L'intervista
Tutti scrivemmo a stento, i 50 anni di giornalismo musicale di Federico Guglielmi: “Per me una missione, non lo consiglio a nessuno”
Annunciato il conferimento del Premio Michele Manzotti alla firma di una ventina di riviste e una trentina di libri. "I giornali avevano un valore, le recensioni contavano: quel mondo è finito. La critica? È diventata più difficile". Gli incontri memorabili e il ruolo del giornalista culturale
Cultura - di Antonio Lamorte
Quello che più ha odiato in quasi mezzo secolo di carriera giornalistica Federico Guglielmi: sbobinare. Sbobinare le interviste? Anche quando le interviste sono a Marianne Faithfull o a Iggy Pop, a Nick Cave, a Billy Corgan, ai REM, agli OASIS o ai Blur, ai Dead Kennedys, agli Offspring, agli Stranglers, a Steven Wilson, a Julian Cope, a Stan Ridgway, a Fiona Apple? E non è per niente detto che ne faccia un podcast – a differenza di quello che farebbero in tanti oggi – come ci racconterà in questa intervista. Sta quasi affondando perfino L’Ultima Thule, il suo blog più volte premiato. “Per frustrazione”, dice a L’Unità dopo l’annuncio del conferimento del Premio Michele Manzotti destinato a giornalisti e critici musicali del “Forum del Giornalismo Musicale” diretto da Enrico Deregibus. “Per aver trasformato la passione per la musica in una missione culturale – si legge nella motivazione – dedicandosi con instancabile impegno alla divulgazione e all’analisi della musica rock (ma non solo), diventando un punto di riferimento per generazioni di lettori. E per aver interpretato il giornalismo musicale come un atto di indipendenza e onestà intellettuale, nel rispetto degli artisti e del pubblico”.
Il premio del Forum è conferito nell’ambito del MEI – Meeting Etichette Indipendenti che si terrà a Faenza dal 2 al 4 ottobre. “Mi fa piacere soprattutto perché il premio è intitolato a un caro amico. Una delle persone migliori che abbia mai conosciuto in questo ambiente. Un professionista serio, bravo sotto ogni profilo. È orribile che se ne sia andato ancora giovane. Poi, ho una visione un po’ disincantata nei confronti dell’idea di premio. Però questo è un premio specifico, dedicato a chi svolge la mia professione”. Che se la passa malissimo, come provano gli scioperi – il contratto nazionale non viene rinnovato da 10 anni – che ad ogni modo raccolgono il malessere soltanto di parte della categoria. Chi si occupa di cultura è spesso stretto tra la promozione e l’evergreen degli anniversari, chi di musica tra Sanremo e i talent mentre nelle città sono sempre meno i locali dove possono suonare band emergenti. Questa intervista attraversa questi quasi 50 anni suonati e ascoltati, sempre scritti, dalle radio libere ai social, di riviste fondate e scomparse e riapparse e fallite, dai vinili passando per i cd fino alle piattaforme streaming, di onestà intellettuale e di ia.
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Perché parla di frustrazione?
Ho avuto la grande fortuna di vivere professionalmente un lungo periodo in cui quello che si scriveva arrivava, era molto letto. I giornali avevano un valore pressoché unico, speciale, soprattutto per chi come me si occupava di cose sommerse, underground, non ancora famose. Erano un riferimento, quindi il giornalista che faceva questo tipo di lavoro acquisiva uno status che in qualche misura compensava il problema delle retribuzioni che sono sempre state ridicole. Adesso le retribuzioni sono diventate molto più che ridicole. Quando ci sono, perché in molti casi neanche ci sono. E il concetto di lettura e di approfondimento è cambiato, il pubblico si è orientato sul gratis di internet. Fondamentalmente io ancora amo scrivere soprattutto su carta e ho l’impressione che non mi legga più nessuno. Per cui non passa giorno senza che non stia lì a interrogarmi: ma ha ancora senso quello che faccio? Mi consolo e mi conforto quando, più o meno una volta alla settimana, capita qualcuno che mi contatta, mi dice che mi leggeva 40 anni fa. Che le mie recensioni gli hanno fatto fatto scoprire la musica o i gruppi che gli hanno cambiato la vita.
