Non potrà ricandidarsi
Ungheria, il Parlamento approva il limite di 8 anni al mandato del premier: Magyar fa fuori l’ex autocrate Orban
Esteri - di Carmine Di Niro
La “de-orbanizzazione” dell’Ungheria procede a passo spedito. Il nuovo corso del Paese magiaro impresso dal primo ministro Péter Magyar, suo ex alleato poi diventato strenuo oppositore del regime semi-autocratico imposto dal leader di Fidesz, ha visto lunedì il Parlamento di Budapest agire proprio nell’ottica di impedire nel prossimo futuro la possibilità per qualsiasi esponente politico di governare per decenni il Paese, come successo proprio a Orban, che è stato alla guida del governo per 16 anni minando dalle fondamenta la democrazia ungherese.
Grazie all’ampia maggioranza in Parlamento di Tisza, il partito del primo ministro, Magyar ha visto approvato un emendamento costituzionale che limita a 8 anni, consecutivi o meno, il mandato del primo ministro. La proposta, presentata dai deputati di governo Melléthei-Barna Márton e István Hantosi, è stata approvata dal parlamento con 135 voti a favore, 50 contrari e 6 astensioni. La norma è di fatto retroattiva perché conta gli anni trascorsi al governo tra il 1990 e il 2026 e dunque esclude Orban dalla possibilità di correre nuovamente per la carica di primo ministro, ruolo che ha svolto per cinque mandati.
Pe entrare in vigore l’emendamento, votato lunedì 15 giugno, ha bisogno della firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino al partito di Orbán e che resterà in carica fino al 2029: sin dalla sua elezione a primo ministro lo scorso aprile, Magyar ha più volte chiesto le dimissioni di Sulyok, che si è sempre rifiutato di fare un passo indietro. Se il presidente non dovesse firmare l’emendamento, il Parlamento potrebbe comunque approvarlo con una seconda votazione.
L’emendamento presentato dai parlamentari di Tisza punta inoltre a indebolire una seconda “infrastruttura politica” che i governi di Orban avevano utilizzato per indebolire le garanzie democratiche in Ungheria e consolidare il potere personale dell’allora premier e del suo partito Fidesz. Il voto di lunedì scioglie l’Ufficio per la tutela della sovranità, creato nel 2023 da Orban con l’obiettivo di indagare e monitorare persone, partiti e organizzazioni (come ong o media) sospettati di svolgere attività nell’interesse di soggetti stranieri: secondo la Commissione europea viola il diritto comunitario.