I pilastri della scuola genovese

Gino Paoli, abiettamente poetico: addio al primo antidivo della canzone

Ha cambiato, senza fare manifesti, la grammatica della canzone. Ha saputo rompere con la classica struttura melodica della retorica sanremese, prezioso l’approfondimento armonico

Spettacoli - di Filippo La Porta

25 Marzo 2026 alle 09:00

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Foto Davide Spada/LaPresse
Foto Davide Spada/LaPresse

Gino Paoli è stato un artista della sottrazione, e al tempo stesso il cantante più popolare della cosiddetta Scuola genovese (Lauzi, De Andrè, Tenco, Bindi…). Perché sottrazione? Perché quando si presentò per la prima volta in televisione, negli anni ’60, aveva qualcosa di refrattario ai canoni allora dominanti dello spettacolo. Non incarnava l’ideale del cantante “bello”, o anche solo per bene, alla Morandi.
La sua figura pubblica è sempre stata un curioso paradosso: schivo e introverso, disturbante e trasandato, spesso con gli occhiali scuri, un’aria da uomo che ha dormito poco e pensato troppo. Eppure proprio il suo understatement, quell’aspetto – dimesso, quasi dimissionario – diventava parte integrante del suo fascino artistico.

È stato forse il primo anti-divo della nostra canzone. Le canzonette hanno qualcosa di “abiettamente poetico”, diceva Pasolini. Aggiungendo che niente come le canzonette può ricordarci un periodo della nostra vita, una stagione: insomma , sono delle Madeleine perfette, infrangibili.
Ripercorriamo anche solo qualche titolo di Paoli. “Sapore di sale” è l’icona stessa dell’estate, nel mio immaginario fa da pendant alla splendida poesia “Estate” di Cardarelli. Il cielo in una stanza” rappresenta l’amore come spazio mentale infinito.Senza fine” è una melodia stupenda, incisa da jazzisti e folksingers. Intendiamoci: non sono canzoni “di ricerca”, non implicano alcuna sperimentazione musicale (altri erano i musicisti sperimentali che in quegli anni pure lavoravano con il pop). Eppure Paoli ha cambiato – senza fare manifesti – la grammatica della canzone , ha saputo rompere con la classica struttura melodica della retorica sanremese, oltre all’approfondimento armonico che a volte è risultato dalla collaborazione con Ennio Morricone. La voce? Beh la voce di Gino Paoli era sgraziata (all’inizio perfino un po’ stonata, secondo Ornella Vanoni!), ma in un modo che diventava stile. Non aveva l’estensione di Tenco, né la precisione di Endrigo, né la potenza di Modugno e Villa. Era una voce ruvida, un po’ nasale, spesso “di gola”, con quell’intonazione che pareva sempre sul punto di spezzarsi. Eppure proprio lì stava la sua forza. Quando cantava sembrava che stesse pensando.

Ma torno all’”abiettamente poetico”. Prendiamo il testo di “Sapore di sale”: “sapore di mare, un gusto un po’ amaro di cose perdute…”. Ecco, il pensiero ansioso che il proprio partner all’improvviso si disamori di noi, la lieve nostalgia provata su una spiaggia per un periodo felice della relazione. Passioni semplici, sensazioni effimere e poco significative, che però unite a splendide melodie – come avveniva nell’opera lirica (Bellini non aveva bisogno di chissà quale complessità armonica) – diventano memorabili e formano la colonna sonora della nostra esistenza. È in grado oggi la poesia di dare voce a questa emotività diciamo così “minore”, a questa spuma dell’esistenza? Sì e no.

In questo senso la canzone d’autore ha svolto e svolge una fondamentale funzione di supplenza nell’ultimo mezzo secolo. È in questo senso che hanno voluto dare il Nobel, meritatissimo, della letteratura a un cantautore come Bob Dylan. A nessuno baciando una ragazza é mai venuto in mente, che so, un verso di uno degli algidi, anticomunicativi, poeti della contemporaneità, ma piuttosto il verso di una canzone di Paoli o di Dylan! Certo, un abisso rimane tra poesia e canzone (benché le loro origini, nell’antica Grecia, siano intrecciate): la poesia contiene dentro di sé la musica, non ha bisogno dell’accompagnamento. Quando De André ha voluto musicare “Spoon river” ha dovuto infatti cambiare il testo, per adattarlo alla musica. Eppure le canzoni di Gino Paoli sono state per molte generazioni – e a partire dalla generazione della rivolta, tutta presa dall’impegno civile – un viatico dell’esistenza, un commento indispensabile (abiettamente e nobilmente poetico) alla nostra vita sentimentale, lo specchio prezioso di un’interiorità fuggevole. Come non essergliene grati!

25 Marzo 2026

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