Ma Gregoretti non lascia
Biennale di Venezia, Giuli chiede le dimissioni della rappresentante del Ministero dal Cda: disse sì al ritorno della Russia
Quella di Pietrangelo Buttafuoco non può saltare, quindi dal ministero della Cultura si punta ad un’altra testa da sacrificare per la tragicomica gestione del caso Biennale di Venezia.
Come comunicato dallo stesso Mic, il ministro Alessandro Giuli “ha chiesto alla rappresentante del ministero nel Consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti, di rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia”. “Gregoretti, nominata nel Cda della Fondazione veneziana il 13 marzo 2024, non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”, spiega la nota del ministero.
Si tratta della prima mossa ufficiale del ministero e del governo a seguito del caso provocato dalla decisione del presidente della Biennale, l’intellettuale di destra Pietrangelo Buttafuoco, nominato nel marzo del 2024 dall’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, di accogliere senza sollevare obiezioni la comunicazione di Mosca di voler riaprire il suo Padiglione all’esposizione d’arte contemporanea, che ogni Paese gestisce in autonomia scegliendo quali artisti inviare a Venezia in propria rappresentanza.
La Russia, dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022, non partecipava alla Biennale: gli artisti e il curatore scelto per il padiglione russo all’Esposizione internazionale dell’Arte annullarono la loro partecipazione e la Fondazione Biennale scrisse che avrebbe rifiutato “ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità”, e che non avrebbe accettato “la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo”.
Il tutto fino all’arrivo di Buttafuoco, che d’altra parte ha sempre teorizzato che “la Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto”. Contro la sua decisione si erano schierati 22 ministri della Cultura europei, mentre la Commissione europea aveva minacciato di tagliare i fondi all’evento, sovvenzionato dall’Ue.
Buttafuoco che è stato di fatto scaricato da buona parte della maggioranza e del governo, con la sola Lega a difendere la posizione del presidente della Biennale sul padiglione russo. L’altro componente del Cda è il presidente della Regione Veneto, il leghista Alberto Stefani, che ha finora mosso alcuna obiezione alla presenza russa a Venezia, come d’altronde anche il suo segretario e leader Matteo Salvini. Il presidente della commissione Cultura della Camera, il meloniano Federico Mollicone, ha invece auspicato un “ripensamento della Biennale sulla presenza del padiglione russo” dicendosi d’accordo col ministro Giuli: “In quel padiglione, come in quello iraniano, non ci potrebbe essere espressione libera d’arte ma solo arte di stato”, le sue parole all’Ansa.
L’invito alle dimissioni da parte di Giuli nella serata di venerdì ha incassato un sonoro “no” da parte della Gregoretti, sorella della più nota autrice e braccio destro di Maria De Filippi Sabina. Il componente del Cda della Biennale di nomina ministeriale si è detta “serena” comunicando di “non aver intenzione di dimettermi in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale di Venezia e dell’autonomia dell’istituzione, in base a cui i componenti del Consiglio di Amministrazione non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono”.