L'avvocato del popolo fedele a se stesso
Conte come Antani: supercazzola con scappellamento a destra…
Le parole di Giuseppi ricordano i paradossi di Jacovitti, che si defi niva “un anarchico di centro”. Troppo moderno per essere di sinistra, o così antico come qualunque trasformista?
Politica - di Fulvio Abbate
Giuseppe Conte: non è la prima volta che l’uomo, il politico senta il dovere di precisare la carta identitaria già fantasmatica del proprio movimento, forse (volutamente?) parafrasando (e insieme ribaltando) le parole di Benedetto Croce riferite originariamente al sentire cristiano: “Ci definiamo progressisti perché non possiamo dirci di sinistra. Siamo una forza giovane, non apparteniamo alle famiglie tradizionali della sinistra. È un fatto oggettivo. E lo dico anche con rispetto di tutto quello che hanno fatto storicamente le forze di sinistra”.
Così l’esatto e “giovane” Conte, intervenendo al forum in Masseria che Bruno Vespa ha organizzato a Manduria, nelle Puglie. Per poi, sempre lui, il nostro Conte, aggiungere che con la dicitura (se non il “bugiardino”) “progressista” si ha modo di “marcare una differenza” che “ci consente di abbracciare un campo più ampio e in contrapposizione alle forze conservatrici nel migliore nei casi e reazionarie nel peggiore dei casi, come questo governo”. Chissà perché tali affermazioni mi hanno riportato a Jacovitti, genio del fumetto e dell’illustrazione italiani, l’Hieronymus Bosch della narrativa disegnata nazionale. Questi, Jacovitti (Benito, all’anagrafe. Franco, per i familiari) già autore nell’immediato dopoguerra dei manifesti dei Comitati civici democristiani in funzione anticomunista, interpellato dal sottoscritto nel 1984 circa la propria collocazione politica, ebbe a definirsi “anarchico di centro”, per poi compendiare con una nota ulteriore il proprio pensiero: “Perché dal centro le cose si vedono meglio”.
A suo modo, se è concessa una metafora, il Movimento 5 Stelle, osservato nel suo iter, ora decisamente militante e antisistema con i suoi gazebi, ora come forza di governo in blazer “Davide Centi a Campo Marzio”, dal fondatore Beppe Grillo, veleggiante sulle teste dei simpatizzanti a bordo di un canotto, così nei giorni degli esordi in piazza Maggiore a Bologna, al transfuga post-guevarista Di Battista, da Luigi Di Maio, affacciato al balcone di Palazzo Chigi per annunciare “la fine della povertà grazie al reddito di cittadinanza”, allo stesso “presidente”, avvocato Giuseppe Conte, devoto di Padre Pio, come già l’attore Carlo Campanini e il non meno compianto avvocato Pandiscia, dicevo appunto che l’insieme di questi dati singolarmente sincretici non può che ricondurci alle tavole di Jacovitti, dove si affastella una massa di personaggi grotteschi in grado di restituire il paradossale bestiario del caos condominiale proprio dell’umana coesistenza. Non è da escludere che il tema della coesistenza, in questo caso politica, riguardi altrettanto il cosiddetto “campo largo”, poco importa se in presenza di un “programma” già stilato e debitamente controfirmato da tutti i suoi partecipanti, o ancora in attesa di formalizzarsi nella mente dei singoli, immagino dopo avere valutato il peso elettorale dei “millesimi” di ciascuno. La citazione condominiale anche in questo caso appare d’obbligo, assodate le peculiarità, diciamo, caratteriali dei suoi personaggi in attesa d’autore e, va da sé, di un prim’attore che guidi la coalizione.
