L'intervista all'ex calciatore e commentatore
Senza fede non si può combattere, Daniele Adani racconta Muhammad Alì: “È stato il GOAT degli sportivi, ho imparato da lui la forza della parola”
A 10 anni dalla morte del pugile. "Sono stato segnato dal suo percorso, dal modo in cui ha vinto rinnovandosi più volte, risorgendo, imponendosi: mi ha fatto capire quanto la forza della fede possa veramente cambiare le cose". Il futuro della Nazionale italiana e la favorita ai Mondiali
Sport - di Antonio Lamorte
Cos’è che sarebbe stato o sarebbe ancora possibile senza la forza di immaginare e di sentire: se non avessimo una visione. “La forza della fede incisa nel suo cuore ha fatto di Muhammad Alì il più grande eroe tra gli sportivi”, dice Daniele Adani al L’Unità mentre sta praticamente chiudendo le valigie per partire: per i Mondiali di calcio che seguirà da commentatore per la Rai in USA-Messico e Canada tra neanche una settimana. Qualche anno fa, in corrispondenza della sua scalata a voce più spiazzante e carnale del commento calcistico, Adani confidava al Corriere della Sera di avere due grandi passioni: l’Uruguay dell’ormai proverbiale Garra Charrúa e Muhammad Alì, morto il 3 giugno di dieci anni fa. “Sono andato a piangere sulla sua tomba”.
Possiamo dire che i miti, anche più dei cult e dei classici, oltre a non smettere mai di dire tutto quello che avevano da dire, non smetteranno mai di trovare qualcuno disposto, sedotto, stregato, pronto a raccontarli. A chiedersi: se qualcuno non gli avesse rubato la bicicletta quel pomeriggio, a 12 anni, Alì sarebbe mai entrato in una palestra di pugilato? Oro Olimpico a Roma 1960, pioniere del trash talking e per alcuni perfino del rap, campione del Mondo dei pesi massimi, amico e sodale di Malcolm X, nella Nation Of Islam, renitente alla leva: “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”, campione del Mondo al ritorno dalla squalifica anche con un nuovo nome dopo la conversione, una manciata di “Fight of the Century”, “Rumble in the Jungle” e” Thrilla in Manila”, i primi sintomi del Parkinson mentre cercava di diventare il primo campione dei massimi per la quarta volta, con la mano tremante accendeva la torcia olimpica ad Atlanta ’96 in una scena indimenticabile.
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Come mai andò a piangere sulla tomba a Louisville?
Credo che lo sportivo che più ha inciso attraverso la sua disciplina anche nella testa e nel cuore, nelle scelte politiche e nel rispetto dei diritti, è Muhammad Alì. Non posso ricordare gli incontri ma li ho visti tutti, tutti. Soprattutto sono stato segnato dal suo percorso, dal modo in cui ha vinto rinnovandosi più volte, risorgendo, imponendosi: mi ha fatto proprio capire quanto la forza dell’uomo, dello spirito, della fede possa veramente cambiare le cose. E quindi la sua storia l’ho sentita mia. Anzi: credo che grazie ad Alì sono un uomo migliore e credo di averlo dentro, in tutto quello che faccio.
Quindi l’ha ispirata a livello personale, intimo?
Assolutamente. In ogni mia discussione, chiacchiera, analisi, anche presa di posizione, credo di aver dentro Alì. L’altro sportivo che mi ha aiutato a combattere è stato Maradona, che però rappresenta la maniera in cui io amo il calcio. Alì ha preso le difese del giusto come nessun altro, ha dato la possibilità al giusto di rivelarsi. E poi ci sono delle cose, degli aspetti della sua vita, che per lui facevano parte del quotidiano ma che sembrano ispirate proprio da un altro mondo.
Quali?
A vent’anni non si può avere un linguaggio così: la parola ha un senso talmente forte, è uno strumento così potente, che tutti dovrebbero rendersi conto di quanto possano cambiare le cose. Non puoi farlo da così giovane se non si è ispirati da Dio. Io credo di parlare come parlo anche grazie ad Alì.
Secondo la scrittrice Joyce Carol Oates fu tra i pochi atleti a “definire con i suoi termini la propria reputazione pubblica”.
Esattamente. Tanti rapper hanno riconosciuto in Alì un primo passo per una cultura musicale: lui raccontava in rima e in anticipo le gesta che avrebbe fatto sul ring. È qualcosa di impossibile. È sconosciuta, se non una testimonianza reale di quello che il Padreterno può fare con un essere umano, quest’aura mistica, protettrice: la forza di andare avanti e non piegarsi mai e cambiare le cose per un popolo e una comunità che aveva sofferto la schiavitù nella sua stessa terra, che vedeva uccidere i suoi grandi leader politici. A un certo punto ha combattuto contestato dall’America stessa, lo fischiavano agli incontri per la renitenza alla leva.

Come ha scoperto la storia di Muhammad Alì?
Dopo aver visto il film con Will Smith (diretto da Michael Mann, del 2001, ndr) ho fatto delle ricerche più approfondite, anche se ricordavo quello che mi aveva raccontato mio padre. Sono entrato in quella storia e ho capito la forza della sua fede. Non stiamo qui a giudicare le scelte che ha fatto in nome della religione, probabilmente non è stato l’uomo o il marito perfetto, ma il suo operato si colloca in un disegno più alto. È riuscito a fare qualcosa che si riconosce soltanto negli eletti, negli iniziati.
