Il parlamentare dem
Intervista a Roberto Morassut: “Garantista per i garantiti, giustizialista per i poveracci: è il dna della destra”
«Questa riforma non è la strada per risanare le distorsioni tra potere politico e magistratura. E se di questo vogliamo parlare diciamo che la responsabilità principale è della politica che dopo il crollo di tangentopoli, la distruzione dei partiti di massa della Prima Repubblica, non ha ancora trovato la strada per una vera autoriforma»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Roberto Morassut, parlamentare e membro delle Direzione nazionale del Partito democratico, Vicepresidente della Fondazione Giacomo Matteotti.
È finita una lunga e confusa campagna referendaria. Sarà servita per chiarire i termini della posta in gioco e soprattutto per favorire una partecipazione consapevole degli elettori o si voterà prevalentemente per dire Si o No al governo Meloni?
Credo che, come sempre, le motivazioni che spingeranno gli elettori a partecipare e a scegliere saranno legate sia al merito del quesito, sia a scelte più generali, di battaglia politica sulle sorti e la fortuna di questo governo. Del resto, le due cose si sovrappongono dal momento che la “riforma” votata dal Parlamento non è stata condivisa, come dovrebbe essere ogni modifica della Costituzione, ma imposta a colpi di maggioranza senza alcun accoglimento delle proposte delle opposizioni. Questa è la legge del governo Meloni e del ministro Nordio che sta dentro un patto di coalizione della maggioranza per il quale la Lega dovrebbe incassare l’autonomia differenziata, Forza Italia la riforma della giustizia e Fratelli d’Italia il premierato. A occhio e croce già due di questi obbiettivi sono compromessi, la sconfitta della destra nel referendum sulla giustizia potrebbe incidere profondamente sugli equilibri interni ma soprattutto scongiurare un disegno che stravolge la Costituzione e crea una magistratura sottoposta al potere politico e apre la strada a ulteriori colpi alla forma dello Stato delineata nella Carta.
Infatti, anche se non ci sarà il tempo per approvare la riforma del premierato, la maggioranza tenterà di imporre una nuova legge elettorale, anch’essa incostituzionale, che assegna una maggioranza schiacciante nelle aule a chi, vincendo le elezioni, otterrà almeno il 40% dei voti, con l’indicazione di un leader dello schieramento di cui il Presidente della Repubblica sarà costretto, nei fatti, a tener conto. Non voglio andare troppo lontano ma se davvero il progetto di Giorgia Meloni è quello di salire al Quirinale nel 2029, potremmo avere, in caso di elezioni vinte dalla destra nel 2027, il primo Presidente del Consiglio che si sposta direttamente da Palazzo Chigi al Quirinale e che nomina il suo successore al Governo. Un corto circuito che crea un precedente che spinge in modo surrettizio il sistema istituzionale verso il Presidenzialismo senza una riforma decisa e votata dal Parlamento, uno stato di fatto che prepara la strada ad una magari successiva ratifica del Parlamento. Ecco perché è evidente che nell’esito del voto referendario vi sono conseguenze molto più ampie della sola riforma della giustizia. Vi è la possibilità di un radicale cambiamento della Costituzione, perfino nella parte dei principi, perché la giustizia non sarebbe, nei fatti, più eguale per tutti e perché l’Italia si avvierebbe a diventare una democrazia formale e non sostanziale, più di quanto non sia oggi per la mancata o incompleta attuazione di diverse parti della Costituzione del 1947.
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Tuttavia, diversi autorevoli esponenti di sinistra o democratici voteranno SÌ e non vedono nella riforma il rischio di uno stravolgimento della giustizia, anzi ritengono che migliori il sistema e non comporti le conseguenze più generali che tu descrivi. E aggiungo: la riforma elettorale non richiama quel “Porcellum” di cui anche il centro sinistra o il Pd hanno in un certo senso goduto in passato?
