Piattaforme sotto accusa
Social creano dipendenza: condannati Meta e Google, tre milioni di dollari di risarcimento a 20enne
Sentenza storica per la portata epocale anche per il precedente che potrebbe rappresentare. "Profitto dai minori e nascondendo design che rende piattaforme pericolose". 70% dei danni a carico di Meta
News - di Antonio Lamorte
Accusati di aver incoraggiato le persone fin da giovanissime a produrre contenuti, allo scrolling infinito, a un consumo incontrollato incoraggiato dagli algoritmi. E di aver causato ripercussioni sulla salute mentale, di aver innescato ansia e depressione, complessi sul suo corpo e il suo aspetto fisico. Google e Meta sono stati condannati, da una sentenza storica emessa da una giuria di Los Angeles, a pagare tre milioni di dollari di risarcimento in danni morali e materiali a una ragazza di vent’anni che li aveva accusati della sua dipendenza. Si tratta di una sentenza storica, oltre che per la portata epocale anche per il precedente che potrebbe rappresentare.
Kaley G. M. oggi ha vent’anni, ha denunciato con la madre i colossi della Silicon Valley per esser stata fortemente coinvolta nell’uso dei social network da quando aveva solo sei anni. A novembre aveva raggiunto degli accordi extragiudiziali con TikTok e Snap, l’azienda proprietaria di Snapchat, che avevano evitato processo. Il processo a Google e Meta invece è durato cinque settimane ed è stato molto seguito dai media. “Per anni le aziende di social media hanno tratto profitto prendendo di mira i minori e nascondendo le caratteristiche di design che rendono le loro piattaforme pericolose. Il verdetto di oggi sancisce la loro responsabilità”, le parole degli avvocati dell’accusatrice di Los Angeles.
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La giuria era composta da sette donne e cinque uomini, aveva inizialmente incontrato difficoltà per raggiungere un verdetto ma alla fine ha condannato per negligenza sia Meta che Google per aver gestito un prodotto che ha arrecato danni a bambini e adolescenti e per non aver avvertito sulle conseguenze di un uso smodato. Dei tre milioni di dollari, il 70% sono a carico di Meta, che appena qualche ora prima, in New Mexico, era stata ritenuta responsabile di non proteggere i minori sulle sue piattaforme (Facebook, Instagram e Whatsapp) dai predatori online e condannata a 375 milioni di dollari, circa diecimila per ogni minore che aveva partecipato alla class action.
Le condanne si ispirano alla causa contro la Big Tobacco, l’industria del tabacco che nei decenni scorsi era stata accusata di aver creato e commercializzato prodotti che arrecano danni agli utenti e che provocano gravissime dipendenze. In quel caso le società produttrici di sigarette furono condannate a risarcire clienti per centinaia di miliardi di dollari. Oltre all’infinite scroll, ai suggerimenti degli algoritmi e alla riproduzione automatica dei video, la causa citava anche i filtri per modificare le foto che avevano un impatto sulla concezione del proprio corpo. Sarà stabilito successivamente l’ammontare anche dei cosiddetti “danni punitivi”.
Anche Mark Zuckerberg, patron di Meta, aveva testimoniato di persona a Los Angeles e aveva chiesto scusa alla sua accusatrice e ad altre vittime per il filtro che dovrebbe limitare l’accesso ai minori di 13 anni, che evidentemente non ha funzionato. Non hanno fatto differenza le difese delle società, che negavano ogni evidenza scientifica della dipendenza provocata dai social network e che citavano una norma federale che le solleva da ogni responsabilità per i contenuti che pubblicano gli utenti. Sia Meta che Google sono pronte a fare ricorso. “Non siamo d’accordo e stiamo valutando le nostre opzioni legali”, hanno fatto sapere da Meta. Google invece contesta le accuse nel merito, nel concetto stesso di social media. “Non siamo d’accordo con il verdetto e intendiamo presentare ricorso – ha fatto sapere un portavoce – Questo caso non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media”.