Quindi al vertice, in una di quelle piramidi che oggi sono di tendenza sui social, dei più grandi sportivi di tutti i tempi?
Il primo. Con Maradona attaccato a lui. Alì secondo me è stato proprio mandato da un altro mondo. Cambia il nome da Clay ad Alì, dicendo che non voleva più mantenere il nome dei suoi antenati che erano stati schiavi, e vince: diventa campione del mondo con un nome e torna campione del mondo con un altro nome. Più ci penso e più non ci posso credere. Nessuna sceneggiatura, nessun film può arrivare a tanto. Quando deve combattere nello Zaire contro George Foreman cambia stile: non può più dopo tre anni di inattività essere il ballerino che volava come una farfalla, pungeva come un’ape, e diventava campione senza un graffio in faccia. Si allena a subire, cambia completamente, rope-a-dope. Come si può riuscire, se non si è guidati da Dio? Non si può, non è possibile, non riesco a crederci.
Quest’ultimo episodio dice molto anche della necessità di adattarsi ed evolversi.
Sono stato un bambino che ha realizzato il suo sogno, ho fatto il calciatore tutta la vita fino a 35 anni, fino a quando sia il fisico che gli stimoli me l’hanno permesso: ma al sogno non chiedi il perché, cerchi di viverlo e di prolungarlo. Quando ho cominciato a raccontare il calcio l’ho amato ancora di più: se ami qualcosa comprendendola, diventa tutto molto più profondo. Alì diceva che la vera vita inizia a 40 anni, dopo il ritiro ha cominciato il suo operato come ambasciatore nel mondo utilizzando i suoi valori e la sua parola. Si è spento piano piano, colpito in quelle che erano le sue virtù: la mobilità e la parola. Fa diventare matti questa storia.
Anche lui, come quasi tutti gli sportivi, ha rimandato il ritiro: ormai è certo che, come confermato dai medici, aveva dato cenni della malattia quando era ancora in attività.
Penso che si sentisse in missione, sapeva che la boxe era lo strumento più importante per imporsi. Avrebbe imparato con il tempo che la missione continuava anche dopo.
È andato anche a rendere omaggio alla tomba di Maradona?
Sì, certo. Io sento Maradona dentro ogni giorno, credo che sia uno dei motivi più puri e limpidi per cui il calcio rimane lo sport più popolare. Perché Maradona è il più grande di tutti che ha vissuto stando in mezzo ai più deboli e ai più poveri: avrebbe potuto essere Golia e ha scelto di essere Davide. Un conto è farlo quando sei nel mucchio, un conto è quando sei il più grande, quando le istituzioni ti avrebbero ricoperto d’oro, ti avrebbero steso tappeti, lui non è mai andato con loro per stare nella dimensione più popolare del calcio, trovando consacrazione nel posto dove la passione è probabilmente il vero motore di tutto: a Napoli. Lui lo ha scelto.

È questa la dimensione cui deve rivolgersi chi racconta lo sport?
Io voglio parlare a chi ha la capacità di emozionarsi e di provare un sentimento. Altrimenti vale tutto: vale il calcio venduto senza fede né pudore, vale il business e gli affari, vale il vendersi per un po’ di popolarità, vale il procuratore e i non-educatori che non tirano su i ragazzini. Però per chi come me può gioire perché arriva Baldini in Nazionale e parla nel modo in cui ha fatto, alla fine queste emozioni hanno motivo di esistere e guadagnano uno spazio anche dentro tutto questo sistema che cerca di calpestarle.
E lei è sempre a suo agio in questo sistema?
Io non posso fermare l’amore che ho per il calcio. Avrei potuto allenare, avrei potuto guadagnare molti più soldi ma credo nella forza della parola. Faccio questo lavoro perché mi dà l’opportunità di tirare fuori ciò che il calcio è e quello che ci ha dato. Posso portare la mia visione, che è una visione valoriale: non solo tecnica, tattica, analitica o motivazionale. È una vocazione che ho sempre avvertito, anche da piccolino, poter arrivare e unire e includere le persone. Sento che questa cosa fa presa, che ha un valore. Perciò sono gratificato, sento di essere felice. Non è facile ma noi abbiamo bisogno della nostra dirompenza, della nostra fede per far capire che chi sogna attraverso il calcio non è inadeguato. Più spazio a chi sogna con il calcio e lo rispetta, non merita di esser manipolato e strumentalizzato. L’altra sera abbiamo fatto (sulla Rai, ndr) quattro milioni per Lussemburgo-Italia: una partita che difatti non esiste. Perché? Perché siamo un popolo di calciofili.
Ha un nome per la panchina dell’Italia?
Mi ero espresso, credo per primo, su Guardiola, che avrebbe generato una rottura generale con tutto il sistema. Ma i nomi che si fanno li conosciamo, sono professionisti all’altezza, il problema però non sono Antonio Conte o Roberto Mancini ma il sistema, le norme, le visioni, il percorso. Il modo in cui i ragazzi vengono gestiti, cresciuti, educati e poi allenati. E allenati l’ho detto alla fine: cresciuti, accompagnati, educati vengono prima.
Cosa si aspetta da questi Mondiali?
Firmerei per rivivere le emozioni che ho vissuto in Qatar, anche lì un Mondiale senza l’Italia. Abbiamo visto grandi partite, con un epilogo clamoroso e una squadra incredibile come l’Argentina che ha messo giustamente sul tetto più alto, dove doveva stare, Lionel Messi. E che ha battuto quella che secondo me è ancora la squadra più forte: la Francia.
