L'analisi del voto
Referendum, il No vince sulla scia del voto giovanile: è la Gen Z ad affossare la riforma Nordio e Meloni
Politica - di Carmine Di Niro
Alla faccia di chi ciancia di giovani non interessati dalla politica, dalle urne, buttando in un calderone la Gen Z come una tribù apatica e incapace di mobilitarsi.
Il voto di domenica e lunedì, con oltre 28 milioni di italiani che si sono recati ai seggi per rispondere alla chiamata al voto del referendum sulla giustizia, per confermare o boccia la riforma Nordio dell’ordinamento giudiziario, ha evidenziato un dato più di tutti: il sonoro NO arrivato dalla fascia più giovane della popolazione ai tentativi del governo di Giorgia Meloni di modificare la Costituzione e il sistema giustizia.
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Come sottolineato dal consorzio Opinio già lunedì pomeriggio, quando il quadro del voto e il responso delle urne era già evidente con l’affermazione del No alla riforma Nordio, tra gli elettori nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni si sono espressi per il No il 61,1 per cento dei votanti.
Secondo l’analisi di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, la massima partecipazione si registra proprio tra i giovanissimi: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, mentre se guardiamo alla generazione Y (tra i 29 e i 44 anni) c’è il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%).
Si tratta di un dato notevole, soprattutto considerando che nell’intervallo anagrafico successivo, quello che comprende gli elettori di età compresa tra i 35 e i 54 anni, ha prevalso il No col 53,3 per cento, in linea col risultato finale che ha visto quel fronte prevalere col 53,23 per cento. Risultato ancora più significativo nella fascia di popolazione sopra i 55 anni, dove è il Sì che ha prevalso col 50,7 per cento.

Proprio il dato sul voto giovanile è stato sottolineato dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, tra le indiscusse vincitrici del referendum, che nella conferenza stampa tenuta lunedì ha evidenziato come “i giovani hanno fatto la differenza, nonostante gli sia stato sottratto il diritto di votare fuori sede”.
Proprio sulla partecipazione giovanile al voto la vigilia era stata segnata dalle polemiche per gli studenti fuorisede, per i quali il governo di Giorgia Meloni non aveva previsto la possibilità di voto nelle città dove vivono per motivi di studio, col Viminale che aveva sostenuto che non ci sarebbe stato abbastanza tempo per organizzare le procedure. Per evitare lunghi e costosi viaggi per votare nei Comuni in cui hanno la residenza, i partiti di opposizione si erano organizzati per permettere ai fuorisede di votare grazie a uno stratagemma, ovvero nominandoli rappresentanti di lista in un seggio della città dove vivono: l’incarico infatti permetteva di votare nel seggio di un Comune diverso da quello di residenza.