Consenso a picco
Trump prende schiaffi, dagli americani e dall’Iran: no alla proposta di pace
L’Iran respinge le richieste di Trump: “Eccessive, non decide lui quando finisce la guerra”. E detta cinque condizioni per una tregua. Sospetti per l’invio di 2200 marines nel Golfo. Axios: gli iraniani non ci staranno “a farsi ingannare per la terza volta”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
L’Iran ha respinto la proposta americana per fermare la guerra e ha dettato le sue cinque condizioni per una tregua. A riferirlo è la televisione iraniana citando un alto funzionario del regime.
Primo, “uno stop completo ad aggressione e uccisioni” per parte di Stati Uniti e Israele, ha spiegato la fonte. Secondo, “l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica islamica”. Terzo, “il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra”. Quarto, “la conclusione della guerra su tutti i fronti e di tutti i gruppi di resistenza coinvolti in tutta la regione”. Quinto e ultimo: il “riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz”. Attraverso l’agenzia Fars, Teheran ha fatto sapere che “le richieste Usa sono eccessive” e che “la fine guerra non la decide Trump”. “Nessuno può fidarsi della diplomazia statunitense dopo l’aggressione contro l’Iran durante i negoziati”, ha sottolineato poi il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei. Dunque, l’Iran “continuerà a difendersi”, ha avvertito.
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Dalla bocciatura allo scherno. Un portavoce militare iraniano ha deriso i tentativi Usa di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco. La notizia è riportata dai media internazionali. “Chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo. La vostra era di vuote promesse è giunta al termine. I vostri conflitti interni arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi? La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai”. L’Iran non ci starà a farsi «ingannare» per la terza volta in pochi mesi dal tycoon e lo ha chiarito a Pakistan, Egitto e Turchia che stanno negoziando un cessate il fuoco. A riferirlo è il sito Axios. Teheran, spiega, «ha detto ai Paesi che cercano di mediare i colloqui di pace con gli Stati Uniti che è stata ingannata due volte dal presidente Trump» e «non vogliamo essere ingannati di nuovo». A giugno si era nel pieno di colloqui indiretti quando gli Usa si unirono a Israele nella guerra dei 12 giorni. Tre settimane fa si era arrivati a un’intesa provvisoria a Ginevra ma il 28 febbraio gli alleati hanno attaccato di nuovo. A far insospettire ancora di più il regime è l’annuncio che saranno inviati nella regione altri 2.000 paracadutisti americani. Secondo fonti dell’amministrazione citate da Axios però, la maggiore presenza militare Usa è proprio la prova della serietà e della buona fede di Trump nei negoziati. Tanto che potrebbe affidarli al vicepresidente JD Vance.
Una “buona fede” armata. Attualmente sono in arrivo nel Golfo i 2200 marines della Task Force Tripoli: da lunedì sono entrati nell’area del Centcom, il quartiere generale di Tampa che ha la responsabilità dell’offensiva. Dispongono di tre grandi navi per condurre in maniera autonoma operazioni anfibie, con caccia a decollo verticale F35B, convertiplani Osprey ed elicotteri da combattimento Cobra. Un’altra squadra d’assalto gemella – la Boxer salpata da San Diego – raggiungerà la regione soltanto dal dieci aprile. Ora però ci sarà un incremento. Secondo il Wall Street Journal, l’ordine di partenza per tremila parà dell’82 divisione è già stato diramato. Annota Pietro Batacchi, direttore di RID (Rivista Italiana Difesa), tra i più autorevoli analisti militari italiani: “La strategia sembra la stessa: si fa finta di negoziare, poi si colpisce. È andata così con la pantomima dei negoziati in Svizzera, quando in realtà gli Americani avevano già deciso di attaccare l’Iran assieme agli Israeliani. L’obiettivo americano potrebbe essere quello di tentare di riaprire Hormuz, prendendo il controllo delle isolette di Abu Musa, Larak e delle 2 Tunb, ed eventualmente della più grande Qeshm, per riaprire la via dei traffici e puntare a Kharg, l’isola terminal dalla quale passa il 90% dell’export petrolifero iraniano collocata nella parte nord-ordientale del Golfo Persico. Si tratterebbe di un’operazione certamente rischiosa. Qeshm è in pratica un tutt’uno con l’aera costiera di Bandar Abbas; dunque, sarebbe esposta al tiro anche di cannoni e mortai, e lanciarazzi, oltre che di missili a corto raggio. Lo stesso in parte vale per Kharg, a 25 km dalla costa. Insomma, tutto il firing complex iraniano, o meglio, ciò che ne resta, sarebbe puntato sulle isole. Ecco, allora – rimarca il direttore di RID – lo scenario al quale le forze USA, soprattutto i Marines, si addestrano ormai da un decennio (pensando all’Asia-Pacifico e alla Cina). Operare in maniera dispersa con unità piccole e meno tracciabili dentro alla engagement zone avversaria, impiantando delle ‘contro-bolle’ da dove colpire l’avversario con loitering munitions e razzi HIMARS guidati, e con i Naval Strike Missile del sistema NMESIS (Navy Marine Expeditionary Ship Interdiction System), e condurre raid nella fascia costiera, e se serve anche più in profondità, per confondere ulteriormente il ciclo di targeting dell’avversario”.
