Scuole aperte o scuole chiuse?
Il flop del Piano Estate del governo per i bambini: pochi posti e progetti concentrati in poche settimane
La domanda giusta è un’altra: come garantire a ogni ragazza e a ogni ragazzo, a ogni bambina e ogni bambino, indipendentemente dal reddito familiare e dal luogo in cui vivono, un’estate ricca di opportunità educative, culturali e relazionali?
Politica - di Irene Manzi
Ogni giugno si ripete lo stesso copione. Le famiglie italiane si trovano a fare i conti con quattordici settimane di vuoto tra la fine delle lezioni e la ripresa di settembre, il calendario scolastico più lungo d’Europa. E il dibattito pubblico si inceppa, puntuale, sulla domanda sbagliata: scuole aperte o scuole chiuse? È una polarizzazione che produce polemiche stagionali ma non costruisce soluzioni. Bisogna avere il coraggio di superarla.
La domanda giusta è un’altra: come garantire a ogni ragazza e a ogni ragazzo, a ogni bambina e ogni bambino, indipendentemente dal reddito familiare e dal luogo in cui vivono, un’estate ricca di opportunità educative, culturali e relazionali? Rispondere non significa negare il valore del riposo estivo né imporre una scuola tutto l’anno. Significa riconoscere che il tempo estivo oggi non è uguale per tutti e spesso accentua le disuguaglianze. E questa disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica. Si tratta insieme di aiutare le famiglie e tenere in considerazione le impostazioni diverse che pedagogia e psicologia suggeriscono da tempo. I dati che abbiamo davanti sono eloquenti. Nel 2026 un mese di centri estivi privati costa quasi 750 euro a figlio; quelli pubblici circa 400, ma i posti sono pochi e i progetti concentrati in poche settimane. Il Piano estate– meritevole negli intenti ma tardivo nell’uscita e definizione- raggiunge appena un alunno su nove. I fondi stanziati per quest’anno, 300 milioni, sono insufficienti. E il problema colpisce di più chi vive in zone periferiche, chi ha un background migratorio, chi non può contare su reti familiari o risorse private. Per loro le opportunità educative in estate non sono un optional: sono spesso l’unico modo per non restare indietro.
Sarebbe però un errore pensare che la risposta debba essere affidata esclusivamente all’istituzione scolastica. Il semplice allungamento del calendario, senza una riflessione più ampia, rischierebbe di produrre più stanchezza che opportunità. Quello di cui abbiamo bisogno è una rete stabile e una risposta non occasionale: il modello della comunità educante. Un progetto educativo che, attraverso i patti educativi territoriali ed il coinvolgimento di educatori, pedagogisti, mondo associativo, enti locali, terzo settore, reti di scuole, può garantire tutto l’anno azioni educative a favore degli studenti, offrendo attività educative o ricreative in base ai momenti dell’anno, con il coinvolgimento di soggetti capaci di farsi carico dei diversi bisogni delle comunità. Attività che si svolgono costantemente in molte parti del nostro Paese che necessitano di risorse strutturali per avere continuità.
C’è però un ostacolo concreto che ogni ragionamento serio deve affrontare: le caratteristiche degli edifici scolastici italiani, pensati per un clima che non esiste più. Nel 2021 Simona Malpezzi e Massimiliano Romeo– capigruppo di Pd e Lega- avviarono una prima riflessione parlamentare bipartisan sulla climatizzazione delle scuole, stanziando risorse per attuarla. Da allora molti Comuni hanno investito in questa direzione, ma in modo frammentato. Serve un piano nazionale per l’adeguamento climatico del patrimonio edilizio scolastico: non un lusso, ma una condizione indispensabile per rendere gli spazi fruibili nei mesi più caldi. Di fronte a tutto questo, il ministro Valditara ha scelto di trattare il tema come una questione gestionale, senza aprire un confronto serio con i territori né proporre una visione di medio periodo. È un atteggiamento che dispiace, perché la questione non ha colore politico: riguarda famiglie che lavorano e ragazzi che meritano uguali opportunità.
Il Partito Democratico ha scelto di non aspettare. Partendo dalla petizione lanciata da WeWorld– sottoscritta da 75.000 persone- presentata in Senato pochi mesi fa per aprire un confronto ampio e serio con il mondo della scuola, le famiglie, gli enti locali, quanti hanno a cuore l’educazione dei più giovani per affrontare strutturalmente un problema che ogni estate si ripresenta uguale a se stesso. La vera sfida è costruire un sistema di opportunità estive accessibile a tutti, ovunque e per qualunque reddito familiare. Su questa sfida il Partito Democratico intende assumersi una responsabilità politica chiara, ascoltando scuole, comuni e terzo settore nel corso di una grande iniziativa pubblica. L’Italia ha bisogno di una visione nazionale. L’estate non può continuare a essere il tempo in cui le disuguaglianze si allargano in silenzio.
*Responsabile nazionale scuola Pd