Un problema che non esiste
Olimpiadi, il CIO si piega a Trump sugli atleti transgender: test genetici obbligatori per gareggiare tra le donne
Il CIO, il Comitato olimpico internazionale, sceglie di piegarsi ai desiderata di Donald Trump in vista dei Giochi previsti nel 2028 a Los Angeles.
Il Comitato ha sancito che d’ora in poi tutte le atlete che vogliono partecipare ad una gara femminile dovranno sottoporsi a uno screening del gene Sry.
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In particolare il CIO sottolinea che ““l’ammissibilità a qualsiasi evento di categoria femminile ai Giochi Olimpici o a qualsiasi altro evento del Cio, inclusi gli sport individuali e di squadra, è ora limitata alle donne biologiche”.
Una tesi a dir poco paradossale, se non inutile. Praticamente nessuna atleta transgender ha mai partecipato ad una Olimpiade: l’unica eccezione è quella di Laurel Hubbard, prima atleta apertamente transgender a partecipare ai Giochi olimpici di Tokyo 2020 in rappresentanza della Nuova Zelanda nel sollevamento pesi, dove peraltro fu subito eliminata non riuscendo a completare nessuno dei tre esercizi nella categoria +87 chili.
Di fatto ciò che realmente cambia con le nuove norme introdotte dal CIO è il metodo con cui viene stabilito chi è donna e chi non lo è: un test genetico, lo screening del gene Sry, che oltre 80 organizzazioni hanno definito poco trasparente, invasivo e discriminatorio.
Per il CIO è invece l’esatto opposto: si tratterebbe di un metodo poco invasivo e soprattutto unico, perché per il Comitato la presenza del gene Sry è fissa per tutta la vita e rappresenti una prova altamente affidabile del fatto che un’atleta abbia completato lo sviluppo sessuale maschile, dunque andrebbe effettuato una sola volta. “Il gruppo di lavoro – si legge in un comunicato del CIO – ha convenuto che il metodo attualmente più accurato e meno invasivo per verificare il sesso biologico è lo screening del gene Sry, un segmento di Dna tipicamente presente sul cromosoma Y che avvia lo sviluppo del sesso maschile in utero e indica la presenza di testicoli”.
Lo stesso Comitato sottolinea però l’esistenza di alcune eccezioni, così elencate: “Le atlete con diagnosi di sindrome da insensibilità completa agli androgeni (Cais) o altre differenze/disturbi dello sviluppo sessuale (Dsd) che non traggono beneficio dagli effetti anabolici e/o di miglioramento delle prestazioni del testosterone”.
Al di là dell’aspetto tecnico-scientifico, tutt’altro che banale o di poco conto, la posizione del CIO appare in realtà più il tentativo di “tenersi buono” Donald Trump, considerando che gli Stati Uniti ospiteranno tra due anni i Giochi olimpici a Los Angeles. Da tempo il presidente Usa porta avanti una battaglia politica contro l’universo Lgbtq+ e contro le atlete transgender, non mancando ovviamente di generalizzare o dire conclamate falsità. Trump ha più volte citato i casi della pugile algerina Imane Khelif e della pugile taiwanese Lin Yu Ting, entrambe medaglie d’oro alle Olimpiadi di Parigi 2024 ma entrambe non considerabili atlete transgender: si tratta di atlete intersex e iperandrogine, donne con un’eccessiva produzione di ormoni maschili, in particolare di testosterone.
Atlete che il CIO aveva difeso a spada tratta alle Olimpiadi di Parigi, e che tra due anni potrebbe scaricare per compiacere Trump.