Il senatore dem
“La bocciatura dei dazi di Trump è un’occasione, Meloni però si rifugia nel mutismo”, parla Antonio Misiani
«Negli Usa come in Italia lo scontro con la magistratura, e l’insofferenza verso qualunque autorità indipendente, si accompagna a una visione plebiscitaria del mandato elettorale»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico.
Qual è la valenza politica, interna e internazionale, della bocciatura dei dazi imposti da Trump da parte della Corte Suprema USA?
La sentenza ha una valenza molto più grande di una semplice questione tecnico-giuridica. Nel complesso, è una pesante battuta d’arresto per Trump. Sul piano interno americano, è un richiamo molto netto al principio costituzionale della separazione dei poteri: la politica commerciale e l’imposizione di dazi non possono essere piegate alla discrezionalità del presidente invocando in modo improprio l’emergenza nazionale. È un limite giuridico e politico a un’idea plebiscitaria del potere. La Corte ha ricordato che in democrazia nessuno, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, è al di sopra della Costituzione. È un monito che va al di là del caso specifico dei dazi e riguarda la tenuta complessiva dell’ordinamento democratico americano, il rispetto delle procedure e il ruolo del Congresso. Sul piano internazionale il messaggio è altrettanto forte. La stagione dei “dazi reciproci”, presentati come leva per rifondare i rapporti economici globali e utilizzati come arma geopolitica, subisce una dura sconfessione. Ora si apre una fase nuova, che a determinate condizioni potrebbe favorire un confronto meno muscolare e ridare forza a chi continua a credere in regole condivise. Del resto, il protezionismo sgangherato di Trump sta mostrando tutti i suoi limiti. E non solo sul piano giuridico. Le analisi disponibili evidenziano come il 90 per cento dell’onere dei dazi sia ricaduto sull’economia americana, riducendo i margini di profitto degli importatori e peggiorando il potere d’acquisto dei consumatori finali. Non a caso, una larga maggioranza dell’opinione pubblica giudica fallimentare la politica commerciale della Casa Bianca. La comunità internazionale dovrebbe utilizzare al meglio questa finestra di opportunità politica. Il mondo di prima non tornerà. Ma arrendersi alla frammentazione e al protezionismo sarebbe un errore.
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E per noi, intesi come europei e italiani?
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, è un passaggio cruciale. Gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale del nostro Paese; nel 2025 abbiamo esportato beni per quasi 70 miliardi con un surplus di oltre 34 miliardi. Le imprese italiane hanno dimostrato in questi mesi una resilienza superiore alle aspettative, ma stanno comunque pagando un prezzo reale in termini di incertezza, costi aggiuntivi e difficoltà nella pianificazione degli investimenti. Questi aspetti non devono essere sottovalutati. Le nostre aziende vanno ascoltate, sostenute e messe nelle condizioni di competere in uno scenario oggettivamente molto complicato, in cui le regole del gioco vengono cambiate arbitrariamente da un giorno all’altro.
Il tycoon ha usato parole durissime contro i giudici della Corte e ha subito rilanciato sui dazi. L’indipendenza del potere giudiziario confligge con l’autocrazia trumpiana?
L’indipendenza della magistratura è, per definizione, un argine a ogni deriva personalistica del potere. Quando un leader politico reagisce a una decisione dei giudici delegittimandoli e rilanciando sul terreno dello scontro, il conflitto non è tecnico ma profondamente politico. Si trasforma in una contrapposizione tra la logica dello Stato di diritto e quella di una leadership accentratrice che rifiuta ogni controllo. È uno scontro di visioni sul potere e sulla sua legittimità, tra chi accetta il limite costituzionale e chi lo considera un intralcio. Non è una questione ideologica. È la struttura stessa delle democrazie liberali che prevede pesi e contrappesi. La Corte Suprema americana ha ricordato che la Costituzione attribuisce al Congresso, non al presidente, il potere di imporre tasse e dazi. È un principio basilare, che risale ai fondatori della Repubblica americana: no taxation without representation. Le tasse si decidono in Parlamento, non per decreto presidenziale. Metterlo in discussione significa minare l’equilibrio istituzionale su cui si regge l’intera architettura democratica degli Stati Uniti e il sistema di checks and balances che ne è la spina dorsale. Questo vale negli Stati Uniti come in Europa. Quando si alimenta una narrazione in cui i giudici diventano “nemici” perché esercitano il loro ruolo, si scivola verso una concezione del potere priva di limiti. Una concezione estranea alla tradizione delle democrazie liberali e pericolosa per la convivenza civile. La reazione di Trump non è una novità nel suo repertorio politico, ma ogni volta che si ripete abbassa ulteriormente l’asticella del rispetto istituzionale e normalizza un linguaggio che dovrebbe allarmare tutti, anche chi non condivide le decisioni della Corte.