Teheran, spiega, Axios, «ha detto ai Paesi che cercano di mediare i colloqui di pace con gli Stati Uniti che è stata ingannata due volte dal presidente Trump» e «non vogliamo essere ingannati di nuovo». A giugno si era nel pieno di colloqui indiretti quando gli Usa si unirono a Israele nella guerra dei 12 giorni. Tre settimane fa si era arrivati a un’intesa provvisoria a Ginevra ma il 28 febbraio gli alleati hanno attaccato di nuovo. L’Iran ha lanciato missili da crociera contro la portaerei Uss Abraham Lincoln, secondo quanto affermato dall’esercito in un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, avvertendo che seguiranno ulteriori lanci non appena le navi del gruppo d’attacco entreranno nel raggio d’azione. «I missili da crociera Qader della Marina iraniana (missili antinave a terra) hanno preso di mira la portaerei Uss Abraham Lincoln appartenente agli Stati Uniti, costringendola a cambiare posizione», si legge nel comunicato. Il comunicato ha citato il capo della Marina, l’ammiraglio Shahram Irani, il quale ha affermato che i movimenti del gruppo della portaerei sono «costantemente monitorati… e non appena questa flotta ostile entrerà nel raggio d’azione dei nostri sistemi missilistici, sarà soggetta a potenti attacchi da parte della Marina iraniana».
La guerra non paga. Anzi, fa crollare il consenso. Il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso in una settimana al livello più basso da quando è ritornato alla Casa Bianca, principalmente a causa dell’impennata dei prezzi della benzina e da una diffusa disapprovazione per la guerra contro l’Iran. È quanto emerge da un sondaggio Reuters/Ipsos condotto in quattro giorni e conclusosi martedì. L’inchiesta ha rilevato che solo il 36% degli americani approva l’operato di Trump, in calo rispetto al 40% registrato dallo stesso sondaggio la settimana prima. Bocciato anche sulla gestione economica, approvata solo dal 29%, un dato peggiore di quello di Joe Biden. L’ opinione degli americani su Trump si è deteriorata in modo significativo da quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo che, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare contro Teheran. Un’operazione approvata dal 35% degli americani, in calo rispetto al 37% rilevato la settimana scorsa. Il 61% si è invece dichiarato contrario agli attacchi, contro il 59% della settimana precedente. Solo il 29% del Paese approva la gestione economica del tycoon, il tasso di gradimento più basso registrato in entrambi i mandati, nonché un dato inferiore a qualsiasi indice di approvazione economica mai ottenuto dal suo predecessore, Joe Biden.
Chi non ha dubbi sul proseguire la guerra è Israele. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato di aver approvato, insieme al capo di Stato maggiore Eyal Zamir, una nuova serie di obiettivi da colpire in Iran e Libano. Katz ha sottolineato che dall’inizio della guerra contro la Repubblica islamica, l’aviazione israeliana ha sganciato oltre 15.000 bombe sul Paese, un numero quattro volte superiore a quello utilizzato durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025. Il governo israeliano ha autorizzato l’Idf a richiamare in servizio fino a 400mila riservisti nell’ambito dei conflitti in corso con l’Iran e Hezbollah. Lo riporta il Times of Israel. L’esercito israeliano ha affermato che questo non rappresenta il numero effettivo di riservisti che l’Idf richiameranno ma «un limite massimo che consente flessibilità in base alle esigenze operative».
Annota Zvi Bar’el, analista di punta di Haaretz: “Israele ha davvero nemici accaniti, e ce ne sono parecchi. E le guerre non sono un hobby; a volte sono una necessità inevitabile. Ma creare una mentalità che rifiuta la fattibilità degli accordi e li vede semplicemente come complotti il cui unico scopo è quello di offuscare i nostri sensi distrugge lo scopo stesso di avere una politica civile. Un governo che adotta lo slogan ‘vivremo per sempre di spada’ che vede in Sparta un ideale a cui aspirare e si aggrappa con tutte le sue forze alla guerra come stile di vita preferito, sta accecando i propri cittadini impedendo loro, sotto la minaccia di essere accusati di tradimento, persino di sognare una situazione in cui la guerra sia una necessità temporanea seguita da una nuova pagina. Questa manipolazione genetica del nostro DNA nazionale non sta solo plasmando lo stile di vita degli israeliani; li ha anche resi completamente dipendenti dal governo, che si considera l’unico protettore della nostra stessa esistenza”.