La legge elettorale del 2006 fu voluta da Calderoli a un braccio di mare dalla conclusione della legislatura e noi tentammo successivamente, nei limiti del possibile, di cambiarla con una legge a doppio turno, maggioritaria, con collegi uninominali (una legge che per me resta la migliore possibile). Poi nel 2014 fu dichiarata incostituzionale dalla Corte. Il resto è storia. Il Pd si avvalse in parte, se così si può dire, del distorto meccanismo di attribuzione maggiorata dei seggi e anche dell’assenza di una possibilità di scelta degli eletti da parte degli elettori. Ma quella legge non l’abbiamo voluta, l’abbiamo contestata e non è servita per mandarci al governo. Che poi qualcuno se ne sia innamorato a fini interni è altro discorso. Adesso questa proposta del governo riprende e radicalizza il Porcellum e magari ripropone le liste bloccate o semi bloccate. Io non sono un tifoso del voto con preferenze ma, nelle condizioni attuali, almeno la reintroduzione delle preferenze sarebbe un segnale di apertura e di recupero del carattere incostituzionale della bozza di legge in discussione o in elaborazione. Vedremo. Per tornare, invece, al tema della giustizia, la questione che pongono coloro che nel campo democratico hanno deciso di scegliere per il Sì è che l’attuale sistema ha bisogno, comunque, di una riforma che completi quanto già ampiamente previsto dalla riforma Cartabia: la separazione delle carriere. Credo, inoltre che molti ritengano necessario limitare o riequilibrare un ruolo eccesivo dei magistrati nella politica, un eccesso di giustizialismo che da anni ha sempre più ha invaso il dibattito pubblico.
Ecco, non crede che effettivamente il giustizialismo eccessivo abbia davvero condizionato la politica e sia diventato addirittura una bandiera di molte forze politiche, sia una faccia del populismo e che una forza riformista debba comunque tenere conto di questo?
La riforma del governo non ha nulla di garantista. Chi garantisce? Secondo me garantisce quelli che hanno i mezzi e le risorse per difendersi in caso di problemi giudiziari. Non certo le persone più deboli o coloro che non hanno i mezzi per affrontare i marosi distruttivi di un procedimento giudiziario penale o anche civile. E per brevità non sto qui ad argomentare tecnicamente perché, lo abbiamo fatto ampiamente in questi giorni. La destra è strutturalmente garantista per i già garantiti e giustizialista per i poveracci. È la loro cifra, il loro DNA. Per questo mi rifiuto di affrontare questo importante dibattito nell’ambito di questa schifosa riforma. Loro sono garantisti per la Santanchè ma giustizialisti con gli immigrati che sono rei già solo per la loro pelle o la loro provenienza (e si vede dai decreti sicurezza). Non è questa la strada che apre la via ad un risanamento delle distorsioni tra potere politico e magistratura che indubbiamente si sono create negli anni o nei decenni. E se di questo vogliamo parlare diciamo che la responsabilità principale è dei partiti, della politica che dopo il crollo di tangentopoli, la distruzione dei partiti di massa della Prima Repubblica, non ha ancora trovato la strada per una vera autoriforma, per una nuova, piena e riconosciuta legittimazione democratica del loro ruolo, financo da un punto di vista morale. Ricordo in questo senso il memorabile discorso alle Camere del Presidente Napolitano al momento della sua seconda elezione. La magistratura ha visto cadere negli anni molti servitori dello Stato, la politica ha visto in molti casi rafforzare i legami di ampie sue parti con settori della malavita organizzata o quanto meno con forme di corruzione diffusa e pulviscolare. I partiti politici sono stati triturati, perdendo identità e autorevolezza, da una crisi mondiale della democrazia ma anche da una infinita transizione che, come ha ricordato pochi giorni fa l’Istituto Cattaneo, ci ha visto votare con sistemi elettorali continuamente mutati; abbiamo visto cambiare le sigle con la velocità dei film muti (e mute sono state le parole della politica, in molti casi), emergere e tramontare partiti personali come le marionette di uno spettacolo di burattini. È ovvio che ampie parti della magistratura abbiano sentito su di sé il compito di garantire la legalità, si siano sentite l’ultimo bastione della giustizia, talora eccedendo in atti o parole. L’Italia paga ancora le conseguenze di un rapporto storicamente distorto tra potere politico e potere giudiziario.
Vale a dire?
