L'allarmante comunicato congiunto

Italia ed Ue si piegano a Trump, mano tesa agli Usa sullo stretto di Hormuz: e la Casa Bianca valuta l’invio di soldati

“Garantiremo la sicurezza nello stretto”: Francia, Germania, Uk, Paesi Bassi e Belpaese, oltre al Giappone tendono la mano agli Usa. E l’Iran minaccia: “Vi considereremo complici”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

20 Marzo 2026 alle 10:30

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AP Photo/Rafiq Maqbool, File
AP Photo/Rafiq Maqbool, File

Il Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone in una dichiarazione congiunta sullo Stretto di Hormuz diffusa da Downing Street esprimono la “disponibilità” a “contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto (da cui transita circa il 20% delle forniture energetiche globali) accogliendo “con favore l’impegno delle nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria”. Nella nota, inoltre, i firmatari condannano “con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane” ed esprimono “profonda preoccupazione” per l’escalation del conflitto. «Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le sue minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», si legge nella nota.

In che modo, in che tempi, dovrebbe realizzarsi questa dichiarata disponibilità, non c’è traccia nella dichiarazione. Gli alleati degli Stati Uniti che aiutano Washington a riaprire lo Stretto di Hormuz si renderebbero «complici» dell’aggressione. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo quanto riportato dalla Cnn. Durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele, e ha avvertito che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano costituirebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori». Nella nota dei 6 Paesi non c’è alcun riferimento a chi la guerra l’ha scatenata: Trump e Netanyahu. Dimenticanza tanto più “strana”, visto che la risposta dei 6 Paesi arriva dopo che Israele e Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture chiave dell’industria del greggio e del gas naturale dell’Iran, colpendo gli impianti di Asaluyeh – che ospita impianti petroliferi e petrolchimici – e soprattutto South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo. Entrambe le strutture sono affacciate sul Golfo, a poche centinaia di chilometri dallo Stretto di Hormuz.

Il loro inserimento tra gli obiettivi ha scatenato la vendetta della Repubblica islamica che ha promesso di «radere al suolo» gli impianti energetici nemici, attaccando prima in Arabia Saudita e poi in Qatar, dove un incendio è scoppiato nell’importante impianto di Ras Laffan a seguito di un raid, causando «gravi danni». Un’escalation che ha fatto schizzare ulteriormente i prezzi di petrolio e gas. Gli alleati Doha e Abu Dhabi hanno condannato i raid di Israele sull’impianto South Pars parlando di «pericolosa escalation» e di «azione irresponsabile»: il giacimento di gas è condiviso tra Iran e Qatar e rappresenta il 40% della produzione di gas di Teheran. Le conseguenze degli attacchi si sono fatte sentire in Iraq, dove le importazioni di gas dall’Iran si sono completamente interrotte. E se la rappresaglia di Teheran si è già fatta sentire su Qatar ed Arabia Saudita, i pasdaran hanno emesso ordini di evacuazione anche per gli impianti petrolchimici degli Emirati, con il capo della Marina che ha chiarito che ora, «gli impianti petroliferi legati agli Usa saranno equiparati alle basi militari americane», «se continueranno gli attacchi, risponderemo». La compagnia petrolifera statale Kuwait Petroleum Corp. ha temporaneamente sospeso le attività delle sue raffinerie di Mina Abdullah e Mina Al-Ahmadi dopo che sono state colpite da attacchi di droni. Lo rende noto il Wall Street Journal secondo quanto riferito da funzionari kuwaitiani a conoscenza della vicenda. Il gruppo sta ancora valutando i danni agli impianti, hanno aggiunto le fonti.

Le raffinerie di Mina Abdullah e Mina Al-Ahmadi hanno una capacità rispettivamente di 346.000 e 454.000 barili al giorno. Tutte e tre le raffinerie petrolifere del Kuwait operavano già a circa metà della loro capacità prima degli attacchi, hanno affermato i funzionari.
Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha condannato giovedì il bombardamento iraniano al principale hub del gas del paese. «Questo attacco ha ripercussioni significative sulle forniture energetiche globali», ha dichiarato in una conferenza stampa commentando i gravi danni alla struttura di Ras Laffan. «Queste azioni non portano benefici diretti a nessun paese. Anzi, danneggiano e colpiscono direttamente le popolazioni», ha avvertito. «Un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base delle proiezioni». È quanto ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde in conferenza stampa a Francoforte. «Le implicazioni per l’inflazione a medio termine – ha aggiunto – dipendono in misura determinante dall’entità degli effetti indiretti e di secondo impatto di uno shock energetico più forte e persistente».

È sempre più la guerra del petrolio.

