La memoria sugli spalti
Lumumba c’è: il tifoso della Repubblica Democratica del Congo che porta ai Mondiali la carneficina del colonialismo
La posa di Michel Kuka Mboladinga che ricorda quella del primo ministro dell'indipendenza: torturato, ucciso, sciolto nell'acido nel 1961. L'unica persona, un ex diplomatico belga, a processo per l'eliminazione è morta il mese scorso
Esteri - di Antonio Lamorte
Si è fatto rivedere, a modo suo. In piedi sugli spalti, sempre immobile come una statua, la mano in alto. Si chiama Michel Kuka Mboladinga ma lo chiamano tutti Lumumba. E potrebbe passare anche per una macchietta, un personaggio grottesco ed esibizionista – come dar torto – in cerca di attenzioni insomma in quel circo mediatico e spettacolare che sono i Mondiali di calcio, in questi giorni e fino a metà luglio in corso tra Stati Uniti, Canada e Messico. Dietro quel nome si cela tuttavia una delle storie più cruente del colonialismo del ventesimo secolo. “È qui. Sta ancora in piedi. Ora l’immagine è completa”, le parole sull’account social ufficiale della nazionale.
Mboladinga è infatti un tifoso della Repubblica Democratica del Congo, ha scelto questo nickname perché la sua posa ricorda quella del politico, attivista, protagonista dell’indipendenza dal Belgio del Paese africano nel 1960, primo ministro assassinato e sciolto nell’acido nel 1961 mentre il Paese scivolava verso una dittatura feroce e oscurantista. Quella posa è la posa della statua di Patrice Lumumba nella statua che si trova a Kinshasa, capitale di quello che il dittatore Mobutu Sese Seko ribattezzò Zaire dal 1971 al 1997.
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Lumumba era nato nella provincia del Kazai. Formazione in una scuola missionaria, membro del gruppo degli évolués, fondatore del Movement National Congolais, divenne primo ministro e ministro della Difesa del primo governo dopo l’indipendenza. Al durissimo discorso pronunciato all’insediamento davanti al Re Baldovino, si aggiunsero anche la secessione della regione del Katanga, le stragi dell’esercito nel Kasai e lo scontro frontale con il Presidente Kasavubu.
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“Di ciò che è stata la nostra sorte in 80 anni di regime coloniale, abbiamo ancora le ferite troppo fresche e dolorose perché noi possiamo dimenticarle; abbiamo conosciuto il lavoro sfibrante, preteso in cambio salari che non ci permettevano né di mangiare per saziare la nostra fame, né di vestirci o alloggiare decentemente, né di crescere i nostri figli come creature amate. Abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le botte che dovevamo subire mattina pomeriggio e sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà che a un nero si dava del ‘tu’, non certo come a un amico, ma perché il ‘voi’ formale era riservato ai soli bianchi? Abbiamo visto le nostre terre spogliate in nome di testi solo nominalmente legali, che non facevano altro che riconoscere la legge del più forte. Abbiamo visto che la legge non era mai la stessa a seconda che si rivolgesse a un Bianco o a un Nero, accomodante per l’uno, crudele e disumana per l’altro. Abbiamo conosciuto le sofferenze atroci dei carcerati per ragioni politiche o religiose, esuli nella propria stessa patria: la loro sorte era davvero peggiore della morte”.
Lumumba venne catturato e imprigionato in un campo militare dalle forze di Joseph Désiré Mobutu, che lui stesso aveva nominato Capo di Stato Maggiore e che alle negoziazioni a Bruxelles era stato assoldato come informatore sia dall’intelligence interna che dalla CIA statunitense. È morto appena il mese scorso l’ex diplomatico belga Ètienne Davignon, prima e ultima e unica persona a processo per l’eliminazione: accusato di “partecipazione a crimini di guerra” e di essere coinvolto nella “detenzione o trasferimento illecito” nel Katanga dove il primo ministro venne torturato e fucilato in un bosco. Del corpo, sciolto nell’acido, rimase soltanto un dente.
Pur non essendo mai stato provato un coinvolgimento diretto del governo belga nell’eliminazione di Lumumba, Bruxelles ha chiesto scusa ufficialmente per l’accaduto nel 2002 e il dente, portato da un poliziotto in Belgio, venne restituito alla famiglia. Il tifoso non era stato presente all’esordio della sua nazionale contro il Portogallo, per l’isolamento richiesto dalle autorità statunitensi per l’epidemia di ebola in corso in Africa centrale. Quella partita la sua squadra l’aveva pareggiata, ieri contro la Colombia la sconfitta per 1 a 0. La Repubblica Democratica del Congo non partecipava ai Mondiali da 52 anni.