La morte del Senatur

Umberto Bossi, il barbaro che fu patrigno del populismo anti-casta

Linguaggio da trivio, modi da osteria, giustizialismo, fare minaccioso. L’inventore del mito padano riuscì ad abbindolare i capitalisti bonsai del Nordest per poi essere affondato dal suo familismo amorale

Politica - di Michele Prospero

26 Marzo 2026 alle 15:30

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Archivio storico Lapresse
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Nei primi anni 90 i partiti ormai in declino abbracciarono la mistica del “nuovo” nella speranza di dirigere la rivolta antipolitica. In quei tempi, del resto, persino le assemblee della Confindustria accoglievano a suon di fischi i ministri in carica. L’asse tra gli attori economici domestici, terrorizzati dall’internazionalizzazione dei mercati, e gli “homines novi”, aspiranti riformatori delle istituzioni, cavalcava l’onda anomala populista. Al nuovismo “interno”, auspicato dal comitato referendario, si affiancò però anche la volontà di un repulisti “esterno”, promosso dalle destre. Più interessate al pungolo del fisco che al miraggio di Westminster, queste ultime seppero intercettare meglio la fulminea radicalizzazione del ceto medio settentrionale.

“La Lega – scriveva Bossi già nel 1990 – vuole porre le basi della Seconda Repubblica, ripulendo il palazzo dagli affaristi e da una nomenklatura immutabile”. Mentre Segni e Occhetto guardavano agli orientamenti della grande impresa, che appoggiava i loro quesiti referendari per dare la spallata plebiscitaria ai partiti, gli autonomisti del Nord riponevano ben altra fiducia nei ludi cartacei. I ribelli prediligevano l’invenzione pittoresca delle saghe celtiche per indurre i padroncini con il Suv a ungere le ampolle sulle rive del Po. I vincitori annunciati delle elezioni del ’94 non avevano preso parte alle cerimonie del ’91-’93 per la riduzione dei voti di preferenza e per l’abbandono della proporzionale. Con un linguaggio inedito, destinato nondimeno a segnare lo spirito di un’epoca, Bossi ammoniva brutalmente: “Vi devo dire che di questo referendum non ce ne frega un cazzo”. Lo stesso Msi era schierato per il “no” al cambio della formula elettorale. È evidente che “delegittimando la Repubblica dei partiti il referendum creò un preoccupante vuoto politico-istituzionale” (A. Giovagnoli, La Repubblica degli italiani, Laterza, p. 188). Nei distretti del Lombardo-Veneto a subcultura “bianca”, quindi non contendibili, la Lega riuscì a raccogliere la fiducia di una fitta rete di aziende divenute centrali nel dinamico micro-capitalismo diffuso. Con l’antica testa politica finalmente decapitata dalle procure, il problema percepito dalle partite Iva come prioritario era quello di trovare gli interpreti adatti per un’autorappresentazione del territorio. Laddove la sinistra si appassionava alle magnifiche tecniche di conteggio dei voti, la Lega proponeva una piattaforma più prosaica per raccogliere consenso in qualità di portavoce ritrovato degli interessi corposi rimasti privi di ogni efficace veicolo politico.

A rendere visibile un movimento allo stato nascente, che per emergere scagliava il profondo Nord contro i luoghi del potere (“Padroni a casa nostra”), ci pensò anche la tv pubblica. Le nuove trasmissioni di Rai 3, con il proliferare di talkshow gestiti da conduttori carismatici, entrarono più di altre in sintonia con la marea anticasta, che imponeva la rottura della forma, dello stile e del linguaggio consueti. Il discorso di Bossi era, non a caso, denso di esplicite metafore militari (“la Lega avanzerà, baionetta in canna”, si farà largo con “una sbrufada di mitra”). Neppure sfiorato dal dubbio dell’esagerazione, il Senatur parlava senza remore di un Winchester “con due pallottole, una per i nemici, una per i falsi amici”. Le immagini guerresche servivano ad accompagnare la fronda dei capitalisti-bonsai arrabbiati con la grande impresa e con i resti dei partiti annusati come carcasse del tutto inutili. Finanche le evocazioni a sfondo sessuale abbondavano in maniera sfrenata nelle adunate (la Lega ce l’ha duro, duuuro”;cara Boniver, cara bona, bonazza nostra, noi della Lega siamo sempre armati, di manico!”; Alessandra Mussolini apostrofata come “l’onorevole con le tette al vento”). Un conservatore come Montanelli e un azionista come Bocca confessarono che in quelle stagioni agitate la loro scelta nella “gabina” era ricaduta sulla Lega. Contro il sistema Bocca esaltava “gli uomini nuovi” che, opponendo una benedetta “forza d’urto”, avevano sconfitto la odiata “partitocrazia”. Il suo sonoro “grazie barbari” esprimeva un’ammirazione sconfinata per la “sovversione vociferante”, sostenuta “senza turarsi il naso”. L’avvento degli incivili e rudi templari scesi dalle valli era provvidenziale perché carico di una liberatoria “ostilità-estraneità al regime”.

