17 giugno 1966

Come il pugile Rubin Carter finì in carcere per 19 anni, da innocente: la storia di “Hurricane”, che ispirò Bob Dylan e il film con Denzel Washington

Voleva diventare campione del mondo: divenne un altro simbolo della stagione delle marce, delle campagne, delle mobilitazioni per i diritti civili degli afroamericani. Tornò in libertà soltanto nel 1985, dopo che la Corte Federale sentenziò che l'accusa era “basata su motivazioni razziali”

Sport - di Antonio Lamorte

17 Giugno 2026 alle 16:12

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FILE – Co-defendants, from left, John Artis and Rubin “Hurricane” Carter, right, arrive at Pasaic County Courthouse Annex in Paterson, N.J., May 25, 1967. Artis, who was wrongly convicted with boxer Carter in a triple murder case that was publicized in a 1975 song by Bob Dylan and a 1999 film starring Denzel Washington, has died, Artis died at 75 on Nov. 7, 2021 of a gastric aneurysm at his home in Hampton, Va., said Fred Hogan, a longtime friend who who worked to help overturn the convictions of Artis and Carter. (AP Photo/Anthony Camerano, File)
FILE – Co-defendants, from left, John Artis and Rubin “Hurricane” Carter, right, arrive at Pasaic County Courthouse Annex in Paterson, N.J., May 25, 1967. Artis, who was wrongly convicted with boxer Carter in a triple murder case that was publicized in a 1975 song by Bob Dylan and a 1999 film starring Denzel Washington, has died, Artis died at 75 on Nov. 7, 2021 of a gastric aneurysm at his home in Hampton, Va., said Fred Hogan, a longtime friend who who worked to help overturn the convictions of Artis and Carter. (AP Photo/Anthony Camerano, File)

Intorno alle 2:00 di notte del 17 giugno 1966, al “Lafayette Bar and Grill” a Paterson, nel New Jersey, non c’era già più niente da fare per il barista Jim Oliver e per Fred “Cedar Grove Bob” Nauyoks. La cameriera Hazel Tanis – colpita a colpi d’arma da fuoco alla gola, allo stomaco, all’intestino, alla milza, al polmone sinistro e a un braccio – morì circa un mese dopo l’agguato. E Rubin Carter che girava nella sua Dodge bianca con l’amico John Artis, pugile anche lui, tra l’altro un prospect promettente. Avrebbe preferito diventare campione del mondo, sarebbe finito in una canzone di Bob Dylan: altro simbolo della stagione di marce – mai realmente finite – campagne, boicottaggi, mobilitazioni, di sportivi prestati alle campagne dei diritti umani, in particolar modo al movimento contro le violenze e i soprusi sugli afroamericani negli Sati Uniti. 19 anni in carcere per un triplice omicidio che non aveva mai commesso. Forse perché era perfetto: afroamericano, nigger, dentro e fuori dal carcere, dentro e fuori dal riformatorio fin da bambino, da grande pugile.

A 8 anni era finito per la prima volta al riformatorio, per difendere un amico da un pedofilo avrebbe raccontato. Era nato in una famiglia con sette figli. Piccoli furti, il padre che lo picchiava con la cinta. A 12 anni aveva preso a bottigliate in testa un uomo, derubandolo del portafoglio. Era riuscito a evadere, a scappare a Philadelphia, a entrare nell’esercito e ad arrivare in Germania come paracadutista. Aveva scoperto il pugilato sotto le armi, dove non sarebbe rimasto più di tanto per via della sua tendenza all’insubordinazione. Ancora in carcere, avrebbe continuato a coltivale la Noble Art. E aveva cominciato a scalare i ranking dei pesi medi: 20 vittorie nei primi 24 match disputati. Alto un metro e 73. Gancio sinistro potente, mascella resistente. Avanzava sempre, era irruento. Era Hurricane, l’uragano. Arrembante, tempeste di colpi. Era anche indisciplinato, uno che non dava sempre retta all’angolo, agli allenatori.

Quella notte a Paterson, New Jersey

Si diceva anche che a Carter piacesse bere, che girasse sempre con una bottiglia di vodka in macchina. Che amava vestire elegante, gli piacevano gli abiti sgargianti. Aveva una barca da otto metri. Ed era convinto che i neri dovessero difendersi da soli, come diceva Malcolm X: era contrario alla resistenza passiva gandhiana. Aveva sposato le battaglie dei movimenti dei diritti civili. Anche a Paterson i neri vivevano spesso nei ghetti, anche lì c’erano state delle proteste. E quella sera Carter era stato a un concerto di James Brown, girovagava con l’amico come uno che cercava qualcosa: forse un punto di rilancio, per ripartire. L’apice l’aveva toccato con la vittoria contro Emile Griffith. L’occasione mondiale era con la sfida contro Joey Giardello, nel dicembre del 1964, uno  che aveva battuto anche Sugar Ray Robinson, anche se a fine carriera. Carter disse sempre che quella vittoria gli era stata rubata, alcuni osservavano confermavano, però non fece ricorso. Dopo quella sconfitta non era stato più lo stesso. Aveva soltanto 29 anni.

