L'ultimo filosofo della Scuola di Francoforte

Pensiero e dissenso uccisi dal mercato: come Habermas aveva stanato liberisti

Il pubblico dei privati non organizzati, sempre più atomizzati, viene risucchiato in una realtà manipolata dove la ragion critica non ha più dimora: “Storia e critica dell’opinione pubblica” era negli anni 60 la radiografia del futuro

Cultura - di Michele Prospero

17 Marzo 2026 alle 09:00

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AP Photo/Hermann J. Knippertz, File
AP Photo/Hermann J. Knippertz, File

Capita a molti pensatori di essere incollati per sempre alla loro prima opera, dalla quale impossibile diventa il distacco. Nel caso di Jürgen Habermas questa maledizione dell’inizio molto felice non è stata però confermata. Il suo libro giovanile che gli ha regalato la celebrità, Storia e critica dell’opinione pubblica (tradotto in Italia da Laterza), non lo ha intrappolato nella coazione che spinge un autore a rimasticare sempre le stesse asserzioni: benché molte tematiche delle origini continuino ad assillare Habermas a lungo, negli anni 80 la sua ricerca mostra non un’abiura, ma di sicuro una evidente cesura.

Partito dalle categorie del “sospetto” care alla Scuola di Francoforte, nel fortunato saggio del 1962 coglie entro la società di massa l’eclisse di un’epoca classica caratterizzata dalla separazione tra pubblico e privato. Il singolo informato e critico, che entra in autonomia nel processo della costruzione della sfera pubblica dell’opinione, gradualmente evapora. Ogni libero giudizio, richiesto per orientare le politiche fondate sul discorso, viene colpito dalle ampie dosi di manipolazione che sempre più invadono il sistema. Con gli imperativi di controllo emanati dall’economia capitalistica, comincia la caccia a un’ambigua “lealtà di massa” attraverso cui il potere cerca di risolvere il fastidio ineliminabile del “reperimento della legittimazione”. È questa l’aporia insormontabile tra democrazia e accumulazione che induce a sacrificare le pretese di validità delle decisioni agli obiettivi impersonali dell’economia orientata alla valorizzazione del capitale. Alla ipertrofia dell’amministrazione, cresciuta per intervenire sulle contraddizioni del mercato adottando provvedimenti indipendenti “da determinati motivi dei cittadini”, corrispondono una spoliticizzazione dell’agenda e un ripiegamento del soggetto nella privatezza. La conseguenza è allarmante, allorché “il pubblico dei privati non organizzati viene risucchiato in una pubblicità dimostrativa o manipolativa” (p. 268).

Il quadro raffigurato da Habermas per cogliere la crisi di legittimazione del sistema rivela l’eutanasia tendenziale del pubblico critico, il ripiegamento delle organizzazioni antagoniste e il trionfo in politica di schemi illusori improntati al marketing. L’impossibilità di curvare le radici ultime del profitto è gestita con varianti di populismo e di tecnocrazia. La conclusione disincantata dello scritto giovanile è che il mercato trasfigura la dimensione pubblica imponendo, quale condizione di riproduzione, “la disponibilità plebiscitaria del pubblico mediatizzato” (p. 291). La comunicazione d’impronta commerciale diventa allora il supporto di pratiche di potere tese ad ottenere una mera approvazione senza qualità. E così, nello svuotamento ideale progressivo della competizione che delega alle agenzie burocratiche i compiti di semplificazione delle crescenti domande, “la dimensione pubblica critica è soppiantata da quella manipolativa” (p. 213). Questa variante degenerativa del sistema è nel complesso trascurata dopo la svolta linguistica compiuta negli anni 80, che vedono Habermas alla rincorsa di pratiche interattive nel segno di un’etica del discorso aperta al dibattito tra una pluralità di ragioni, sottoposte a un esame di validità entro il processo formativo della volontà razionale legislativa.

In Teoria dell’agire comunicativo (Il Mulino, 1986, p. 654) affiora la riproposizione di uno schema consolidato per cui nel moderno, inteso come condizione oramai post-metafisica, si transita dal sacro o Verità ultima “alla volontà comune formata in modo comunicativo e chiarita in modo discorsivo nella sfera pubblica politica”. Quello democratico è un sistema di interazione mediato simbolicamente che esprime “una specializzazione dei processi di formazione linguistica del consenso” (p. 926). All’interno di una “comunità ideale di comunicazione”, ciascuno procede nel confronto mediante espressioni suscettibili di verifica intersoggettiva. Irrompono molteplici flussi comunicativo-argomentativi con sorvegliate proposizioni d’esperienza, e così il linguaggio corretto assume una struttura razionale per rafforzare le forme dell’intendersi. Con il giusto argomentare, grazie soprattutto alla “forza sociointegrativa dell’agire comunicativo”, ciascun dialogante-politico avanza le proprie criticabili pretese di validità. Perciò nella democrazia, vista come istituzionalizzazione della legittimità discorsiva, ognuno “interiorizza il ruolo del partecipante all’argomentazione, diventa capace di autocritica” (p. 646). Qualunque esplorazione dei mondi della vita, diretta a tentare una mappatura delle contraddizioni del mercato, evapora dinanzi al linguaggio quale facoltà costruttiva del discorso che rivela la “socializzazione orizzontale come cittadini”. Certo, le pagine di Marx non finiscono in un falò. Il libro, anzi, ribadisce che “l’approccio marxiano deve la sua superiore strategia teorica a un colpo di genio: all’analisi della forma-merce”. Ma questo scavare per rinvenire la presenza di elevati differenziali di potere tra i soggetti, in verità, non è più il tema di Habermas.

