Il ballottaggio il 28 maggio

“Sconfiggere Erdogan, ora o mai più!”: il “Gandhi turco” Kilicdaroglu è la speranza dei curdi

Esteri - di Laura Boldrini - 16 Maggio 2023

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“Sconfiggere Erdogan, ora o mai più!”: il “Gandhi turco” Kilicdaroglu è la speranza dei curdi

DIYABAKIR – I primi caroselli di macchine con clacson assordanti e bandiere al vento dell’HDP, il partito curdo della Turchia, a Diyarbakir, “la capitale” del Kurdistan turco, iniziano domenica sera alle 22:30, quando ancora i risultati finali delle elezioni non sono disponibili. Qui in tanti sono pronti a scommettere sulla vittoria di Kemal Kiliçdaroglu e quindi a festeggiare prima del tempo. L’affluenza alle urne è stata elevata nell’intero paese – circa il 90 per cento degli aventi diritto – e l’Anatolia meridionale non fa eccezione. Ai seggi ci sono andati pure gli ultranovantenni e le persone inferme. Il clima che si respira è quello di “o ora o mai più”: se questa volta le opposizioni unite non riusciranno a sconfiggere Erdogan, per la Turchia non ci sarà speranza. E per loro l’esito negativo rappresenterebbe una pesante perdita di credibilità.

A bordo di un pulmino bianco, la delegazione di osservatori indipendenti di cui faccio parte, composta da 6 persone tra cui Eleonora Mongelli, vicepresidente della Federazione italiana diritti umani (Fidu), e Francesca Pesce, avvocata dell’Arci, parte da Diyarbakir all’apertura dei seggi, diretta verso nord. Dopo aver attraversato il fiume Tigri, giunge a Kocaköy, distretto di circa 16mila abitanti. Ad accoglierci c’è Rojda Nazlier, ex sindaca del paese, incarcerata nel 2019 per undici mesi con l’accusa di terrorismo e subito sostituita con un commissario governativo. Amara sorte che Rojda condivide con decine di sindaci dell’HDP.

La nostra delegazione ha il compito di verificare che fuori dei seggi non vi siano azioni di disturbo, provocazioni o intimidazioni ai danni di chi sta andando a votare. «Entrare nelle scuole dove si vota è un’ipotesi nelle mani dei poliziotti, se rifiutano è bene non forzare», ci consiglia Cemil, insegnante di inglese che ci accompagna. Siamo d’accordo con lui, anche perché quando si tratta di ordini impartiti dai superiori, insistere non servirebbe a ottenere il risultato. Con sua sorpresa, invece, il nostro accesso avviene senza alcuna restrizione. «Non mi aspettavo questa apertura da parte della polizia», afferma. «Alle ultime elezioni del 2018 la delegazione straniera che seguivo ha avuto problemi e le è stato impedito di entrare».

All’interno della scuola c’è un grande flusso di persone, per le scale e nei corridoi si fa fatica a passare. Nelle aule, gli scrutatori – uomini e donne – registrano i votanti e a ciascuno consegnano due schede: una per le presidenziali con il volto e il nome dei quattro candidati, incluso Muharrem Ince nonostante si sia ritirato; l’altra, lunghissima, per l’elezione parlamentare, che contiene i simboli dei tanti partiti che concorrono. Per esprimere il voto, invece della matita, agli elettori viene dato un timbro. Poi le schede sono infilate in una busta di colore giallino da depositare in un’urna trasparente.

Alla chiusura dei seggi ci troviamo in una scuola di Egil, una cittadina di circa 30mila abitanti, e lì ci fermiamo per assistere alle operazioni di spoglio. Alle 17:10 viene tolto il sigillo in ceralacca e l’urna si apre. “Kemal Kiliçdaroglu… Kiliçdaroglu… Kiliçdaroglu…” scandisce ad alta voce uno degli scrutatori. Fin dalle prime schede sembra un plebiscito per il leader dell’Alleanza della Nazione, sostenuto anche della coalizione di sinistra “Lavoro e Libertà” in cui sono confluiti i candidati dell’HDP. A fine conteggio risulta però una discrepanza di tre voti fra il numero dei votanti e le schede scrutinate. Si ricomincia da capo. Nella seconda lettura c’è ancora un voto che non corrisponde e solo alla terza si arriva all’esito corretto: Kiliçdaroglu 196, Erdogan 43, Ogan 2, Ince 1, annullate 15. Questa percentuale così netta del 76 per cento a favore del “Gandhi turco” accende le speranze di alcuni degli scrutatori vicini all’HDP, che non nascondono la loro contentezza. «Una grande soddisfazione», dicono mentre si danno delle pacche sulle spalle.

«Qui è andata benissimo, anche se sappiamo che altrove non avremo gli stessi numeri». E la sera, verso le 21, inizia appunto “la guerra dei numeri” tra i media vicini al governo – l’agenzia di stampa governativa Anadolu, la Tv pubblica e altre emittenti – e i comunicati delle opposizioni che contestano le cifre diramate. Solo intorno a mezzanotte arriva pure da Anadolu la notizia che nessuno dei due candidati ha raggiunto il 50 per cento. Erdogan non si fa sentire, prende tempo e nella mattinata di ieri fa sapere che “il conteggio dei voti all’estero è ancora in corso”. Ma dopo l’annuncio ufficiale del Consiglio elettorale, giunto nel primo pomeriggio, non ci sono più dubbi. L’appuntamento che tutti considerano decisivo per il futuro della Turchia è rimandato al 28 maggio. Altre due settimane di dura campagna elettorale, in cui c’è da aspettarsi che Erdogan cercherà con ogni mezzo di impedire al Paese di voltare pagina. E l’opposizione non dovrà perdere questa occasione.

16 Maggio 2023

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