La polizia aveva raccolto delle testimonianze: due neri erano scappati a bordo di un’automobile di colore chiaro. E Carter e Artis vennero fermati, portati in commissariato, interrogati, sottoposti alla macchina della verità. Esito: quei due mentivano. Ma non poteva essere una prova e vennero rilasciati entrambi. Ancora non lo sapeva, “Hurricane” Carter, che la figuraccia del 6 agosto 1966 a Rosario, in Argentina, sconfitta ai punti per mano di Juan Carlos Rivero, sarebbe stata la sua ultima volta sul ring. A ottobre, una volta tornato negli USA, lo avrebbero arrestato e incriminato per triplice omicidio. A incastrarlo una testimonianza, quella del criminale Alfred Bello che con un altro collega si trovava nei paraggi del Lafayette la notte della carneficina. 12 giurati popolari tutti bianchi al primo processo: Carter e Artis condannati all’ergastolo. Hurricane finì in una cella chiamata “il buco”, dormiva su un letto di cemento. Perse la vista dall’occhio destro a causa di un’operazione alla retina curata male. Il secondo grado, il 15 luglio del 1969, confermò il primo giudizio. Record finale della sua carriera da pugile professionista: su 40 incontri 27 vittorie, 12 sconfitte, un pareggio.

La canzone di Bob Dylan

Non un detenuto modello: d’altronde era sempre Hurricane. Rifiutava l’uniforme da detenuto, rifiutava l’ora d’aria, rifiutava anche il cibo a volte. Almeno in cella trovò il tempo di scrivere un’autobiografia: The sixteenth round: from contender n.1 to #45.472 (Il sedicesimo round: da sfidante n.1 a matricola 45472). La 16esima è la ripresa in più, dopo le 15 allora previste da regolamento nei match professionistici titolati: era quella in carcere. “Hurricane, Uragano, è il nome d’arte che ho acquisito più tardi, nel corso della mia vita. Dà una descrizione giusta delle forze distruttive che lottano all’interno della mia anima. Carter è il nome di schiavitù che fu dato ai miei avi che lavorarono nei campi di cotone dell’Alabama e della Georgia e che mi hanno passato”. E una copia di quel libro la spedì a personaggi influenti tra cui Bob Dylan, il songwriter, protagonista del folk americano, il menestrello di Duluth, il rivoluzionario della scandalosa svolta di Newport, che nel 1963 aveva scritto e cantato la vicenda di un altro pugile. Ma Who killed Davey Moore? era una classica canzone di protesta a più voci nella quale in uno scaricabarile infinito gli spettatori, l’arbitro, gli scommettitori, gli organizzatori, l’avversario respingevano ogni accusa per la morte dell’ex campione del mondo dei pesi piuma morto dopo un ko brutale. “Why an’ what’s the reason for?”. Ma quella di Hurricane era un’altra storia.

Dylan visitò il pugile nel carcere di Rahway, a Woodbridge Township, nel New Jersey: un incontro immortalato anche in uno scatto. E con Jacques Levy scrisse una canzone folk rock affilata, di otto minuti e mezzo, registrata al Columbia Studio di Manhattan, con un intramontabile riff di violino. Ripercorreva tutta la vicenda Hurricane, per il poeta icona della beat generation Allen Ginsberg era “quel genere di canzone che i ribelli superstiti degli anni ’60 stavano chiedendo a gran voce che scrivesse”. Anche in Italia divenne disco d’oro, nonostante la lunghezza tutt’altro che maneggevole che infatti divise il singolo tra le due facciate, Part I e Part II. “Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”.

La canzone finì nell’album Desire del 1975. 35mila i paganti per “La notte dell’Uragano” che si tenne l’8 dicembre 1975 al Madison Square Garden con la Rolling Thunder Revue per raccogliere fondi per le spese legali per Rubin Carter, che telefonò nel corso della serata. “Sono seduto qui in prigione, nelle viscere di un penitenziario e penso che questo sia un atto davvero rivoluzionario, che tanta gente del mondo là fuori possa riunirsi per un uomo in prigione”. Presente Muhammad Alì, suonarono che Joan Baez e Joni Mitchell. Pochi giorni prima Dylan aveva suonato alla Clinton State Prison, dove Carter era sul palco per invitare la stampa a parlare del suo caso.

La liberazione e il film “Il grido dell’innocenza”

Carter tornò in libertà per un breve periodo nel 1976 dopo che i testimoni, ritrattarono le loro versioni. Ritornò in carcere dopo un altro processo. Alcuni anni dopo gli avvocati di Carter promossero una petizione per appellarsi alla Corte Federale: a insistere era stato il giovane avvocato afroamericano Lesra Martin che, dopo aver conosciuto la vicenda, cominciò una fitta corrispondenza con il pugile detenuto e con un gruppo di avvocati. Il giudice Haddon Lee Sarokin sentenziò che quello a Carter e Artis non era stato un processo equo e che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”. Caddero tutte le accuse, Carter e Artis vennero rilasciati. Questa vicenda ha ispirato il libro Lazarus e Hurricane scritto da Sam Chaiton e Terry Swinton e il film The Hurricane – Il grido dell’innocenza, interpretato nei panni del protagonista da Denzel Washington – nominato ai Premi Oscar  nel 2000 per il ruolo da protagonista – e diretto dal regista Norman Jewison.

Quando il film – che non fu risparmiato dalla fedeltà nella ricostruzione dei fatti – uscì nelle sale, Carter venne ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Carter infine si trasferì in Canada, a Toronto. Viveva in una fattoria. Si impegnò in prima persona per i diritti civili de detenuti. Per uno scambio di persona venne arrestato ancora una volta nel 1996, subito rilasciato dalla polizia. Ricevette una laurea Honoris Causa in Legge dalle Università di New York, di Toronto e Brisbane per le sue attività nell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore. E la World Boxing Council (WBC), la sigla più prestigiosa del pugilato mondiale, nel 1993 gli conferì il titolo di Campione del Mondo “ad honorem”. Sarebbe morto il 20 aprile 2014,a 76 anni, a causa di tumore alla prostata. Viveva in una fattoria. Ad assisterlo c’era John Artis, che da quella notte del 17 giugno 1966 a Paterson, New Jersey, non lo aveva mai abbandonato.

17 Giugno 2026

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