Incuriosito dalle “forme istituzionalizzate del parlare argomentativo” (p. 645), si allontana dagli interrogativi scottanti circa il processo a spirale che, esposto a ciclica crisi, accompagna il cammino dell’autovalorizzazione del capitale. Rimprovera Marx di aver coltivato una veduta organicistica della storia, e quindi di aver postulato, con la “società come totalità”, una “società senza attori”. Per questo, ridotto il lascito marxiano ad un impianto analitico tipico di una “aspirazione olistica”, la critica dell’economia politica non soddisfa in quanto lontana da “ogni sovrappeso normativo”. In nome del soggetto individuale, dell’autonomia dei privati capaci di discorso, Habermas registra la sordità etica di una ricognizione concentrata tutta nella rilevazione delle potenze economico-sociali, dunque accusata di rimanere indifferente a qualsiasi “prassi comunicativa”. Il sottile tormento del dubbio, in merito ai vantaggi effettivi ricavabili dall’abbandono della teoria del valore in favore di una teoria normativa della comunicazione, in certa misura affiora qua e là. Quando Habermas riconosce che nel complesso “una struttura di classe non può essere colta a sufficienza con i soli strumenti della teoria dell’azione” (ivi, p. 953), sembra confessare una lacuna dell’approccio che riduce l’integrazione sociale a una procedura del discorso. Lo studioso tedesco muove in direzione dell’attore che abita in “una sfera pubblica non manipolata”, ma paga la fiducia nelle virtù di un dialogo ragionato e cooperativo tra soggetti pienamente razionali con la rinuncia a pensare, attraverso un riferimento al profilo di classe, i rudi processi che da decenni scuotono le vecchie impalcature del costituzionalismo.

Soprattutto in Fatti e norme (Milano, 1996) emergono le unilaterali implicazioni politiche della riproposizione del modello di democrazia deliberativa (“dare una strutturazione discorsiva a pubbliche arene”, p. 202), che implica una libera discussione intersoggettiva con l’obiettivo di definire un comune convincimento sulla base di ponderate argomentazioni. La politica non appare più come una pratica riconducibile agli interessi tra loro in conflitto, ma si rintana nella dimora pacificata della razionalità propedeutica ad una risolutiva intesa linguistica. Alla contesa materiale tra le parti subentra uno spazio pubblico del tutto trasparente e aperto al trattamento ragionevole delle questioni secondo l’interpretazione condivisa dai dialoganti.

La società reale, con le differenze riscontrabili nel rapporto di produzione dei beni-merci, viene trascesa per afferrare la “società civile” quale tranquilla tendenza alla conversazione che spalanca “l’esercizio effettivo dell’autonomia politica a cittadini socialmente autonomi” (p. 209). Vuota di ogni riferimento alle classi e alle relazioni di dominio, la nuova categoria di società civile si annuncia come il frutto di una pacificata e immateriale “rete di rapporti associativi e d’una cultura politica che siano sufficientemente sganciati dalla struttura di classe” (p. 208). Allorché si rammarica che nei confini di un mondo di vita già razionalizzato “sorgano dei movimenti populisti”, Habermas trascura che a questa regressione contribuisce anche il suo modello politico liberale che, nel culto di “una vivace società civile”, rimuove i veicoli organizzati dell’agire collettivo a beneficio di una politica d’opinione.

L’alternativa della società civile alle strutture della mediazione (partiti, rappresentanza) esalta i ceti riflessivi della postmodernità (prevalentemente) urbana, che disponendo di tempo libero e cultura (un “autochiarimento ermeneutico della collettività”, p. 216) si mobilitano con il comitatismo sui temi della legalità, della giustizia, del clima. Marginale, nel progetto di una formazione discorsiva e non distorta dell’opinione vera, rimane il disagio del lavoro e dei ceti socialmente periferici. La società nelle sue reti civiche si presenta come un flusso immateriale ormai depurato da incrostazioni di classe, e viene a delinearsi uno spazio pubblico quale “rete per comunicare informazioni e prese di posizione, insomma opinioni” (p. 427).

La perdita di ogni ancoraggio critico nelle pieghe del capitale è lampante nelle forme aconflittuali di una politica di pura opinione, che trascende le fratture esistenti per evolvere nelle espressioni di “un linguaggio capace di mobilitare convinzioni, ragioni e orientamenti di valore” (p. 432). Forse più utile a diagnosticare la malattia mortale della democrazia è il primo Habermas, quello che si tormenta sul “deficit di legittimazione” di un potere che insegue la “astinenza politica” con espliciti meccanismi di passivizzazione e sofisticati processi di “frammentazione della coscienza di classe”. Quando lamenta il deperimento di una cultura di opposizione, dopo la comparsa di “una sfera pubblica depoliticizzata di un pubblico mediatizzato”, egli fornisce suggestioni analitiche di certo ancora molto utili per decodificare le antinomie della tarda modernità.

17 Marzo 2026

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