Intervista ad Andrea Mastropietro

Perché ci salveremo fuggendo da schemi e profitto, il ritorno de L’Albero con “Cielo e sfacelo”

L'ultimo e terzo album del cantautore. "È necessario, oltre che importante, riservarsi attimi di libertà, rallentare, disertare. Si chiede ai musicisti di sfornare materiale in continuazione, purtroppo i più propendono per questa opzione"

Cultura - di Antonio Lamorte

7 Aprile 2026 alle 16:39

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FOTO DI MANUELE VESTRI (DA UFFICIO STAMPA)
FOTO DI MANUELE VESTRI (DA UFFICIO STAMPA)

Si fa presto a dire: mollo tutto, cambio vita. Fermate il mondo, voglio scendere. O no: neanche più quello ormai. Si vanta di questo status speciale, d’eccezione: stato interessante tra l’orrido di una quotidianità che fa paura e un’illuminazione di serendipità. E suona come un album sospeso Cielo e sfacelo (Santeria/Audioglobe/The Orchard), il terzo di Andrea Mastropietro in arte L’Albero, dalle radici profonde tra il cantautorato più folk e bucolico anche dei grandi classici italiani e la disinvoltura del songwriting alla Crosby, Stills, Nash and Young. E che con quell’immaginario comunica anche nella grafica oltre che nel sound. E prova a lievitare, a sognare sulla coda di suite strumentali, si prende il lusso di immaginare un salto fuori da routine e schemi, ad azzardare una lettura fricchettona ma immarcescibile, l’escapismo suggerito dalla volpe al Piccolo Principe: l’essenziale è invisibile agli occhi.

Procede dinoccolato, sornione, furbo come un pirata a riposo ma non in pensione, quello di Fuga in Re che apre il disco: inaugura uno (forse il) leitmotiv del disco che è la fuga “non come atto di vigliaccheria, ma come gesto di dignità, orgoglio e rifiuto, rimettendo la libertà al centro di tutto”. Ma fuga da cosa, da chi, chi insegue, quale pedinamento? “Fuga da quella gabbia che è la quotidianità di una realtà che non lascia spazio a quello che è immateriale, quello da cui non si trae alcun profitto, perché quella di oggi è una realtà dove il tempo è sempre più denaro e il sogno e l’immaginazione sono limitati. Se il profitto è l’unica logica che vale, allora per la musica e più in generale per tutte le espressioni artistiche diventa una catastrofe, e in gran parte già lo è”, spiega Mastropietro a L’Unità. Ogni occasione è buona per perdersi in giro o per perdere tempo, per conoscersi e conoscere il mondo intorno, esplorare, capire, incontrare gli altri, trovare un punto di rottura come in In una stanza. “È necessario, oltre che importante, riservarsi attimi di libertà, rallentare, disertare, uscire dallo schema dove probabilmente saremo in qualche modo costretti a tornare, ma magari con più spirito critico e con maggiore consapevolezza”.

Può apparire una soluzione pauperista, da decrescita felice, dura da innestare nella realtà ma che si accorda con lo spirito del disco arrangiato e prodotto con sostanza e coerenza. Difficile conciliare tutto questo con l’iper-produttività che contagia anche il mondo dell’arte, il settore della musica. “Si chiede che i musicisti sfornino materiale in continuazione, disinteressandosi completamente del tempo necessario e degli sforzi necessari alla creazione. Il tempo della creazione artistica è un tempo umano, non tecnico e tecnologico. Il mio disco infatti prende una posizione critica contro questa tendenza che oggi pare dominante e irreversibile. Ogni scelta è un atto politico: il personale è politico anche se questo non è ancora un concetto condiviso da molti. La quantità non va d’accordo con la qualità. Cosa preferiamo fare, bruciare velocemente la nostra creatività non valorizzandola ma piegandola solo al numero, oppure creare qualcosa di qualità che resista nel tempo? Purtroppo pare che i più propendano per per la prima opzione”.

All’Unità Mastropietro ha raccontato come abbia pescato soprattutto dagli anni settanta e novanta della musica folk, del rock and roll, del pop più autoriale e della psichedelia. “Durante la scrittura ho ascoltato molto, come sempre, il Lucio Battisti più folk e misterioso, quello quasi di campagna potrei dire. Il Caetano Veloso dei primi dischi, su tutti Transa, Maurizio Vandelli e l’Equipe 84, Claudio Rocchi di Volo magico n.1, David Crosby e molti altri. Il filo conduttore che ho tratto da questi nomi è stato probabilmente quello di fare una musica molto umana, meno elettronica possibile, che avesse come suo fondamento la dinamica, l’alternanza di piano e forte, cosa che manca sempre di più nella musica contemporanea. Mi viene in mente Alfred Brendel che nel suo Abbecedario di un pianista scrive che il silenzio è il fondamento della musica”.

FOTO DA UFFICIO STAMPA

L’escapismo di Cielo e Sfacelo si perde e si rifugia, trova un armistizio nelle piccole cose della vita in Ma che follia!, ultima delle nove tracce dell’album, “che poi sono quelle più difficili da viversi e da preservare. ‘Io amo la vita semplice delle cose’, scriveva Sergio Corazzini, uno dei miei poeti italiani preferiti. Sono le più autentiche e importanti”. L’Albero canta della luce fuori dalla finestra, i fichi d’india che spuntano sopra i muri mentre passeggi per un vicolo, due caviglie nude che si muovono su un sentiero polveroso, il blu del mare, la luce bianca accecante del sole d’estate. “In questo penso di avere una certa forma di misticismo. Spero sempre di salvarmi dallo sfacelo con le piccole cose, spero sempre di stupirmi come fosse la prima volta”.

7 Aprile 2026

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