La svolta reazionaria della premier

Meloni torna giustizialista: dopo la vittoria del NO licenzia i vice per omaggiare le toghe

Fa strage di collaboratori. Caccia la Santanchè obbedendo ai Pm. Ma lei non si dimette. Il berlusconismo garantista è definitivamente finito

Politica - di Piero Sansonetti

27 Marzo 2026 alle 07:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Bartolozzi, Delmastro e Santanché non si sono dimessi: sono stati licenziati. Bartolozzi e Delmastro sono stati licenziati in silenzio, Santanchè invece si è ribellata, ha resistito e ha denunciato pubblicamente l’atto di forza di Giorgia Meloni e del suo partito. È stata coraggiosa. Ora qualcuno dovrà spiegarmi cosa c’è di garantista nella scelta di licenziare tre persone che lavoravano per il tuo partito e per la tua maggioranza, tre collaboratori importanti, e licenziarli il giorno dopo la sconfitta al referendum. Diciamo pure che nel sacrificare i collaboratori anziché assumersi le proprie responsabilità non c’è mai splendore. I leader, di solito, si prendono sulle spalle le sconfitte.

Ricordo Massimo D’Alema che lasciò la presidenza del Consiglio solo per una sconfitta del suo partito alle elezioni regionali. Ricordo Matteo Renzi, che dieci anni fa lasciò anche lui Palazzo Chigi per avere perduto il referendum costituzionale, esattamente come lo ha perduto Giorgia Meloni. Renzi non licenziò la Boschi, e Gentiloni e Minniti: andò via lui. Volete un caso più nobile? De Gasperi, giugno 1953. Perde di un soffio le elezioni politiche, nel senso che la coalizione si ferma al 49,85 per cento, si dimette e lascia per sempre la politica.
Ma fin qui stiamo parlando solo di questioni di stile.  Del resto è una questione di stile anche l’atteggiamento del ministro Nordio, che dopo avere mostrato il petto e giurato che mai e poi mai avrebbe lasciato al suo destino Giusi Bartolozzi, poi, quando ha sentito un alito di tramontana, ha chinato il capo e ha detto: prendetela pure e fatene ciò che volete.

Vabbé. Il profilo morale della destra è una cosa che non mi interessa. Il problema è il garantismo. Giorgia Meloni ci aveva detto che bisognava varare la riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati e quindi bisognava votare Sì al referendum per garantire una svolta garantista alla nostra democrazia, e chiudere il capitolo della Repubblica Giudiziaria, che si era aperto, più o meno, alla metà degli anni 70 con le leggi speciali contro il terrorismo. In molti le avevano creduto. Anzi: in molti le avevamo creduto, perché io stesso ho sostenuto le ragioni del Sì e approvato quella riforma. Ora sappiamo che era un imbroglio. Non è assolutamente possibile immaginare una svolta garantista e inaugurare il dopo referendum con tre licenziamenti, come ha fatto la premier.

Vediamo i tre casi

Il caso di Delmastro è un po’ particolare, anche perché Delmastro era al ministero della Giustizia, e un sottosegretario alla Giustizia dovrebbe evitare di fare affari sottobanco con chicchessia. Ma se davvero Meloni voleva che Delmastro se ne andasse doveva dirlo subito, appena Il Fatto ha tirato fuori la faccenda. Non aspettare di vedere come andava a finire il voto. Perché questa sua attesa giustifica il sospetto che lo ha fatto solo per rendere omaggio ai vincitori, e che se avesse vinto il Sì Delmastro si sarebbe salvato. Del resto, forse, Delmastro poteva essere allontanato da via Arenula in varie altre occasioni. Per esempio, quella volta che disse che lui “godeva” a vedere soffocare i detenuti in cellulari senza neanche un finestrino per fare entrare l’aria. Meloni, se fosse stata davvero garantista, avrebbe potuto dirgli: “Amico caro, non hai capito bene, noi siamo garantisti, non è una cosa intelligente auspicare la morte per soffocamento dei prigionieri”. Non lo fece. Perché? Magari perché anche a lei l’idea della sofferenza dei prigionieri non dispiace. O forse perché non aveva capito bene (o aveva deciso di non capire) che la riforma non era per aumentare il numero dei detenuti, ma per contenerlo. Al comizio finale della campagna elettorale Giorgia Meloni ha gridato contro i giudici, ma non ne ha denunciato il giustizialismo, al contrario, li ha accusati di eccessivo garantismo. Ha detto che se avesse vinto il Sì, finalmente i giudici l’avrebbero finita di liberare stupratori e immigrati irregolari. Già, proprio così: ha messo sullo stesso piano gli stupratori (che però vengono liberati solo a fine pena) con gli immigrati irregolari, che non hanno commesso nessun reato. Ma, dicevo, lasciamo stare il caso Delmastro. Parliamo degli altri due.

Giusi Bartolozzi forse poteva essere licenziata per i guai che combinò nella nota vicenda della fuga del tagliagole libico Almasri. Lì si, sarebbe stato ragionevole. E forse, in quel caso, non sarebbe stato sbagliato mandare a casa anche un paio di ministri coinvolti. Fu uno scandalo vero. Dovuto agli accordi indicibili e infami tra i nostri governi e gli sterminatori di migranti libici. Ma invece no. Bartolozzi viene licenziata per avere detto una frase un po’ drastica in campagna elettorale: “la magistratura è un plotone di esecuzione, liberiamocene”. È una sua opinione, magari neppure completamente infondata. Siamo arrivati al punto che si licenzia un dipendente dello Stato per una sua opinione espressa in campagna elettorale? Si dice: ma Bartolozzi rappresenta lo Stato. Forse è vero, forse no. È vero sicuramente che rappresenta lo Stato anche il dottor Gratteri, il quale ha minacciato un redattore del Foglio di fare i conti con lui dopo il referendum. Mi pare che sia ancora al suo posto il dottor Gratteri. Per di più col potere di fare davvero i conti con il cronista del Foglio, mentre Bartolozzi un potere analogo non ce l’ha.

Ultimo caso, clamoroso, quello di Santanchè. Lei cosa c’entra col referendum? Niente. Contro di lei ci sono alcuni provvedimenti giudiziari voluti dai Pm. Benissimo: è stata condannata? No. Per via di quei procedimenti giudiziari l’opposizione mesi fa presentò una mozione di sfiducia. La maggioranza, su indicazione di Meloni, votò contro quella mozione e la bocciò. Si possono chiedere le dimissioni di una ministra alla quale è stata appena votata la fiducia? Mi sembra una cosa da manicomio. La verità è che Meloni ha voluto riaffermare il vecchio principio di “mani pulite”, secondo il quale spetta ai Pm il potere di revoca dei ministri. E poi un’altra domanda molto inquietante: è vero, come hanno scritto molti, che le dimissioni della Santanché le ha chieste Delmastro? Vedete che pasticcio? Non si capisce niente. O meglio una cosa si capisce: la destra che ha sostenuto il referendum lo ha fatto solo per ragioni di calcolo politico: voleva sconfiggere Elly Schlein, per riprendersi dopo gli insuccessi elettorali al Sud, in Toscana, a Genova. Ma sulla riforma scritta da Nordio lei non era d’accordo. Già, la destra non berlusconiana odia il garantismo. Anche perché, diciamoci la verità, ancora non è riuscita a liberarsi delle sue radici profonde, che alla fine, lo sapete tutti, sono fasciste.

27 Marzo 2026

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