Terremoto in via Arenula
Delmastro e Bartolozzi si dimettono: il sottosegretario e la “zarina” di Nordio capri espiatori per il referendum
Sono Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi i due capri espiatori perfetto dopo la bocciatura del governo Meloni nelle urne? Dopo il colpo incassato col voto sulla riforma dell’ordinamento giudiziario promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, bocciato da oltre il 53% degli elettori recatisi nei seggi nel weekend, è proprio da via Arenula che arrivano gli scossoni.
Non riguarderanno Nordio, ma la sua fedelissima e capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Come anticipato da Il Foglio e Repubblica, l’esponente biellese di Fratelli d’Italia è il primo a lasciare l’incarico, una scelta su cui pesa fortissimo il pressing del partito e anche della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, così come la “zarina” del ministero.
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L’esponente di FdI lo ha comunicato in una nota in cui sottolinea di aver “consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia”. “Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”, spiega Delmastro.
A pesare per Delmastro il caso legato alla bistecchiera romana in cui il sottosegretario e tre compagni di partito (l’assessore di Biella Cristiano Franceschini, il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà, la vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino) erano stati soci assieme alla 18enne Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva e considerato prestanome del boss della “camorra romana” Michele Senese, detto ‘o Pazz.
Vi sarebbero ragioni di opportunità dietro la richiesta di passo indietro, un comportamento “leggero” lo aveva definito la premier Meloni pochi giorni fa nel tentativo di difendere il suo compagno di partito, ma in Fratelli d’Italia si punta il dito contro il sottosegretario anche perché la sua vicenda personale avrebbe influenzato l’esito del referendum. Delmastro che inoltre pagava già lo scotto del caso Cospito, che gli era costato una condanna a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio per la vicenda dell’anarchico e le parole in aula del compagno di partito Giovanni Donzelli.
A pesare inoltre sul caso Delmastro ci sarebbe anche la possibilità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni che potrebbero essere presentate in commissione antimafia, dove Delmastro è stato convocato. Non solo. Mercoledì è atteso alla Camera un question time in cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere relazionando sul caso, col Movimento 5 Stelle che tramite il suo capogruppo Riccardo Ricciardi aveva annunciato la calendarizzazione di una mozione di revoca degli incarichi a Delmastro.
Soltanto questa mattina Carlo Nordio aveva provato, un po’ zoppicando, a blindare anche Delmastro oltre alla “zarina” Bartolozzi. Intervistato da SkyTg24, il Guardasigilli aveva assicurato che Delmastro sarebbe riuscito a “chiarire” la sua posizione, pur sottolineando di non essere a conoscenza della questione relativa al suo sottosegretario: “Questa vicenda mi è arrivata completamente inattesa, non sapevo neanche di cosa si parlasse. Però ho letto le prime dichiarazioni sia del collega Delmastro, sia della presidente Meloni. Sono certo che riuscirà a chiarire“, erano state le sue parole. “Conoscendo Andrea Delmastro, tutto posso pensare di lui, magari qualche eccesso nella comunicazione, ma certamente non che abbia, non dico delle contiguità, ma anche delle simpatie mafiose o delle conoscenze mafiose”, aveva aggiunto poi Nordio nel tentativo di difendere il suo vice.
Quanto a Bartolozzi, il capo di gabinetto di Nordio è indagata con l’accusa di false dichiarazioni nel caso del tagliagole libico Almasri: vicenda in cui rischia il rinvio a giudizio non avendo alcun scudo penale. Durante la campagna elettorale le sue parole al veleno contro la magistratura, definita “plotone di esecuzione”, avevano scatenato un vespaio di polemiche e l’irritazione anche all’interno della stessa maggioranza.
Dimissioni che per Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico, sono “un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni”. “Il fatto che siano intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile. Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte. Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato”, si legge in una nota diffusa dall’esponente Dem.