Meloni è una sostenitrice di Trump. Ma la guerra dei dazi non ha colpito l’Italia? E come si concilia questo sostegno con la difesa dell’interesse nazionale?
Il ritorno del protezionismo è una pessima notizia per un Paese fortemente dipendente dal commercio estero come l’Italia. Nel 2025 le nostre esportazioni negli Stati Uniti hanno tenuto meglio del previsto, ma la guerra dei dazi sta comunque complicando la vita alle imprese italiane. Aumenta i costi, riduce i margini, indebolisce la competitività e introduce un elemento di incertezza che scoraggia gli investimenti di lungo periodo. Un governo serio, di fronte a una sentenza di questa portata, non nasconderebbe la testa sotto la sabbia. Direbbe con chiarezza da che parte sta. Sosterrebbe con forza un’azione europea unitaria, accompagnerebbe le aziende nei ricorsi, spingerebbe le società a partecipazione pubblica che hanno filiali negli USA a chiedere rimborsi per le tariffe pagate ingiustamente. Farebbe del caso dei dazi una bandiera nella difesa dell’interesse nazionale, non un imbarazzo da gestire in silenzio.
Giorgia Meloni ha scelto una strada diversa…
Quale?
Si è rifugiata nel mutismo, nelle reticenze, nell’ambiguità. Ha preferito non disturbare il manovratore, anche a costo di lasciare l’Italia senza una voce politica forte. Restare “a metà del guado” però è un posizionamento che non regge più. In Europa nessun altro grande Paese ha esitato a difendere apertamente la propria economia e a ricercare una risposta comune ferma. La subalternità della premier nei confronti di Trump ci indebolisce sul piano diplomatico e commerciale. Non possiamo più permetterci di fischiettare facendo finta di nulla.
Le invettive di Trump contro i giudici trovano eco negli attacchi di esponenti del governo italiano alla magistratura?
C’è un clima che preoccupa. Quando si arriva ad accusare i magistrati di usare metodi “paramafiosi”, si oltrepassa il confine della critica politica e si entra nella delegittimazione istituzionale. La magistratura, come ogni potere dello Stato, può essere oggetto di riforme, di valutazioni critiche, di proposte di miglioramento. Ma non di campagne sistematiche di discredito che ne minano l’autorevolezza agli occhi dei cittadini e ne compromettono la funzione di garanzia. Le parole pesano come pietre. Se si abitua l’opinione pubblica all’idea che i giudici siano un ostacolo politico da abbattere, piuttosto che un presidio di garanzia per tutti, si erode la fiducia nelle istituzioni. Si entra in un terreno molto pericoloso, perché così si incrina uno dei pilastri fondamentali della nostra Costituzione e si apre la strada a un potere esecutivo senza freni. Non è un caso che, negli Stati Uniti come in Italia, lo scontro con la magistratura – così come l’insofferenza verso qualunque autorità indipendente – si accompagni a una visione plebiscitaria del mandato elettorale: “ho vinto le elezioni; quindi, ho il diritto di fare quello che voglio”. Ma in una democrazia non è così. Vincere le elezioni dà la legittimità a governare, non la licenza di ignorare le regole. Governare significa rispettare i contrappesi, dialogare con le istituzioni di controllo, accettare che il potere abbia dei limiti — anche quando quei limiti non fanno comodo. È questa cultura costituzionale che oggi va difesa con maggiore determinazione.
Alla luce di tutto questo, qual è la reale posta in gioco nel referendum del 22-23 marzo?
La posta in gioco va ben oltre il merito tecnico della riforma costituzionale. Di fatto, con il referendum si mette in discussione l’equilibrio tra i poteri e la qualità complessiva della nostra democrazia. In un contesto internazionale segnato da spinte illiberali, da tentazioni di concentrazione del potere e da un progressivo indebolimento delle istituzioni di garanzia, ogni scelta che incide sull’assetto della giustizia assume un significato più ampio. Più politico. Il referendum interpella i cittadini su quale modello di Stato vogliono: una Repubblica democratica fondata su istituzioni autonome e bilanciate, capaci di controllare reciprocamente i propri poteri, oppure uno Stato in cui l’esecutivo tende ad accentrare e a ridurre progressivamente gli spazi di controllo indipendente? Non è una scelta astratta, da lasciare agli esperti o ai giuristi. Ha conseguenze concrete sulla vita di ognuno di noi, sulla possibilità di avere una magistratura non asservita al potere, sulla certezza del diritto, sulla protezione dei più deboli di fronte ai più forti. Per questo è importante andare a votare e votare no. Le democrazie si rafforzano quando i cittadini partecipano, quando comprendono che i pesi e i contrappesi non sono un intralcio burocratico, ma una garanzia reale per tutti. La partecipazione al voto è già di per sé un atto di cura per la democrazia. E in questo momento storico, quella cura non è mai stata così necessaria.