanto quelle sul Patto di Stabilità. Gentiloni ha detto forte e chiaro, con toni che non ammettevano repliche, che una ulteriore proroga della sospensione del Patto in vigore da tre anni è categoricamente esclusa. Parole che non sono piaciute affatto né a Chigi né al Mef, dove invece l’auspicio è proprio che, senza un accordo sul nuovo Patto, si proceda a una proroga della sospensione. La premier lo ha detto senza giri di parole: “Con la stretta della Bce in corso, aggiungere il ritorno dei parametri pre-covid provocherebbe una contrazione molto importante per le economie europee in sofferenza. Senza la riforma bisognerebbe prorogare le attuali regole”. O più precisamente l’attuale assenza di regole.

Proroga a parte, Gentiloni, come tutta la Commissione, è peraltro davvero impegnato nella difficile missione di far accettare a Germania e Paesi rigoristi la riforma del Patto proposta dalla Commissione stessa. Quel che scontenta la destra al governo è che non si batte con altrettanta convinzione, anzi non si batte affatto, perché nel nuovo Patto sia inserito lo scorporo degli investimenti. Per Meloni e Giorgetti si tratta invece di una condizione essenziale. “Se la Ue si dà priorità strategiche, come le transizioni verde e digitale e come la difesa, le regole devono tener conto di queste strategie”, ha detto Meloni e la traduzione della formula è appunto lo scorporo di quegli investimenti dal deficit. E’ una battaglia che per l’Italia è questione vitale e nella quale, secondo i governanti, Gentiloni non sta facendo la sua parte.

In realtà la presidente e i suoi vice, accortezze diplomatiche a parte, non hanno torto nell’insistere per un sostegno da parte del commissario italiano, tanto più che la loro richiesta è sempre stata considerata nell’interesse sia dell’Italia che dall’Europa da tutte le parti politiche in passato. Va però detto che queste attività non si svolgono di solito alla luce del sole e che i margini di azione di Gentiloni dipendono in buona misura proprio dalla fiducia dell’Europa nella sua lealtà prima di tutto all’Unione.

Insomma, non è affatto detto che il commissario italiano non si stia muovendo discretamente proprio in quella direzione. Ma soprattutto a non fare la propria parte, in questo momento, è soprattutto il governo. Qualunque sia il giudizio sulla riforma del Mes è infatti chiaro che nessuno spiraglio si aprirà mai a Bruxelles finché l’Italia, unica e sola, blocca negando la sua ratifica quella riforma. Lo stesso Gentiloni avrà margini di manovra molto stretti sinché quel nodo non sarà stato sciolto. Ma di Mes, in due ore di conferenza stampa, né la premier né per la verità chi le poneva domande si sono ricordati.

9 Settembre 2023

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