Altro che de-escalation. Il tycoon ha ben altri propositi: quelli dei boots on the ground. L’amministrazione Trump sta valutando l’invio di migliaia di soldati americani in Medio Oriente. Lo riporta Reuters sul proprio sito, sottolineando che una delle opzioni discusse è l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg. Un’altra alternativa è il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione sta anche valutando la possibilità di dispiegare forze per mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano. A rinfocolare i bellicosi propositi è il segretario alla Guerra, Pete Hegseth. Di seguito alcune delle sue bordate dialettiche. «L’Iran ha terrorizzato l’America e i nostri interessi per 47 anni» e «i nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa al presidente Trump: grazie». «A oggi, abbiamo colpito oltre 7.000 obiettivi. Si tratta di una forza schiacciante applicata con precisione». «La base industriale della difesa iraniana viene distrutta in modo massiccio», ha aggiunto, precisando che una nuova ondata di attacchi rappresenterebbe «l’ondata di attacchi più consistente finora». Non basta. Dopo essersi scagliato contro gli ingrati alleati. Il capo del Pentagono ha accusato i media di diffondere «notizie false sul fatto che gli Stati Uniti stanno scivolando verso un abisso senza fine o una guerra infinita, o un pantano». «Niente potrebbe essere più lontano dalla verità», tuona Hegseth in una conferenza stampa. «Epic Fury è diversa» dalle «guerre condotte da politici sconsiderati come Bush, Obama e Biden», ha aggiunto, «questa è mirata con precisione».
Da notare che il segretario con l’elmetto annovera tra i “politici sconsiderati” anche Bush, presidente repubblicano.

En passant, il segretario alla Guerra batte cassa e chiede 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziare la guerra in Iran. È una cifra ingente, se si considera che Capitol Hill ha approvato un budget di 838 miliardi di dollari per il 2026. I fondi extra serviranno, ha spiegato il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth «per uccidere i cattivi». In realtà questa mossa significa una cosa molto chiara: i generali americani si stanno attrezzando per un conflitto che possa durare più delle 4-6 settimane previste dalla Casa Bianca. Stando ai dati ufficiali diffusi dallo stesso Pentagono, gli Stati Uniti hanno speso circa 11,3 miliardi di dollari nella prima settimana del conflitto, segnata da intensi bombardamenti sul territorio iraniano. Intanto, nella sua prima intervista dopo le dimissioni, l’ex capo dell’antiterrorismo Joe Kent ha dichiarato a Tucker Carlson di aspettarsi che vi sarebbero stati tentativi di «screditarlo», come l’indagine dell’Fbi. Il funzionario ha tuttavia precisato che accoglierebbe con favore l’opportunità di parlare con Donald Trump. «Comprendo che, per il modo in cui ho lasciato l’incarico e per aver scritto quella lettera, vi siano componenti di questa amministrazione che si sentiranno in dovere di attaccarmi e tentare di screditarmi», ha detto Kent in un’intervista con l’l’ex conduttore di Fox news. «Lo capisco, ma credo che il presidente sia una persona che sa ascoltare, che nel profondo sappia che le cose non stanno andando bene e che debba trovare un modo per farci uscire da questa situazione», ha aggiunto Kent.

La direttrice dell’Intelligence americana Tuisi Gabbard ha dichiarato che gli obiettivi americani e israeliani in Iran non coincidono. «Gli obiettivi delineati dal presidente differiscono dagli obiettivi stabiliti dal governo israeliano», ha affermato durante un’audizione dinanzi alla commissione Intelligence della Camera. «Il governo israeliano si è concentrato sul neutralizzare la leadership iraniana. Trump ha invece dichiarato che i suoi obiettivi consistono nel distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici, la sua capacità di produzione di tali missili e la sua marina militare», ha aggiunto la funzionaria.​ La donna a capo dell’intelligence americana ha detto di non sapere se Israele è favorevole a un accordo tra Usa e Iran. Durante un’audizione parlamentare, il deputato Joaquín Castro ha chiesto a Tulsi Gabbard: “Sapete se Israele supporta l’obiettivo del presidente di siglare un accordo con l’Iran”? Lei ha risposto: “Non so la risposta. Non conosco la posizione di Israele su questo”.

E così si torna al punto di partenza. Il punto-chiave. Cosa ha in mano Benjamin Netanyahu per dettare la linea al capo dell’iperpotenza (militare) mondiale? Chi non ha dubbi in proposito è Zeev Elkin, membro del Likud, il partito di Netanyahu. “Ogni giorno della campagna è un’enorme benedizione per lo Stato di Israele”, ha dichiarato alla radio dell’esercito il ministro responsabile della Ricostruzione del Nord e del Sud e membro del gabinetto di sicurezza, un piccolo organo governativo autorizzato a prendere decisioni diplomatiche e strategiche urgenti, in particolare in tempo di guerra. La guerra come benedizione divina. Ecco chi governa oggi Israele.

20 Marzo 2026

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