Dopo i fatti di Bologna
L’ammissione del ministro Piantedosi: le forze dell’ordine non hanno regole sul lancio di lacrimogeni…
Loro parlano di legge e ordine. Bisogna rispondergli con la Costituzione e le libertà civili. Con forza e convinzione.
Politica - di Vincenzo Scalia
La dichiarazione del Ministro dell’Interno in merito all’assenza di protocolli che regolino le modalità di utilizzo dei gas lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine, suscita una reazione mista di sgomento e consapevolezza. Non si può rimanere sgomenti di fronte all’ammissione di un vuoto regolativo. Che segue una serie di episodi tragici, il più noto dei quali riguarda il fatti del 2 dicembre scorso a Bologna, quando Lince, una giovane che manifestava per la Palestina, perse l’uso di un occhio dopo essere stata colpita da un lacrimogeno lanciato ad altezza d’uomo, a cui seguirono il pestaggio e l’arresto.
I manifestanti, in quanto sovversivi a priori, non avrebbero diritto ad esprimere le loro prerogative costituzionali di dissenso, di espressione e di riunione. Peggio ancora, se rimangono vittime di un abuso che ne pregiudica la salute, l’ordine prevale sulla necessità di prestare soccorso a chi è stato colpito (in questo caso, colpita) duramente da un corpo contundente, negando anche il diritto alla salute. Lo sgomento che si prova è ancora maggiore alla luce dei provvedimenti approvati attraverso i vari decreti sicurezza, che ampliano l’immunità delle forze di polizia, a partire dal cosiddetto scudo penale. A mettere insieme l’assenza di protocolli e lo scudo penale, il quadro che ne viene fuori è preoccupante per chi ha a cuore le sorti dello Stato di diritto. Vuol dire che le forze dell’ordine sono dotate di poteri discrezionali smisurati, che possono far valere a loro piacimento nei confronti di chi considerano sovversivo, delinquente o minaccioso a qualsiasi titolo per l’ordine pubblico. E possono scegliere di agire secondo le modalità che ritengono adeguate, certi di godere di un ampio spazio di impunità.
Dall’altra parte, le dichiarazioni di Piantedosi, aprono uno spazio per chi crede che le forze di polizia, in uno Stato di diritto, debbano essere imparziali, e, soprattutto, il loro operato vada regolato su due livelli: il primo, quello esterno, riguarda il rispetto delle leggi ispirate da e inserite in una cornice costituzionale. Il secondo, quello interno, riguarda la formazione delle forze dell’ordine. I casi di abusi di polizia, tra cui sono emblematici quello di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini, portarono alla luce l’assenza di formazione, in particolare in relazione agli eventi più critici. Con le conseguenze tragiche che conosciamo. Per questi motivi bisogna insistere sulla necessità di istituire protocolli e formazioni accurate, in modo che, come nel caso delle regole d’ingaggio dell’esercito, sussistano dei precisi dettati a cui richiamarsi per perseguire eventuali abusi. A fianco di questo, bisogna insistere per i numeri di matricola obbligatori e per l’istituzione di una commissione indipendente, in grado di indagare sugli abusi denunciati dai cittadini. Loro parlano di legge e ordine. Bisogna rispondergli con la Costituzione e le libertà civili. Con forza e convinzione.