Nel 1994, con l’8,4% dei voti tradotto nel 18,6% dei seggi, i leghisti si piazzarono terzi nella coalizione, ma finirono primi in assoluto per numero di deputati grazie alla conquista a mani basse dei collegi uninominali settentrionali. Oltre due terzi degli eletti erano novizi, e il brutto vento del Nord portò a Roma pure una giovane alle prime armi che salì sullo scranno più elevato di Montecitorio per poi scoprire che la sua vocazione più autentica era il ballo. Giunto al governo, Bossi non vi dimorò tuttavia a lungo. Dopo appena sei mesi troncò l’intesa con Berlusconi. Aveva intuito che “il sindacato del Nord” rischiava molto allorché una porzione degli interessi tutelati (i pensionati) veniva scalfita dalle manovre restrittive varate ad Arcore. La celere fuga dal “Berluscoso”, soprannominato altresì “Berluscaz” (“la sua è una macchina di cartapesta”) e “Berluskaiser”, favorì il “ribaltone”: un’operazione di sottile sapienza tattica propedeutica al trionfo dell’Ulivo nel 1996. La preoccupazione principale di Bossi era non cedere alla forte concorrenza dell’aziendalismo del Cavaliere, che ambiva al controllo del popolo padano passato rapidamente dalla stalla al capannone. Perciò il leader di Pontida procedeva per strappi e ricuciture, agli spettri indipendentisti faceva seguire gli immancabili accomodamenti. Dopo le congiure di palazzo, anche le più drastiche cesure simboliche (il referendum per l’indipendenza della Padania, il parlamento di Mantova, il perpetuo ricatto della disobbedienza fiscale) finivano annacquate nello stagno della “Casa delle Libertà”.

Da ultimo, il referendum del 2006 arrestò nettamente il progetto delle destre di mettere un sigillo costituzionale al sabotaggio dei vincoli politici con lo Stato centrale. In qualche statuto regionale venne inutilmente formalizzata la parvenza di rapporti contrattuali con Roma stipulati tra aree territoriali definite e contraddistinte da autonome capacità negoziali. Sfumato il sogno della “devolution” dei poteri, e accantonata la scure brandita in faccia al Leviatano keynesiano, come lo chiamava Bossi, il ruspante costituzionalismo padano lasciava in dote solo la poco gloriosa legge Calderoli. Non bloccato dal Colle nel 2005, il congegno palesemente illiberale (il “Porcellum”) sarà bollato nove anni dopo dalla Consulta in quanto illegittimo. Oramai però la parabola di Bossi era volta al termine. Il Segretario nel 2012 cedette il comando perché travolto dalle disavventure del cerchio magico. Per una immancabile nemesi, il partito del cappio, esibito in Aula durante Tangentopoli come segno di una implacabile volontà punitiva, cercò una rigenerazione con la scopa mostrata in pubblico per fare pulizia al proprio interno. Nel duello per aggiudicarsi il gradimento dei 17mila iscritti sopravvissuti, soltanto il 18% si rivelò ancora fedele all’anziano fondatore ribattezzato “presidente a vita”, mentre Salvini, con il favore dell’82% delle tessere, afferrò lo scettro con l’imperativo di sopravvivere al diluvio.

Un provvisorio bilancio dell’esperienza colorita che dal Senatur arriva al Capitano può essere affidato alle parole di Pierre Rosanvallon (Le siècle du populisme, Paris, 2020, p. 82). “Uno dei punti di forza della Lega di Salvini è stato quello di essere riuscita a superare il sentimento regionalista nazionalizzandolo, sostituendo il rifiuto del Sud con le critiche verso le istituzioni europee. Non è più ‘Roma Ladrona’ che polarizza la sua ira, ma è la burocrazia di Bruxelles ubriaca di regolamenti, insidiosa macchina per espropriare i popoli della loro sovranità. Questa dimensione antieuropea è diventata uno degli indicatori essenziali del populismo a livello continentale. Conferisce un tono più moderno e più facilmente accettabile a un nazionalismo altrimenti decisamente tradizionale”. Con il rosario baciato sul palco, lo slogan incendiario, le magliette provocatorie e i tweet aggressivi, il nuovo capo tramuta il mito della secessione in uno sguaiato urlo “sovranista”. Rimuovendo il culto delle reti comunitarie di matrice familiare-locale, il partito non più etno-regionalista si è specializzato nella guerra di religione contro l’infedele islamico.

La follia del Papeete ha però sterilizzato le velleità di Salvini, che proprio sul più bello ha dovuto lasciare a Giorgia la Patriota il comando della marcetta su Roma. Per giunta un generale lo ha appena mollato e minaccia di degradare il Capitano: lo accusa di vacuità perché non dà mai alcun seguito effettivo al chiacchiericcio sulla pace e sul negoziato per spegnere il fuoco in Ucraina. La pochezza dei barbari romanizzati fa rimpiangere i tempi che precedettero la cosiddetta rivoluzione italiana. Allora, invece che dalle camicie verdi di Bossi e di Salvini, i moderati e timorati di Dio del Nord-Est erano guidati dai partigiani Mariano Rumor e Tina Anselmi.

26 Marzo 2026

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