L'addio a 55 anni
Anubi D’Avossa Lussurgiu, cioè la politica come pensiero e rivolta
La politica non lo voleva più, lo considerava un estremista. Ma lui continuò a fare politica, senza stancarsi mai. Non sapeva rinunciare ad essere Anubi.
Politica - di Piero Sansonetti
È morto Anubi. Era una persona straordinaria, credo unica. Anubi lo puoi riassumere in tre parole: politica, pensiero, rivolta. Non ho mai conosciuto nessuna persona così piena di politica come lo era lui. Per lui la politica era tutto, era l’anima del mondo, lo spirito delle singole persone, l’insieme dell’umanità. La politica era teoria, poesia e concretezza. Questi elementi li unificava nel concetto e nella pratica della lotta. Anubi era “la lotta di classe”. Poi, magari, la parola classe cambiava sempre, si modificavano i suoi contenuti e i contorni. Ma il concetto era ben fermo e chiaro ed è stato il cuore di Anubi.
Era una persona coltissima, istruita e sapiente. Ed era di un’intelligenza rara, in alcuni tratti, secondo me, era un genio. Credo che proprio per queste ragioni fosse lontanissimo dalla possibilità di avere successo. Era troppo diverso dagli altri e troppo, troppo lontano dal potere. Non è che non anelava al potere, è molto di più: anelava al non-potere, considerava qualsiasi potere qualcosa da eliminare e respingere. Lo dimostra la sua storia, la sua biografia. Il modo nel quale la politica ufficiale, quella degli establishment, che pure era consapevole della potenza morale e intellettuale di Anubi, l’ha sempre escluso. Eppure lui aveva tutte le qualità per emergere e per svolgere un ruolo importante. Anche nelle istituzioni. Tutte le qualità meno una: non era controllabile. Aveva 55 anni, ma io lo ho sempre visto come un ragazzino. Non uso in senso sprezzante questo termine, al contrario, lo uso per esaltarlo. Magari aveva la sindrome di Peter Pan, ma credo che tra tutte le sindromi che si possono avere quella di Peter Pan è la migliore.
A vent’anni era stato più o meno il capo della “Pantera” a Roma. La Pantera è stato l’ultimo grande fenomeno di ribellione studentesca. Potremmo anche dire che è stata il capitolo finale e tardivo del Sessantotto. (Anubi, per molti versi, era e si sentiva un sessantottino). Era il 1990 e quasi tutte le università italiane furono occupate contro la riforma Ruberti. Si trattava di una legge – preparata dal ministro dell’Università, socialista, appunto Ruberti, ex rettore della Sapienza – che introduceva i privati e il capitale e le imprese al vertice delle università. Trasformandole da luogo di formazione e di produzione culturale in fabbrica delle classi dirigenti capitaliste. Decine di migliaia di studenti insorsero con una forza che non tornerà più. Il nome “la Pantera” nacque da un riferimento ideale (Il “Black Panther”, cioè il partito della rivolta dei neri d’America alla fine degli anni 60) e da un episodio di folklore: in quei giorni dell’inverno 90, nelle strade di un quartiere periferico romano fu avvistata una pantera. Scattò la caccia, con grandi titoli dei giornali. Gli studenti affissero ai muri centinaia di manifesti con la figura della pantera che era stata simbolo del Black Panther e la scritta: “La pantera siamo noi”.
Mi accorgo che ho già scritto molte righe e non ho neanche citato il cognome di Anubi. Si chiamava D’Avossa Lussurgiu. Ma nessuno lo chiamava così, valeva solo il nome di battesimo. Non aveva maestri. Militò a lungo in Rifondazione Comunista e ne fu anche funzionario. Contemporaneamente lavorava nella redazione di Liberazione. Ma a un certo punto si dimise, rinunciando allo stipendio, perché era in dissenso con la direzione del partito. Poi fu tra i protagonisti del movimento no-global, era a Genova, naturalmente, nei giorni infuocati del G8 di 25 anni fa. Qualche anno dopo entrò nuovamente nella redazione di Liberazione, della quale io ero direttore, come inviato, e diede l’anima per il giornale. Aveva un rapporto un po’ fumoso con la quotidianità e con la concretezza del lavoro, ma era in grado di produrre una quantità così grande di idee e di pensiero da rendersi assolutamente fondamentale per il giornale. Furono anni molto belli. Di idee, di lotte, di innovazioni. Il tentativo di ammodernare il partito comunista non spostandolo a destra, anzi spingendolo più a sinistra, ma facendogli capire il valore della libertà. Anubi certo non era uno stalinista. Ricordo quel giorno che improvvisamente sparì: aveva preso un aereo ed era volato in Grecia dove restò per settimane, nelle giornate della rivolta dei greci contro l’assalto liberista di Bruxelles. Quando Atene fu messa a ferro e fuoco. Mandava dei pezzi lunghissimi, vissuti, veri, pieni di fatti e di giudizi, e di orientamento.
Io poi andai via da Liberazione (per essere più precisi, fui cacciato) lui restò ancora alcuni mesi poi si dimise e di nuovo restò senza stipendio. Per lui era una cosa normale. Però nel frattempo aveva avuto due figli dalla sua compagna Silvia Dal Pane, e doveva contribuire a mantenerli. Andò a Napoli, vinse un concorso e fu assunto in un museo. La politica non lo voleva più, lo considerava un estremista. Ma lui continuò a fare politica, senza stancarsi mai. A organizzare cortei, proteste, a partecipare alle lotte per la casa, a stabilire collegamenti con rivoluzionari di altri paesi. Non sapeva rinunciare ad essere Anubi. Non credo che nascerà molto presto un’altra persona come lui.