Bisogna sempre cercare le tracce profonde dei fatti. Un rapporto distorto che c’era in epoca liberale e che si è aggravato col fascismo. Che per certi aspetti ha continuato ad esistere in altre forme in epoca repubblicana, durante la quale la “doppia fedeltà” di ampie masse popolari e di larghe fasce dell’intellettualità ha deviato l’idea dello Stato in tutte le sue espressioni. Un conto è scrivere nelle Costituzioni che i tre poteri costitutivi di una democrazia devono essere in equilibrio, un conto è praticare quell’equilibrio tenendo conto della storia reale dei popoli. L’idea che la politica sia sormontata dai giudici è antica in Italia. Così come quella che la politica tenda a infrangere la legge. Se la politica non occupa un vero e pieno ruolo di legittimazione popolare nazionale noi non supereremo mai le antiche distorsioni. Distorsioni che registriamo anche sulla questione delle correnti interne alla magistratura. Perché anche qui certe frange meno nobili della magistratura (e si capisce bene a chi mi riferisco) hanno occupato un ruolo improprio a causa delle debolezze della politica, ricattandola, condizionandola, per ottenere privilegi e potere. La distorsione tra i poteri è anche quella del rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo, tra governo e Parlamento. Tutto torna al punto di fondo, tutto si tiene: se non c’è una piena e riconosciuta autorevolezza dei partiti e della politica la democrazia non regge in nessuna delle sue parti e noi che siamo una democrazia giovane e piena di antiche e recenti contraddizioni siamo molto esposti. In questo contesto io non sono mai stato troppo favorevole alla separazione delle carriere. Penso che un “magistrato” debba rispondere di una funzione universale mirante al perseguimento della verità. Non è un medico, non è un ingegnere e non è nemmeno un politico che necessita di una specializzazione. Egli risponde della tutela o della condanna morale delle persone. E quando si entra dentro questo universo sconosciuto e inconoscibile nella sua completezza bisogna farlo con gli occhi del camaleonte, guardando tutti gli aspetti. Non accetto l’idea di un magistrato specializzato nell’accusa e nel giudizio perché ognuno di noi contiene elementi di possibile reità, se passato impietosamente ai raggi x. Un magistrato è più un clinico che uno specialista e non dovrebbe mai perdere questa caratteristica. Faccia l’accusa o eserciti il giudizio.
Ha accennato alla crisi epocale della democrazia come una delle cause della crisi della politica. In primo luogo, aggiungo io, della politica internazionale. La guerra in Iran e prima ancora la guerra in Ucraina, l’arresto di Maduro, le minacce alla Groenlandia e a Cuba. C’è una via di uscita?
C’è qualcosa di disperatamente esistenziale in questo delirio cui assistiamo. Lo sviluppo della rete relazionale attraverso i social ha condotto ad una strana condizione in cui il massimo potenziale della democrazia (tutti possono parlare e dire la loro) sta uccidendo la democrazia. In cui la crescita della possibilità di arricchimento ha portato all’aumento della povertà. È la logica del capitalismo nelle fasi di innovazione tecnologica. C’è bisogno di una grande concentrazione della ricchezza iniziale per investire nel cambiamento del sistema. Si chiama accumulazione originaria. Dopodiché si creano le condizioni per una dialettica ed un riequilibrio. Ma non sembra che siamo ancora in questa fase. Trump è il demonio delle antiche religioni. Il male umano trasfigurato in male sovrannaturale. O viceversa. Ma la disperazione esistenziale che lui e anche Putin esprimono sono generazionali. La guerra è nella vita ed è la rabbia perché la vita è finita, ha un termine. Trump è un miliardario che ha vissuto nella “‘ubris” di sentirsi padrone del godimento, probabilmente senza intuire i termini della sofferenza. È difficile accettare quel declino livellatore che si chiama morte. Anche Berlusconi esprimeva questo disperato vitalismo. Putin che mostra un improbabile vaccino contro il cancro mi fa la stessa impressione. Vedo uomini e generazioni, Stati e civiltà che reagiscono con rabbia al tramonto e vogliono fermare il tempo o almeno sperano di eternarsi come anime purganti dantesche. Ma la vita è fatta anche per lasciare il posto alle generazioni che vengono dopo e noi abbiamo il dovere di garantire il loro futuro. I giovani non vedono il futuro. Oggi è questa la grande emergenza e io piango quando vedo un ragazzo o una ragazza abbassare il capo e chiedermi un aiuto per un lavoro o per qualsiasi altro obbiettivo di vita. Avverto tutta la mia impotenza come uomo pubblico e tutta la mia colpa.