Cosa sta ascoltando in questo periodo?
Il disco che sto ascoltando di più, in questo momento è l’album Born to Kill dei Social Distortion. Anche se si è fatto attendere tantissimo è una conferma assoluta. Credo di essere stato il primo a scrivere di loro in Italia, nell’81. Li ho sempre seguiti con grande passione, un autentico amore.
Cosa sta scrivendo in questo periodo?
Sto scrivendo una biografia ufficiale dei 24 Grana, che ritorneranno con un nuovo disco dopo l’estate. L’idea sarebbe quella di promuoverlo insieme all’album.
Quanti libri ha scritto?
Tra quelli che ho scritto e quelli che ho fatto insieme ad altri dovrebbero essere 34 in tutto. Quelli con il mio nome in copertina. Altri li ho semplicemente curati oppure ho contribuito con qualche scritto. A volte ti contattano gli stessi artisti, altre li contatto io, altre volte ancora le case editrici. Quello con Carmen Consoli è venuto in maniera assolutamente naturale: mi ricordo all’epoca di Confusa e Felice le dissi che fra qualche anno avrei scritto un libro su di lei, perché ce ne sarebbe stato bisogno. Lei non ci credeva, invece è andata davvero così.
Per quante riviste ha scritto?
Beh, ci sono quelle importanti per le quali ho scritto continuativamente per anni, se non per decenni, come Classic Rock, Blow Up, ovviamente Mucchio Selvaggio, Audio Review. Per Ciao 2001, per Vinile, per Rockerilla, per Rumore. Ho fondato e diretto Velvet e Mucchio Extra. Saranno state 20, 25 riviste diverse in tutto.
E i grandi giornali?
Ho avuto sempre una certa idiosincrasia perché vedevo i miei colleghi dei quotidiani che si lamentavano: alla cultura in generale non è che venisse data grande considerazione. E gli tagliavano i pezzi. Se succedeva qualcosa, e quindi magari dovevano aggiungere un trafiletto, tagliavano la conclusione e magari uno era stato lì mezz’ora per scrivere due righe a effetto. Per cui mi sono sempre tenuto fuori. Però ho scritto tre articoli per L’Unità, me li chiese Alberto Crespi che era un amico e mi garantì che i pezzi non sarebbero stati rimaneggiati. Ho collaborato anche per un supplemento che usciva una volta alla settimana insieme a Il Resto del Carlino e La Nazione, si chiamava Strisce e musica ed era curato da Red Ronnie.

Ma tutto è cominciato dalla radio.
È stato il mondo dal quale sono partito, nel 1977. Radio Five si sentiva soltanto in alcuni quartieri, l’antenna si trovava nella parte alta nel quartiere di Montemario a Roma. Ma già prima che nascessero le radio private io facevo pseudo trasmissioni in cameretta con il microfono e il registratore. Giocavo a presentare, a fare il dj sperando un giorno di diventare Carlo Massarini. Non ci sono riuscito però è sempre una sensazione stranissima l’idea che se incontro Carlo ci abbracciamo o posso chiamarlo quando voglio o lui magari chiama me. Lo stesso con Bertoncelli che invece è stato il mio involontario maestro per quanto riguarda la scrittura.
Com’è cominciata quella prima esperienza in radio?
