La rivolta contro gli immigrati

Il mondo capovolto di Belfast e Southampton che da porto vogliono farsi fortezza

Città portuali che hanno sempre fatto della multietnicità la loro cifra, oggi vedono una crescita di movimenti xenofobi.

Esteri - di Vincenzo Scalia

11 Giugno 2026 alle 18:30

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AP Photo/Peter Morrison
AP Photo/Peter Morrison

Dal Regno Unito giungono notizie inquietanti. In seguito all’aggressione ai danni di un cittadino britannico da parte di un rifugiato sudanese, si moltiplicano le manifestazioni di piazza, le violenze, la caccia a migranti e rifugiati.

Da Belfast, dove l’episodio ha avuto luogo, le violenze si sono irradiate dall’altra parte del Mar d’Irlanda, in particolare a Southampton, storico porto inglese, da dove salpò il Titanic. Allo sgomento, all’inquietudine, si aggiunge la sensazione di vivere in un mondo capovolto. Perché Belfast e Southampton hanno una storia politica e culturale peculiare, che ne fa, tuttavia, lo specchio delle contraddizioni del presente. Entrambe le città sono dei porti, che hanno sempre fatto della multietnicità la loro cifra. A Southampton, per esempio, esiste la più antica comunità sikh del regno unito, che convive da sempre con baschi, portoghesi e irlandesi, come si conviene a una città di mare. Sia Belfast che Southampton vantavano cantieri navali e industrie metalmeccaniche che, oltre ad essere famose per i loro manufatti, potevano contare su di una classe operaia agguerrita, cosciente. Che, nel caso nordirlandese, riuscì in parte a resistere al conflitto tra repubblicani e lealisti. Oggi, in entrambe le città, registriamo la crescita di movimenti xenofobi, sul cui fuoco soffiano i Tories ansiosi di tornare al governo e il sovranista Farage. Come è possibile?

La prima risposta ce la forniscono le trasformazioni economiche a cui le due città, sull’onda del thatcherismo, sono andate incontro. I container hanno significato l’espulsione della manodopera portuale, contraendo l’occupazione in questo settore. I cantieri sono stati chiusi, il settore manifatturiero è stato ridotto all’osso, in parallelo con la riduzione del welfare. Se poi si volge lo sguardo verso la Brexit, che ebbe in Farage uno dei suoi aedi, anche manipolando i dati fattuali, le ragioni del malessere appaiono più nette. L’uscita dalla UE ha comportato il rincaro dei generi di prima necessità. Nel caso di Southampton, anche una grave crisi economica, dal momento che il porto si reggeva per tre quarti sull’importazioni delle merci UE. Disoccupazione, frammentazione sociale, precarietà sociale, sono state attribuite, più che alle scelte economiche e politiche, all’importazione di manodopera dequalificata di origine migrante e rifugiata. Artatamente additata dagli imprenditori politici della paura come la principale responsabile del deterioramento delle condizioni di vita. La scelta dei governi di collocare nelle vecchie città di porto gli hub destinati ad ospitare i rifugiati, ha finito per fungere da detonatore. Di una crisi che rischia di propagarsi Oltremanica, e trasformare l’Europa in una brutta copia degli USA dopo la Guerra di Secessione. Ci auguriamo che Belfast e Southampton recuperino presto il loro spirito portuale. Ma per farlo, è necessario invertire la rotta delle politiche economiche e sociali. E rilanciare una nuova inclusione.

11 Giugno 2026

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