La denuncia dell'Unicef
In Libano la mattanza israeliana dei bambini: 600 tra morti e feriti nel campo di sterminio di Netanyahu
Trentatre sono morti mentre veniva annunciato l’accordo di cessate il fuoco regionale. Haaretz: “Dopo aver fallito in Iran, Bibi vuol trasformare il Libano in un campo di sterminio sulle cui rovine dichiarerà: «Ho vinto»”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Il Paese dei Cedri, la nuova Gaza. Con il benestare di Donald Trump. Con l’inerzia complice dell’Europa. Denuncia in una nota ufficiale l’Unicef: “L’intensificarsi delle ostilità in Libano continua a mietere vittime tra i bambini con conseguenze devastanti e disumane. Proprio l’altro ieri, mentre la notizia di un accordo di cessate il fuoco regionale aveva acceso per un attimo la speranza in tutto il Paese, in pochi minuti devastanti bombardamenti aerei israeliani hanno colpito il Libano, causando, secondo le notizie, la morte di 33 bambini e il ferimento di altri 153. I bambini e le famiglie hanno dovuto affrontare un’ondata di bombardamenti che ha distrutto intere comunità con un impatto devastante. L’ultimo spargimento di sangue si aggiunge al numero sconcertante di 600 bambini uccisi o feriti in Libano dal 2 marzo. L’Unicef sta ricevendo segnalazioni di bambini estratti dalle macerie, mentre altri rimangono dispersi e separati dalle loro famiglie. Molti stanno vivendo un trauma, avendo perso i propri cari, le loro case e ogni senso di sicurezza. In tutto il Paese, più di un milione di persone sono state sradicate, tra cui circa 390.000 bambini, molti per la seconda, terza o addirittura quarta volta.
Il diritto internazionale umanitario è chiaro: i civili, compresi i bambini, devono essere protetti in ogni momento. Tutte le parti in conflitto devono adottare ogni precauzione possibile per proteggere i civili e le infrastrutture civili, e garantire un accesso umanitario sicuro, costante e senza ostacoli. L’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate rappresenta una minaccia mortale per i bambini. È necessario porre fine a questa violenza”. Così l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia.
Dall’Unicef a Oxfam: “L’Italia non può restare ancora inerte di fronte a quanto sta accadendo. Farlo significherebbe rendersi complici di quest’orrore e dell’impunità con cui Israele sta continuando a commettere crimini di guerra -rimarca Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam – Da settimane l’esercito israeliano sta applicando in Libano lo stesso copione utilizzato a Gaza, con attacchi sistematici contro civili, infrastrutture essenziali e operatori umanitari; accompagnati da continui e indiscriminati ordini di sfollamento che colpiscono centinaia di migliaia di civili. L’obiettivo appare chiaro: terrorizzare la popolazione e creare una situazione di caos, mentre si susseguono le minacce di invasione e di bombardamenti sempre più massicci e indiscriminati. L’Italia e la comunità internazionale, dopo non esser riusciti a fermare il genocidio a Gaza, devono intervenire al più presto. Usando ogni strumento politico, diplomatico ed economico in difesa dei diritti del popolo libanese e affinché Israele sia chiamato a rispondere delle violazioni del diritto internazionale che continua a commettere”.
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Di grande spessore è l’editoriale di Haaretz, il quotidiano progressista di Tel Aviv: “Israele sta giocando con il fuoco. La decisione del primo ministro Benjamin Netanyahu di continuare a colpire il Libano con enorme forza mette seriamente a repentaglio il cessate il fuoco con l’Iran e la stabilità dell’intera regione. Il viceministro degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh ha dichiarato giovedì che mercoledì il suo Paese era stato sul punto di rispondere a quelle che ha definito violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele in Libano. Ma Netanyahu, circondato dalla ridicola banda di piromani che ha radunato attorno a sé, sta cercando di lucidare la sua immagine di falco della sicurezza ormai offuscata, dopo aver fallito nel raggiungere gli obiettivi dichiarati nella guerra contro l’Iran. Invece di riconoscere la fonte del suo errore – l’assenza di strategia e l’abbandono della diplomazia – cerca di trasformare il Libano in un campo di sterminio sulle cui rovine dichiarerà: «Ho vinto». Il ministero della Sanità libanese ha dichiarato che gli attacchi israeliani di mercoledì hanno ucciso almeno 203 persone e ferito oltre 1.000. La distruzione e la devastazione sono immense, le condanne arrivano da ogni angolo del mondo, ma la leadership israeliana continua a sbandierare i soliti cliché militari: il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, ha dichiarato che l’esercito ‘continuerà a colpire Hezbollah’, mentre il ministro della Sicurezza, Israel Katz, ha proseguito la sua goffa campagna intimidatoria (‘Verrà il turno di Naim Qassem’). A ciò ha fatto seguito il rituale quasi settimanale in cui l’esercito annuncia l’uccisione di una figura «di alto rango» – questa volta si trattava di Ali Yusuf Harshi, aiutante e nipote del leader di Hezbollah Qassem, come se ciò potesse in qualche modo cambiare l’insopportabile realtà per i residenti del nord di Israele. Ma una leadership nazionale coraggiosa, con un primo ministro serio e non populista, spiegherebbe loro chiaramente la situazione: è impossibile disarmare Hezbollah perché i suoi membri sono profondamente radicati in tutto il Libano; è impossibile raggiungerli tutti perché ciò comporterebbe la completa conquista e occupazione del Libano; è impossibile distruggere completamente l’arsenale di Hezbollah. Giovedì è stato riferito che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto a Netanyahu di ridimensionare gli attacchi in Libano e che il primo ministro ha ordinato l’avvio di negoziati diretti con il governo di Beirut, concentrandosi sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano. Netanyahu ha aggiunto che Israele ‘apprezza l’appello lanciato oggi dal primo ministro libanese per la smilitarizzazione di Beirut’. C’è da sperare che Netanyahu non stia dicendo queste cose solo per adempiere a un obbligo, mentre allo stesso tempo agisce per sabotare il cessate il fuoco. Se il desiderio di avviare negoziati con il Libano sarà sostenuto da azioni concrete, questo sarà un gradito cambio di rotta. L’unico modo per indebolire Hezbollah, un’organizzazione terroristica, è firmare un accordo con il governo libanese rafforzando al contempo l’esercito libanese e i meccanismi di sicurezza dello Stato”, conclude Haaretz.