Avevo 16 anni, non che fossi partito con l’intenzione di farne un lavoro ma l’idea di comunicare l’ho sempre vissuta come una missione, già quando ero ragazzino. Non mi piaceva la musica che piaceva a tutti, quello che veniva propinato dal regime, diciamo così. Mi piaceva cercare cose diverse, un po’ più nascoste, un po’ più interessanti. La mia idea era legata a questa specie di missione: io vi faccio conoscere la musica bella che altrimenti non conoscereste. È quello che poi ho fatto con le varie riviste coprendo l’emergere della new wave, del punk, di tutti i vari fenomeni underground che si sono succeduti nel tempo. Erano nate millemila radio private a Roma nel giro di pochissimo e mi dissero di questa radio vicino casa mia, ci andai con un amico e mi buttarono davanti al microfono con uno che stava trasmettendo in diretta. Tre giorni dopo avevo il mio programma bisettimanale di musica americana: si chiamava Wings over America.
Cosa si trova nell’underground che non si trova nel mainstream?
A me piacciono le cose sincere, la musica è soprattutto una forma di espressione artistica e di comunicazione di contenuti significativi a livello sia politico che sociale ed emotivo. Apprezzo la purezza del messaggio, l’autenticità, il coraggio di cercare di fare quello in cui si crede anche se quello in cui si crede non è quello che va per la maggiore. Non mi sono mai piaciuti i fenomeni industriali. Non ho nulla ovviamente contro chi ha fatto i soldi con la musica, e infatti molti dei miei eroi sono stramilionari: ma una cosa è quel minimo di malizia che può emergere magari quando magari si va avanti con l’età per restare sul pezzo, un’altra è vedere cosa viaggia sulla cresta dell’onda e regolarsi di conseguenza. Quando scopri che milioni di canzoni che girano sono generate con l’IA ti deprimi.
Pensa di aver aiutato qualcuno a emergere?
Ritengo di sì, sicuramente. Non sono stato l’unico però ho preso posizione. In passato servivano le recensioni, non solo perché i lettori acquistavano la rivista ma perché si innescava interesse e tutto un indotto di radio, fanzine, promoter. Quando doveva uscire Desaparecido, non pensavo che la new wave potesse avere successo in Italia: vedevo i Litfiba come un gruppo in grado di poter competere con band straniere, credevo che se mai ci fosse stata una nuova musica alternativa italiana per il mondo Desaparecido poteva essere il punto di partenza. E non a caso i Litfiba ebbero il grande successo quando cambiarono genere. Lo scrissi in poche battute nell’inserto allegato a quell’album, forse fu anche un po’ una cazzata ma la prima copertina i Litfiba l’ebbero comunque sul Mucchio e la feci io, quella del mese prima su Rockerilla era il risultato di un sondaggio tra i lettori. Al MEI di Faenza premiai i Baustelle per l’album d’esordio, Sussidiario illustrato della giovinezza. Ma anche Carmen Consoli, Subsonica, Gang. Penso di averne aiutati tanti ma sempre per stima ed entusiasmo, non di certo perché mi pagavano. Di soldi in questo ambiente se ne sono visti sempre pochi.

Segue Sanremo?
Alle volte sì. A volte guardo la serata delle cover. È sempre interessante vedere l’andazzo del mercato. Sarebbe bellissimo, e lo vedrei sempre, se durasse al massimo due ore per al massimo tre serate con le sole canzoni. Ma faccio fatica perché dura troppo, non me ne frega assolutamente niente di tutti i siparietti e i discorsi e i monologhi. Ci sono cose migliori da fare nella vita: come per esempio ascoltare la musica.
Ci sono stati artisti che le hanno cambiato la vita?
Credo di aver avuto tantissime epifanie. La prima, forse la più importante, fu Fabrizio De André. Poco tempo dopo, nel 1972, Jesael dei Delirium di Ivano Fossati a Sanremo: fu spettacolare vedere 30 persone sul palco vestite da hippie fuori tempo massimo. Altra rivelazione, nel 1978, furono i Devo che mi folgorarono incredibilmente, in particolare la loro cover di Satisfaction. Ho provato un amore immenso per Tim Buckley e mi sono interessato da subito a Jeff, che ho avuto anche il piacere di conoscere personalmente. Un grandissimo talento, un altro che mi ha folgorato. Ma passo giornate intere ad ascoltare musica da più di 50 anni, ce ne sarebbero tantissimi. Ora è un bel po’ che non vengo folgorato da cose nuove, l’ultima è stata nel 2012 con il primo album del Muro del Canto.
