Il nuovo saggio della filosofa
Come tornare al conflitto in una società che lo nega?
La filosofa indaga i rapporti tra potere e contropotere e denuncia un conformismo opaco. Ma riorganizzare la protesta in forma politica non basta. Servono - lo insegna il ‘68 - creatività e linguaggi nuovi
Cultura - di Filippo La Porta
Il dominio e il dissenso (Feltrinelli) di Donatella Di Cesare è un pamphlet utile e ben argomentato. Ci aiuta a capire i modi in cui si articola oggi il potere, che non vieta quasi più niente però riassorbe, neutralizza, rende obsoleto qualsiasi dissenso. E, legato a questo, svela il meccanismo della “servitù volontaria”, di un conformismo opaco affidato alla routine. L’intera prima parte del libro si potrebbe riassumere con uno splendido aforisma di Piergiorgio Bellocchio: “Taci, il nemico non ti ascolta”.
La pagina più originale è lì dove l’autrice difende perfino gli “indifferenti”, in quanto espressione legittima di un senso di impotenza e frustrazione diffuso, Di Cesare si interroga sull’idea stessa di verità, e sulla figura antica del parresiasta (capace di parlare franco di fronte al potere). Prendete anche il miglior talk televisivo: apparentemente vi è il massimo del pluralismo, epperò agiscono sempre meccanismi invisibili che tendono a normalizzare la discussione o a trasformarla in rissa che aumenta l’audience: domande troppo scomode sono lasciate senza risposta, punti di vista che si sottraggono alla più ovvia polarizzazione vengono relegati nell’eccentrico (e liquidati). Una volta, in una discussione di geopolitica, proposi che per un solo giro di opinioni ciascuno sostenesse la posizione a lui contraria. Quasi un allenamento all’empatia e al dialogo. Nessuno mi prese sul serio. Prevale la tribalizzazione, e la ridicolizzazione delle posizioni altrui.
Il libro di Di Cesare ci offre una fenomenologia accurata del conflitto (necessario alla vita stessa della democrazia), ma solleva, indirettamente, una questione ancora più cruciale. Si può contestare il dominio con la lingua del dominio stesso? Pannella, di cui si celebra il decennale della scomparsa, usava – quasi unico tra i politici – una lingua deviata, eccedente, non amministrata, altra da quella della politica istituzionale, capace di decostruire cliché e di spiazzare gli interlocutori (in ciò più vicino all’arte: era un “artista” dell’impegno civile!). Provocava perfino i suoi simpatizzanti! Ad esempio una sua frase allora mi fece letteralmente imbestialire, perché negava le radici della mia identità ideologica. Ancora oggi non riesco a condividerla interamente però ha “agito” a lungo dentro di me: “Non ha senso voler eliminare il nemico: pensate a quante cose divertenti possiamo fare con il nemico!” Insomma: come restituire al dissenso uno spazio nella scena pubblica e dunque non ridurlo al disagio meramente individuale, e financo patologico? Di Cesare sottolinea, con qualche insistenza, la necessità di incidere, di far contare il dissenso, di organizzarlo politicamente, di mutarlo in programma e strategia, di renderlo efficace e visibile. Il rischio così è di renderlo identico a ciò che si vuole combattere. Certo la questione dell’efficacia è ineludibile. Ma che significa “efficacia”? Già le “mille Antigoni di oggi” disperse nella folla – giustamente evocate dall’autrice – con l’esempio trasformano da subito relazioni, mentalità, comportamenti, etc.
Seguendo quella Scuola di Francoforte che in fondo ispira il ragionamento di Di Cesare (lo stesso Foucault dichiarò alla fine il suo debito enorme verso i francofortesi) suggerisco uno slittamento della sua riflessione: credo che il dissenso dovrebbe anzitutto cercare oggi un linguaggio diverso, per essere comunicato anche contagiosamente a tutta la società (l’autrice dedica alcune pagine al “contra-dire”). Non tanto e solo “resistere” quanto disallinearsi, sottrarsi, giocare a un altro gioco. L’altro giorno ho visto la messinscena di un testo di Achille Campanile ad opera di una compagnia di migranti-attori, coordinati dalla regista Magda Mercatali, Il povero Piero: in una scena cruciale del dramma – quando il povero Piero quasi “risorge” e si scopre che non era morto, come invece tutti credevano – ogni migrante-attore apre una parentesi personale, si mette a raccontare come si celebrano i morti e come si svolge un funerale nel suo paese, sia esso la Nigeria, il Burkina Faso, il Perù, il Cile, l’Ucraina… Ecco una forma creativa e non omologata del dissenso, che parte da uno scrittore già molto disallineato come Campanile. Ma citerei anche questo stesso quotidiano – l’ Unità – che ha dedicato (unico in tutta la stampa nazionale!) la intera prima pagina a un naufragio nel Mediterraneo o alla condizione dei detenuti in un carcere, trascurando per una volta le primarie del PD o il delitto di Garlasco o gli umori indecifrabili di Trump.
E forse proprio l’arte, custodendo forme di esperienza non integrate, può anticipare la politica: non la sostituisce, certo, ma la precede, la provoca, la rende possibile. Il dissenso dovrebbe parlare una lingua che il sistema non può tradurre e che sottrae il mondo alla sua ovvietà. Qualche nome, qui e là? La regista Alice Rohrwacher che apre un varco nel reale attraverso il fiabesco e il rurale. La poetessa Anedda che incrina il linguaggio attraverso una dolente microfisica del frammento. Zerocalcare che inventa una mitologia antieroica che unisce confessione, autoironia, trauma, precarietà (apprezzo di più il suo fumetto delle sue prese di posizione). Caparezza è un artista che usa la forma pop per sabotare il pop: la sua lingua è tutta un eccesso (giochi di parole, accumulo, parodia, citazioni). Il cinema di Maresco mostra la catastrofe senza estetizzarla: l’osceno e degrado non sono denuncia, ma nuda verità. Il romanzo Lo sbilico di Pierantozzi adopera – assumendosi qualche rischio – una lingua sia scartata che ricercata, rappresenta la ferita non rimarginabile.
Va bene, occorre “trasformare l’energia dell’indignazione in vincolo politico”. Con una avvertenza. Nel maggio del 1968, a 15 anni, ebbi la fortuna di assistere a un concerto di Jimi Hendrix al Brancaccio. In quel periodo occupavamo le scuole, facevamo assemblee, allestivamo la controdidattica, etc., tutte cose commendevoli. Però quel giorno ho capito che la rottura, il dissenso, il rifiuto, la non conciliazione con l’esistente, perfino l’utopia, si trovavano più lì, in quella musica dissonante e visionaria. Gli artisti che ho citato giocano a un altro gioco, mentre il dissenso incanalato in forme rigidamente politiche tende a burocratizzarsi, a replicare stancamente anche nel lessico i dualismi del ‘900 (non che non esistano più destra e sinistra ma sono categorie da riverificare ogni giorno): a volte è ancora ipnotizzato da un estetismo della violenza, si muove secondo logiche angustamente identitarie, ed è spesso una riproposta vintage di temi andati a male (il mantra del “resistere”). Manca di immaginazione.