L'indecisione che costa cara...

Ho visto il semaforo giallo…

Editoriali - di Gisella Russo

12 Giugno 2026 alle 15:16

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Ho visto il semaforo giallo…

Ho visto il semaforo giallo, la mia indecisione, “passo o no”… ho accelerato e poi ho frenato di colpo, complice il manto stradale bagnato, la vespa ha sbandato e in una frazione di secondo sono finita a terra. Non riuscivo a muovere la gamba. L’ambulanza chiamata dai vigili intervenuti mi ha portata al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino e lì dopo alcune ore mi hanno diagnosticato una frattura in parte scomposta. Ho passato la notte in quell’inferno che chiamano DEA. In teoria una struttura che ha la funzione di gestire urgenze mediche e chirurgiche, mediante osservazione garantita anche da una postazione infermieristica fissa. In pratica uno stanzone in cui erano stipate più di 10 brande, una accanto all’altra. C’era chi chiamava invano l’infermiera, chi urlava e imprecava e chi litigava. Invidiavo il signore anziano accanto a me, che nonostante tutto riusciva a dormire, anche se parlava nel sonno in altra lingua (sebbene fosse italiano) credo spagnolo.

Mi hanno ingessata e detto che sarei stata da operare ma che non c’era posto per il ricovero in reparto quindi avrei dovuto firmare rifiutando il ricovero e poi mi avrebbero chiamato da lì a qualche giorno per l’intervento chirurgico. Mi sono opposta… non avrei firmato. Mi sembrava tutto molto strano. Non mi sono fidata. Ho smesso di fidarmi delle persone a prescindere… ho imparato sulla mia pelle che mediamente le persone agiscono per un interesse personale. Questo (il dire NO) ha sempre un prezzo ma non bisogna temere di agire per paura delle reazioni altrui, perché comunque vada tu non hai perso la tua identità e con essa la tua dignità. In quel caso, la reazione è stata quasi scontata. Mi hanno abbandonata, immobile, infangata e con i miei pantaloni tagliati fino al linguine, su una brandina in una stanza troppo piena di luce… ero esausta e anche se dolorante volevo dormire ma mi era impedito dalla luce sugli occhi che le infermiere non hanno voluto spegnere. Un loro modo di vendicarsi per il fatto che mi sono rifiutata di firmare. Anzi per tutta risposta, mi hanno poi spostata nello stanzone tra gli altri malcapitati, gente fragile, anziani, vulnerabili, soli.

Ad ogni modo, l’indomani mattina ho chiesto consiglio al mio ginecologo che lavora nello stesso ospedale e di cui mi sono sempre fidata molto. Ho così avuto conferma del fatto che la procedura seguita nel mio caso era irrituale e che avevo fatto bene a non firmare. Comunque, sarà una coincidenza ma dopo il suo interessamento, il mio caso è stato analizzato dal Primario in persona che mi ha rimandato a casa con una diagnosi di frattura sostanzialmente composta suggerendo un intervento conservativo, quindi più lungo, che però evita i rischi connessi ad un intervento chirurgico.
Diagnosi e cura poi confermati anche da altri specialisti che, a caro prezzo, ho consultato. Così ha avuto inizio la mia nuova esperienza da disabile. Almeno per 40 giorni non avrei più potuto appoggiare la gamba sinistra a terra. L’impatto è stato tragico. Dipendere dagli altri per tutto, non poter alzarmi e muovermi liberamente. Dovevo reagire, imparare a fare più cose possibili da sola, così mi sono procurata una sedia a rotelle con la quale almeno mi potevo spostare in autonomia e sicurezza tra una stanza e l’altra e andare in bagno. Ricordo ancora quando mi ci sono messa per la prima volta. Ho sentito un brivido di felicità, mi sono sentita libera. E’ proprio vero che la libertà è un concetto relativo, così intrinsecamente legato allo stato psico-fisico di un dato momento storico.

Dalla mia sedia a rotelle ho potuto quindi vedere il mondo da un’altra prospettiva, quella del disabile. Ho notato subito un certo imbarazzo delle persone a cominciare dai miei figli, che nel primo periodo, quasi si vergognavano di avere una madre sulla carrozzella. Credo che questa esperienza sia servita e serva anche alla loro crescita. Passeggiando con mio marito per le strade del quartiere, ho potuto provare cosa si prova davanti ad una “barriera architettonica” che ti ricorda il tuo stato di diverso e soprattutto ti impedisce di sentirti uguale nei diritti. Non avevo mai fatto caso a quante buche ci fossero anche nei marciapiedi di Roma e ogni buca è un dolore fisico e un segno che questa città non ti accetta, ti rifiuta, suona come l’invito a rifiutare il diritto di sentirsi liberi. Anche a questo invito bisogna ribellarsi, bisogna dire NO. Facendo vedere e sentire la propria presenza. Non rinuncio alle mie passeggiate anche se dolorose e faticose, così come non rinuncio a farmi vedere fiera su una carrozzella tra gli sguardi increduli e imbarazzati di amici e parenti. E’ il mio modo di dire NO ad un sistema che ci costringe ad un cinismo di massa, ad inseguire lo stereotipo della finta perfezione, che non ammette l’inciampo e che esclude il diverso, il debole. Un sistema perverso che inganna e condanna.

di: Gisella Russo - 12 Giugno 2026

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