Musica

Romantici dalla provincia più profonda, l’esordio urgente dei Satantango tra affinità e divergenze con “Le città di pianura”

L'album del duo Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi “alla perdita dell’illusione, al romanticismo della malinconia. La provincia è proprio il contrario della moda". L'intervista

Cultura - di Antonio Lamorte

8 Aprile 2026 alle 16:21

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FOTO DI GIULIA GATTI (DA US)
FOTO DI GIULIA GATTI (DA US)

Ad afferrare e restituire con autenticità la malinconia, una disillusione senza tregua, le serate tutte uguali di provincia, senso di precarietà e sospensione, voglia di disertare, una decadenza lontana dai riflettori ci si riempie e ci si svuota fino a raggiungere una serenità inaspettata e liberatoria. Chi l’avrebbe mai detto: ma è il miracolo del post-punk, della new wave, dello shoegaze e del dream pop, una serendipità che i Satantango hanno restituito nel loro album omonimo d’esordio (Dischi Sotterranei) dedicato “alla perdita dell’illusione, al romanticismo della malinconia e alla provincia più profonda”. Si riconosce e si intuisce quell’urgenza espressiva che ogni esordio dovrebbe avere.

La provincia è in questo caso quella di Cremona, “tra la nebbia e i prefabbricati” dove sono nati e cresciuti e rimasti Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi e dove trova nuovo scenario l’immaginario grigio e desolato dell’Ungheria di Béla Tarr e László Krasznahorkai. Atmosfere sospese alla Cocteau Twins, versi ironici e immaginifici alla Baustelle, dosi di incomunicabilità, incompiutezza generazionale. “Tutte le coincidenze noi le abbiamo perse/non resta niente solo quello che è importante”. Colpisce per immediatezza, idee chiare. “Siamo molto felici dell’accoglienza che l’album sta avendo. Al momento siamo concentrati sul tour, ci porterà in tutta Italia fino alla fine dell’estate”. Le prossime date al 15 aprile al Covo Club a Bologna, 17 aprile al Piccolo Cielo a Gorizia, 23 aprile al Monk a Roma e il 21 maggio al MI AMI a Milano.

Satantango, nome musicale e immaginifico come pochi altri: perché l’avete scelto? 

Siamo rimasti folgorati sia dal film che, successivamente, dal libro di Krasznahorkai – che del resto è anche lo sceneggiatore della pellicola di Béla Tarr. Fin dalla prima inquadratura di Satantango ci è parso di vedere sullo schermo casa nostra: gli stessi campi in bianco e nero nei pomeriggi novembrini, la stessa atmosfera nebbiosa e malinconica. È stato un riconoscimento istantaneo.

L’album si apre con 9.11. Perché?

L’11 settembre è stato uno spartiacque per il mondo intero: ancora oggi tutti si ricordano dov’erano e cosa stavano facendo in quel momento. Forse è stato il momento in cui si sono sgretolate le promesse degli anni ’80 e ’90, e tutti ci siamo ritrovati un po’ più disarmati e impauriti. Tutto l’album parla di perdita dell’illusione e dell’innocenza: cominciarlo con questa canzone ci sembrava il modo migliore per rappresentare l’inizio della caduta.

“E hai finito per fermarti appena prima di arrivare/per fargliela pagare/per paura di rischiare/per quel desiderio di annientare”: è una gioventù tutt’altro che spensierata. 

L’adolescenza segna tutta la vita, ma più che sull’età in sé con questa canzone abbiamo voluto focalizzarci sul contesto sociale in cui la giovinezza si svolge. Ci siamo ispirati a noi stessi, alle storie di persone a noi vicine, oltre che al film Gioventù, amore e rabbia del ’62, uno dei maggiori esempi della corrente dei Giovani Arrabbiati. Il film parla di un ragazzo rinchiuso in riformatorio che ha come unica possibilità di riscatto quella di vincere la corsa campestre del programma riabilitativo, ma il giorno stesso della competizione, a una manciata di metri dal traguardo, si ferma con un sorriso di sfida facendosi superare dal corridore alle sue spalle e rinunciando alla vittoria. Con questa canzone volevamo raccontare in modo ironico e apparentemente leggero le difficoltà di vivere in  una società che omologa i giovani chiedendo loro di “correre” senza realmente fornire la possibilità di farcela. L’auto sabotaggio è una risposta molto diffusa di fronte a certi tipi di pressione sociale.

C’è in Permafrost una forma ciclica ripetitiva e opprimente, sembra riguardi un senso perenne di incomunicabilità e di incompiutezza: com’è nata la canzone?

La canzone è nata di getto, come un mantra. Siamo partiti da una base con un arrangiamento esplicitamente shoegaze, che trascinasse l’ascoltatore come in un vortice. Durante la scrittura ci siamo resi conto che il significato più profondo del pezzo poteva essere proprio nel non detto e nella sospensione delle frasi stesse, che quasi arrivano in gola ma poi non riescono ad uscire e vengono ingoiate di nuovo.

Sembra essere di moda la provincia immobile, sospesa, romantica, decadente, che torna anche in questo album. Che rapporto avete con la provincia e con il suo racconto?

In realtà per noi la provincia è proprio il contrario della moda. La moda per definizione è qualcosa di passeggero, mentre noi raccontiamo i luoghi in cui siamo nati, cresciuti e in cui abbiamo deciso di rimanere. È appartenenza. Avevamo l’esigenza di parlare di qualcosa di vicino a noi: abbiamo vissuto in provincia tutta la vita, è il luogo che conosciamo meglio e dove ci sentiamo a casa. Ad esempio Villa Alluvioni, l’ex Cinema Tognazzi, la Strada Provinciale 6 sono luoghi fisici ma anche metaforici. Era inevitabile parlarne, insieme a temi generazionali come il desiderio di fuggire contrapposto alla voglia di restare, e la nostalgia del passato vista in chiave romantica.

L’avete ritrovata, per esempio, nel film “Le città di Pianura”? Strada provinciale 6 sembra citarlo involontariamente.

Ci è piaciuto tantissimo, è davvero un gioiello nel panorama cinematografico italiano. Abbiamo trovato parecchie affinità, anche se Strada Provinciale 6 è nata molto prima che vedessimo il film e diremmo che la provincia cremonese è rimasta più campestre e bucolica di quella veneta, che dal film risulta più grezza, più dura.

Quali sono state le principali fonti di ispirazione dell’album?

Tutto l’immaginario del disco deve molto al cinema, ai libri che leggiamo e all’incontro dei nostri gusti musicali. Più che un solo genere volevamo creare una bolla sonora, un’atmosfera quasi cinematografica che spazia dallo shoegaze al dream pop, senza dimenticare le influenze più alternative e quelle che rimandano al cantautorato, al new-folk e al progressive.

L’album ha ottenuto molti feedback positivi: che tipo di posto pensate di poter arrivare a occupare nella scena della musica italiana? Pensate che la vostra musica possa puntare ad arrivare al mainstream? 

Scriviamo musica per esigenza, e ci sembra che il mainstream sia un mercato abbastanza volubile. Secondo noi, per qualsiasi artista la cosa migliore sarebbe riuscire a trovare un pubblico affezionato e fedele che rimanga nel tempo.

8 Aprile 2026

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