Dall'Unità del 26 giugno 1977

Franco Basaglia e le origini del ‘ghetto’

Archivio Unità - di franco basaglia

20 Maggio 2023 alle 16:25 - Ultimo agg. 26 Maggio 2023 alle 12:20

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Franco Basaglia e le origini del ‘ghetto’

Il 13 maggio 1978 il parlamento italiano aboliva i manicomi psichiatrici. Primo paese al mondo a prendere una decisione del genere. La legge 180 arrivò dopo un complesso dibattito culturale e parlamentare dove il movimento antipsichiatrico era cresciuto intrecciandosi con le rivendicazioni degli altri movimenti sociali animati da forte spinte innovatrici e liberatrici. La decisione fu accelerata dall’incombere del referendum promosso dal partito radicale e venne integrata nel dicembre successivo all’interno della legge che istituiva il sistema sanitario nazionale. Conosciuta anche come legge Basaglia dal nome dello psichiatra Franco Basaglia, nonostante questi fosse contrario alla presenza del trattamento sanitario obbligatorio previsto dalla nuova normativa, è forse l’istituto più rivoluzionario varato nella storia della repubblica italiana per la portata concreta che ebbe sulla realtà del Paese e il significato gravido di potenza simbolica che conteneva.
Gli asili psichiatrici erano dei veri e propri lager, luoghi di sofferenza, emarginazione, violenza, torture, sevizie, come avevano testimoniato nel 1969 Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin nella loro inchiesta fotografica, Morire di classe. La condizione manicomiale. Il rifiuto dell’internamento e della segregazione erano per Basaglia il presupposto del riconoscimento che il «matto» non era un deviante, un soggetto da cui la società doveva difendersi e che per questo andava internato e nascosto, ma una persona la cui sofferenza mentale doveva essere tutelata, ascoltata, compresa, accompagnata, requisiti fondamentali della cura. Questa nuova consapevolezza procedeva di pari passo con il rifiuto globale dell’internamento e della segregazione, ovunque si manifestasse, in tutti i luoghi e forme di istituzione totale e concentrazionaria, in primis il carcere e la fabbrica disciplinare. Forse non è un caso se a metà di quel decennio, il 1975, si raggiunge in Italia il più basso numero di detenuti rinchiusi nelle prigioni.
Basaglia aveva già sperimentato con alcuni anni di anticipo, prima a Gorizia e poi a Trieste, la chiusura degli asili manicomiali. I reparti erano stati aperti, ai pazienti erano stati restituiti i loro diritti fondamentali, le rigide divisioni di genere abolite (portando i pazienti a vivere in intimità). L’ospedale diviso in settori (corrispondenti a diverse zone della città e provincia), soprattutto furono create delle cooperative per consentire ai pazienti di vivere una vita autonoma, di costruire la propria indipendenza e socialità. All’abolizione del manicomio dovevano subentrare delle vere e proprie comunità terapeutiche.
Con il raffreddamento delle spinte di cambiamento, la riproposizione dei vecchi modelli di società disciplinare, anche la legge 180 ha subito un freno, soprattutto il carcere ha ripreso il posto dei vecchi asili psichiatrici. Nonostante ciò, l’antipsichiatria è stato il movimento che più di ogni altro è riuscito a incrinare i dispositivi di stigmatizzazione sociale, lasciando dietro di sé una eredità feconda su cui è potuta crescere la cultura della inclusività, la rivendicazione delle differenze, quel diritto di vivere ognuno a modo suo che ha animato i movimenti di liberazione della donne, omosessuali, lgbt, queer, disabili e oggi la cultura della intersezionalità.

Questo articolo è apparso sull’Unità del 26 giugno 1977.

Sabato scorso è apparso e ieri sera si è concluso alla Televisione italiana il documentario che Bellocchio, Agosti Petraglia e Rulli hanno realizzato raccontando una esperienza che si è maturata alla fine degli anni ‘60 nel campo dell’assistenza psichiatrica in provincia di Parma.
«Matti da slegare – Tutti o Nessuno» è il documento nel quale si riconoscono quegli operatori che in Italia, negli ultimi 15 anni, sulla spinta delle grandi lotte operaie e studentesche hanno lavorato per «aprire» le arcaiche strutture psichiatriche.
Il film va ben oltre le vicende personali che narra. In un medesimo atto di denuncia vengono coinvolti, nelle loro reciproche connessioni, da un lato lo spazio concreto dell’internamento del malato di mente – come nella puntata che abbiamo visto ieri – dall’altro la funzione di un sapere astratto, ritagliato nella teoria medica, intimamente dissociato, fin dalle sue origini, quanto alle sue finalità non mediche.
La dissociazione profonda, costitutiva della psichiatria, eroicamente risospinta verso riaggiustamenti interni delle «istituzioni» o del «sapere» non è viceversa spiegabile se non si coinvolge nell’analisi e nella denuncia la società, sia come organizzazione, sia come norma e valori dominanti, sia come società divisa in classi.
Limitarsi ad umanizzare la condizione di chi soffre con la creazione di luoghi «alternativi» e «comunitari», ma pur sempre appartati, dove trascorrere il tempo, breve o indefinito, della propria rottura con la norma, non muta la qualità della risposte se si accettano le finalità di una organizzazione «sociale» che tende ad espellere da sé la sofferenza separando i suoi portatori fra le mura di una istituzione.
Al contrario occorre tendere alla distruzione di questi luoghi dove miseria e sofferenza si occultano e si confondono reciprocamente, omologando dentro un mondo di marginali l’identità ed i bisogni di ciascuno.
Alle contraddizioni di una sofferenza che si mostra, nel suo ambiente, irriducibile, si risponde col servizio: quale che sia il destino della domanda, quale che sia la normalizzazione ottenuta o la soddisfazione del bisogno o la possibilità stessa di esprimerlo, il rapporto col servizio realizza l’omologazione necessaria affinché il conflitto apertosi non resti senza norma, non resti «fuori», «altro», polo critico ed illegale, pericoloso, spazio non controllabile.