Ha qualche guilty pleasure?
Ho un bel po’ di dischi di Pippo Franco, mi ha sempre divertito molto. Non so se si possono considerare guilty pleasure gli Squallor o Elio e le storie tese. E con questi ultimi ho avuto un’enorme soddisfazione. Negli anni 90, quando erano già famosi, non facevano mai interviste serie, erano dei cazzoni immondi. Gli proposi la copertina del Mucchio in cambio di un’intervista seria. E loro fecero davvero l’intervista seria, che io intitolai in copertina: l’intervista seria. Loro stessi l’hanno citata spesso in seguito.
Che idea si è fatto della polemica sulle parole di Francesco De Gregori?
De Gregori come qualunque artista ha il pieno diritto di dire: se io non conosco bene le situazioni, è meglio che non mi pronunci. Per me è un atteggiamento responsabile. A differenza di tutti quelli che parlano sui social e che oggi sono virologi, domani esperti di geopolitica, dopo domani allenatori di calcio o coach di Sinner. Mi ha colpito negativamente che abbia criticato chi invece abbia voglia di dire la sua, anche perché Springsteen si è sempre esposto. Chissà se, come si dice nel giro, De Gregori non ha mai avuto grande simpatia per Springsteen. Il suo eroe è Bob Dylan, si sa. Un’uscita infelice può capitare a chiunque.
Oggi sembra tutto bello o bellissimo. È ancora possibile fare critica?
È diventato più difficile perché appena dici qualcosa di non positivo vieni immediatamente ripreso, si scatenano gli haters, a volte sono gli stessi artisti o sedicenti tali a scatenarli. È tristissimo anche perché si ritiene che chi ha scritto negativamente l’abbia fatto per chissà quale ragione. La classica frase che ti dicono: rosichi. Ma io posso criticare per un collega, non per uno che fa un altro sport. Tutto questo influisce. Poi ovviamente c’è critica e critica, ci sono quelle intelligenti e quelle stupide.

Consiglierebbe a qualcuno di fare il giornalista musicale?
Assolutamente no. Un percorso come quello che ho fatto io, oggi sarebbe assolutamente impossibile. È un altro mondo, è cambiato tutto. Ci sono pochissimi giornali. Quelli che ci sono non contano come prima, si paga pochissimo se si paga. Non ci sono soddisfazioni minime. Il mio mondo è stato ucciso da internet. “Non è tempo per noi”, come cantava Ligabue nel primo disco.
Non crede di poter diventare un content creator?
Sono assolutamente impermeabile a questo genere di cose. Adesso tutti fanno la newsletter, tutti fanno i podcast. Funziona qualcosa e di colpo la fanno tutti. Ho un blog, “L’ultima Thule” (come un disco di Francesco Guccini, ndr) che sto ignobilmente trascurando, era anche divertente ma adesso non lo curo quasi più. Ho un canale YouTube sul quale carico qualcosa. Non mi appartiene tutta questa ricerca affannosa di apparire, di essere presente, di far credere al mondo di essere quello che non si è e non si sarà mai. Anche perché uno dei miei più grandi terrori sarebbe quello di diventare famoso e trovarmi un’infinità di stronzi che mi infamano in rete senza motivo, senza sapere chi sono. Me ne sto tranquillo nella mia nicchia dove sono rispettato. Ho una pagina Facebook pulitissima nel senso che è rarissimo che arrivi qualcuno a rompere i coglioni con argomenti pretestuosi.
Qual è secondo lei il compito del giornalista culturale?
La prima cosa è l’onestà intellettuale. Studiare, approfondire. Non fermarsi all’ovvietà, alla prima cosa che dicono tutti. Non curarsi troppo del fatto di avere un’influenza relativa su quello che succede.