Tornando a Giuseppe Conte, c’è al momento solo modo di scorgerlo in un selfie dove si affaccia insieme a Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, presumibilmente in un referenziato “grottino”, in attesa del menu: sulla tavola, infatti, al momento dello scatto della presunta concordia non meno presumibilmente operativa, unicamente gli smartphone di ciascuno, l’oggetto ormai principe d’ogni comunicazione politica che passi dai social. Quanto al resto, forse soltanto il genio della semiologia Roland Barthes, se ancora fosse fra noi, saprebbe decodificare i sorrisi stentati dei presenti, fino a tradurli nella effettiva volontà politica unitaria dell’insieme. Dove il messaggio infine consegnato rimanda, quasi minacciosamente o forse in forma anodina, a un ulteriore selfie a venire: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”. E qui, accanto a Jacovitti, assodato altrettanto il riferimento al mese del solleone, giunge un’altra necessaria citazione metaforica sull’indistinto dei lavori in corso dell’ancora fantasmatico “campo largo”: “Luglio, col bene che ti voglio vedrai non finirà, ai, ai, ai, ai… Luglio m’ha fatto una promessa l’amore porterà, ai, ai, ai, ai”, brano innanzato al successo da Riccardo Del Turco nel “Disco per l’estate” 1968.
Dicevamo però di Conte. Le sue ultime parole conosciute, abbiamo modo di reperirle sul profilo Facebook del diretto interessato, dove, fra molto altro, c’è modo di leggere orgoglio per il lascito dei “209 miliardi del Pnrr che abbiamo conquistato in Europa” e ancora leggiamo: “Il Governo Meloni, finita la sua esperienza, che farà? Il tour degli stabilimenti di armi e munizioni realizzati in Germania grazie al Piano di Riarmo europeo? Tocca a noi voltare pagina dopo 4 anni in cui hanno dimenticato l’interesse nazionale, senza alcuna strategia”. E qui, chissà perché, chissà come, ritrovo nuovamente i miei dubbi sul DNA politico del M5S e lo stesso suo “presidente”, non proprio sulla sua volontà provinciale narcisistica d’essere il dominus dell’alleanza, semmai sulla natura culturale stessa del suo elettorato, storicamente mosso, fin dai giorni della gestione Grillo-Casaleggio Senior, da una forma di populismo assembleare, di più, espressamente condominiale, dove, nel tesoretto dei suoi millesimi vive ogni genere di spinta, così da suggerire un bricolage identitario che, accanto alla simpatia verso la Russia dell’autocrate Putin, porta con sé altrettanto la pulsione complottista, o devo credere davvero che nel frattempo, le suggestioni sull’esistenza dei rettiliani fra noi, e ancora di un nostro cielo solcato dalle scie chimiche, e i dubbi sulla necessità della copertura vaccinale siano ormai un ricordo remoto, perché nel frattempo l’avvocato avrebbe ridefinito l’ordine delle cose… Sarà vero?
Autentico il pronunciamento antifascista che gli ex grillini sembrano aver fatto proprio? Alla fine, tornando alla suggestione che giungeva dalla metafora dell’“anarchico di centro” Jacovitti, mi interrogo su dove sarà adesso quell’elettore vestito da moschettiere, cappello piumato e spada al fianco come redivivo D’Artagnan, che c’era modo di scorgere al raduno romano al Circo Massimo, era il 2018, quando l’interrogativo sulla sostanza politica ultima sul Movimento era ancora sormontato da un grande punto di domanda, e intanto Conte preparava sé stesso per conquistare l’egemonia su un soggetto inizialmente nato su una scommessa post-ideologica e che ora si dichiara “progressista”. Chissà se poi quel punto interrogativo nel frattempo ha trovato risposta. Nel frattempo, pensando all’antagonista Renzi, dall’avvocato giunge una postilla: “L’obiettivo primo -aggiunge – è cambiare l’Italia. Sicuramente c’è un problema di affidabilità dei compagni di viaggio. Non dobbiamo creare un’accozzaglia, un caravanserraglio, perché altrimenti si vincono le elezioni e poi ci si scioglie come neve al sole”. Il punto interrogativo appare così ancora inamovibile, così come l’ombra di Jacovitti che si allunga sul selfie, a maggior ragione se consideriamo che quello scatto da tavernetta ha generato meme e ogni altro genere di suggestioni, soprattutto dopo avere rilevato l’assenza di Matteo Renzi. Chi vivrà vedrà. Non resta che mettersi in attesa del prossimo selfie, magari con l’equipaggio del “campo largo” al completo.