Una doppia resistenza
Questa nuova totalizzazione, apparentemente opposta a quella asilare in quanto diffusa, destigmatizzante, pulita quanto l’altra appariva concentrata, definitoria, violenta, ha il vantaggio così di poter estendere il controllo medico-istituzionale ad aree di conflitto molto più larghe.
Il lavoro di questi anni è partito da questa consapevolezza.
Non si aveva di fronte solo una fortezza da attaccare, il manicomio, ma una «istituzione diffusa» modellata sulla sua logica, assai più duttile della rigida struttura asilare, capace di diffondersi, trasformarsi e riciclarsi.
Si è trattato dunque di innescare un processo del tutto nuovo, in cui gli ostacoli, affrontati giorno per giorno, non concernevano più solo le resistenze – istituzionali del dentro, ma, insieme a queste, incrociate e sovrapposte, le resistenze del «fuori», cioè della organizzazione sociale generale.
L’esperienza si è dislocata così su piani molto più complessi, per i quali si sono dovute inventare strategie «assistenziali» capaci di mediare contemporaneamente più fronti di intervento.
Obiettivo prioritario diventava la ricostituzione della singolarità della persona: sottrarla definitivamente al rapporto di tutela e riportarla, attraverso un percorso a ritroso, nel circuito degli scambi sociali.
Il processo tendenziale, così enunciato può suonare ancora una volta equivoco, dacché la psichiatria europea, da molti anni a questa parte, ha declamato proclami del genere, di reinserimento nel sociale, attraverso il riapprendimento delle regole; mettendo in atto per far questo nuovi codici e nuove terapeutiche.
La differenza che ci separa è lo spessore delle mura manicomiali.
Non si è trattato per noi di liberare la istituzione per riconvertirla ad un nuovo progetto «interno», costellandola, allo «esterno», di nuovi servizi assistenziali, selettivi di una nuova utenza, bensì di creare una nuova organizzazione transitoria capace di adeguarsi allo scopo che ritenevamo – essenziale: spezzare tutte le norme che regolamentavano la dipendenza dell’internato, ricostruire concretamente la sua identità di persona giuridica; porre le basi irreversibili del suo essere dentro il corpo sociale.
In altre parole sostituire al rapporto di «tutela» un rapporto di «contratto».
In nessun momento abbiamo nutrito l’illusione di trasformare lo spazio dell’internamento in uno spazio «clinico» o «multidisciplinare», per la consapevolezza profonda di due ordini di problemi: da un lato la «malattia» si costituisce nel sociale come processi di sanzioni, di restrizioni, di scambi, di resistenze accumulate – che rafforzano il «germe»; dall’altro l’Ospedale Psichiatrico non è mai stato altro che la sanzione definitiva della esistenza del «contagio», il luogo che con la sua esistenza, determinava ed organizzava la presenza minacciosa dei germi e l’inevitabilità, a certe condizioni, di andarveli a depositare.
Assumere il manicomio in tutta la sua consistenza di focolaio di infezione significa trovare una coerenza in facce opposte di una stessa realtà: comunità terapeutiche, manicomi, servizi territoriali, ospedali giudiziari si intrecciano costantemente capaci di convivere grazie, non solo all’inerzia del sistema, ma alla logica di un piano che non rischia su spazi vuoti di controllo.
La denuncia di Terzian sul racket italo-argentino della lobotomia, la condanna del direttore dell’ospedale giudiziario di Aversa, le difficoltà quotidiane a rompere la reazione a catena della psichiatrizzazione rappresentano in modo chiaro le contraddizioni in cui si muove la situazione italiana.
Da un lato la capacità di lotta espressa in questi anni dal movimento operaio e delle dorme sui temi della salute e della medicina, dall’altro la rigidezza e l’inerzia di una classe dirigente che resiste al cambio, sono fattori che acuiscono la durezza dello scontro in atto e la impotenza dei programmatori.

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di: franco basaglia - 20 Maggio 2023

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