Così il report di Unhcr: “In un Paese sconvolto dai più massicci e devastanti attacchi israeliani dell’attuale conflitto, sferrati l’8 aprile, l’Unhcr, Agenzia Onu per i rifugiati, esorta a garantire in ogni momento la protezione di tutti i civili, fra cui oltre 1 milione di sfollati.
Circa 100 località sono state colpite in dieci minuti senza alcun preavviso, compresi quartieri densamente popolati di Beirut che ospitavano già migliaia di sfollati. Secondo il Ministero della Sanità Pubblica libanese, al 9 aprile gli ultimi attacchi hanno causato più di 300 morti e oltre 1.150 feriti, con un numero di vittime destinato ad aumentare man mano che proseguono le operazioni di ricerca e soccorso. L’escalation ha causato un’enorme perdita di vite umane e ha aggravato le sofferenze e la perdita di case e beni. Sono state nuovamente sradicate famiglie che erano già fuggite dai precedenti scontri a Beirut, nella Valle della Bekaa e nel sud del Libano, alcune delle quali avevano iniziato a pensare di tornare a casa dopo segnali contrastanti su un cessate il fuoco. Aree precedentemente considerate sicure sono state colpite, scatenando il panico e costringendo le persone a fuggire per la seconda o terza volta. Molti sono stati visti trasportare bambini e averi a piedi o tentare di fuggire in auto, in mezzo al traffico paralizzato sulle principali vie di uscita da Beirut. I soccorritori hanno faticato a raggiungere i feriti tra le macerie, le strade bloccate e la distruzione. Gli ospedali, sopraffatti, hanno lanciato appelli urgenti per donazioni di sangue. La distruzione di molti ponti ha reso molto più difficile spostarsi tra il nord e il sud del Libano. Per molte famiglie dei villaggi del sud, il ritorno non è più possibile poiché intere comunità sono state parzialmente o completamente distrutte. Si stima che nel sud del Paese ci siano ancora circa 150.000 persone; è essenziale che possano ricevere aiuti umanitari e hanno bisogno di vie sicure per fuggire se costrette a farlo. I bisogni umanitari stanno aumentando rapidamente. L’accesso alle persone colpite è sempre più limitato, oltre 680 centri di accoglienza che ospitano circa 140.000 sfollati sono gravemente sovraffollati e quasi la metà delle scuole pubbliche libanesi funge ora da rifugio, lasciando i bambini ancora una volta fuori dalla scuola e alle prese con paura, ansia e fughe ripetute”.
L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che alcuni ospedali entro pochi giorni potrebbero non poter più disporre dei kit traumatologici essenziali. Secondo il rappresentante dell’agenzia Onu in Libano, le scorte di bende, antibiotici e anestetici si stanno esaurendo. Nella periferia sud di Beirut, le autorità locali hanno lanciato appelli per l’invio di bulldozer e mezzi pesanti. Sotto ai palazzi demoliti dai missili si cercano decine di persone, sperando di fare in tempo a salvare qualcuno. Così stanno le cose. E Israele non intende fermarsi. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Eyal Zamir ha affermato che le forze israeliane continuano le loro operazioni di combattimento nel Libano meridionale e che «non sono in un cessate il fuoco» con Hezbollah ma «in stato di guerra». Durante una visita nei pressi di Bint Jbeil, riportano i media israeliani, nel Libano meridionale, Zamir ha affermato: «L’Idf è in stato di guerra, non siamo in cessate il fuoco, continuiamo a combattere qui in questo settore, che è il nostro principale settore di combattimento. In Iran, invece, siamo in cessate il fuoco e possiamo tornare a combattere lì in qualsiasi momento».
Sul fronte iraniano, si attendono i colloqui di Islamabad. «Non vediamo l’ora che inizino i negoziati. Credo che saranno positivi». Così il vicepresidente statunitense J.D. Vance, parlando ai giornalisti prima della partenza per Islamabad, dove prenderà parte ai negoziati come membro della delegazione americana. «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede e a tendere una mano, è un conto. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile”.– ha spiegato Vance – Il Presidente ci ha fornito delle linee guida piuttosto chiare, e vedremo come andrà». Se ci ha pensato il Presidente…