Post-voto
Meloni perde il referendum, cosa cambia nel governo tra rimpasto e dimissioni: Nordio, Del Mastro, Bartolozzi, Santanché
La premier ha sempre escluso la possibilità di dimissioni, le situazioni complicate e delicate della capo gabinetto e del sottosegretario del ministero della Giustizia
Giustizia - di Redazione Web
Anche ai parlamentari di maggioranza era stato impedito di mettere mano, emendare, eventualmente migliorare la riforma della Giustizia. Con quasi il 60% di affluenza, ormai appare chiaro: ha vinto il NO al referendum confermativo sulla Giustizia cui gli italiani sono stati chiamati a votare domenica 22 e lunedì 23 marzo. È la prima sconfitta per la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla guida del terzo governo più longevo nella storia della Repubblica, a un anno dalle elezioni politiche del 2027. Referendum che diceva molto di più della semplice riforma: in ottica politiche, premierato, Quirinale.
Giorgia Meloni ha sempre smentito, garantito, assicurato che anche in caso di sconfitta non si sarebbe dimessa. “Mettetevi l’anima in pace, la Meloni arriverà a fine legislatura e poi chiederà agli italiani di essere giudicata sul complesso di ciò che ha fatto. La Meloni a casa ce la possono mandare solo gli italiani, una cosa a cui la sinistra non è abituata: la democrazia”, aveva detto in campagna elettorale per le regionali in Puglia lo scorso novembre. Principio ribadito anche nei mesi successivi fino alle ultime settimane di campagna elettorale.
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Poco dopo l’evidenza dei numeri, la Presidente ha condiviso un messaggio sui social in cui ha riconosciuto la sconfitta alle urne. “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”. Non ha nascosto il rammarico per “un’occasione persa di modernizzare l’Italia ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della nazione e per onorare il mandato che ci è stato affidato”.
Stesso discorso potrebbe farsi per Carlo Nordio, il ministro della Giustizia la cui firma era la prima e la più pesante sul quesito – “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104,105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?” – sonoramente bocciato dagli italiani. Mai aveva parlato di una possibilità di dimissioni, la sua posizione sicuramente non è più confortevole come pochi mesi fa, quando tutti i sondaggi davano in vantaggio, con un solido scarto, il SÌ.
“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Il nostro intendimento era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo ed imparziale”, ha dichiarato Nordio. “Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia”
Ancora più complicata la situazione di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto che aveva contribuito attivamente a una campagna elettorale quantomeno imbarazzante tra sparate fuori luogo, dichiarazioni esagerate, interpretazioni infondate, accuse sperticate. Aveva invitato a votare SÌ “così ci togliamo di mezzo la magistratura”, lei che al centro delle cronache era già finita con il Guardasigilli dopo l’esplosione di Almasri. Già in campagna elettorale era stato legato il destino della capo di gabinetto al risultato del referendum. Repubblica e Fatto Quotidiano avevano ipotizzato uno spostamento per dirigere uno dei tanti dipartimenti del ministero.
A fine febbraio era stato annunciato il rinvio del processo per truffa aggravata per cui è imputata la ministra del Turismo Daniela Santanché. La situazione più delicata continua a essere tuttavia quella del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, di Fratelli d’Italia, le cui quote in un ristorante in società con la figlia 18enne di un condannato per i legami con un clan di Camorra attivo a Roma, lei stessa indagata per riciclaggio e intestazioni fittizie. Né Delmastro né altri dirigenti di Fratelli d’Italia coinvolti nella società risultano indagati, appena un anno fa il sottosegretario era stato condannato con pena sospesa per rivelazioni nel caso del militante anarchico Alfredo Cospito. La maggioranza fa quadrato insomma, non sarebbe la prima volta se una sconfitta dovesse innescare conseguenze inaspettate.