Il caso di Rogoredo
A Rogoredo Mansouri è già sparito perché straniero: la vittima per la destra diventa la polizia o la “Nazione”
Si facciano, seppure postumi, dei funerali di Stato, a Roma, con tutte le autorità sull’attenti, dal questore, al capo della polizia, al premier, al presidente della Repubblica.
Cronaca - di Piero Sansonetti
Un ex assessore leghista di Voghera, Massimo Adriatici, ieri è stato condannato a 12 anni di carcere per omicidio. Qualche anno fa aveva sparato a un senzatetto e lo aveva ucciso. Lui dice che lo aveva fatto per difendersi. I giudici non gli hanno creduto. Sempre ieri si è saputo di una inchiesta su un bel gruppetto di poliziotti e carabinieri che alla stazione Termini di Roma in questi anni rubacchiavano alla Coin. Profumi, vestiti, roba così. Approfittando della loro autorità. Rubacchiavano è un termine un po’ riduttivo. Il bottino è di quasi 200 mila euro.
Sono pure e semplici notizie di cronaca. Le pubblichiamo senza commentarle.
Difficile invece non commentare le notizie che arrivano da Milano e da Roma a proposito del delitto di Rogoredo. Dove il 26 gennaio scorso un poliziotto ha sparato a freddo a un ragazzo del Marocco, Abderrahim Mansouri, uccidendolo con un proiettile alla nuca. Per la verità sembra che Mansouri non sia morto subito. È rimasto lì al suolo, agonizzante, per più di 40 minuti mentre il suo assassino e i suoi colleghi organizzavano una messa in scena e sistemavano vicino al suo corpo una pistola per poi sostenere che il ragazzo del Marocco gli aveva puntato contro l’arma e quindi quella del suo assassinio era stata solo una reazione di legittima difesa.
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La vicenda di Rogoredo ha suscitato scalpore non solo per l’orrore dell’esecuzione. Ma anche per le reazioni politiche. Nei primi giorni dopo il delitto il nostro è stato quasi l’unico giornale a sollevare dubbi sulla versione dei poliziotti. Per il resto il coro era unanime: il “balordo” ha minacciato il poliziotto e il poliziotto ha giustamente reagito abbattendolo. Il termine “balordo” ovviamente non è nostro: è il termine usato in modo solenne dai ministri della Repubblica, dai giornali, dai parlamentari della destra. Quasi subito si è scoperto che la pistola trovata accanto al corpo di Mansouri era una pistola a salve. Non sparava. Ma questo dettaglio non ha insinuato qualche dubbio nella testa dei commentatori. Hanno detto tutti: “Come poteva il poliziotto, a distanza di metri, capire che quella pistola, identica a una pistola vera, fosse solo una pistola a salve?” Osservazione giusta. Poi ci sarebbe stata un’altra osservazione che però è stata omessa: chi è quel “balordo” che trovandosi di fronte ad una pattuglia della polizia armata la minaccia con una pistola finta? Forse solo un suicida. Comunque le indagini sono andate avanti e Salvini, e altri ministri e deputati di destra, si sono indignati. Hanno tuonato contro il Pm che aveva deciso di indagare. Hanno invocato lo scudo penale: se un poliziotto spara non c’è nulla da indagare.
Una deputata della Lega ha proposto di assegnare una medaglia al poliziotto che aveva ucciso “il balordo”, il sindacato di polizia ha aperto una colletta per raccogliere soldi da devolvere allo sparatore. Poi, piano piano, i testimoni hanno iniziato a parlare, soprattutto dopo che i periti hanno stabilito che sulla pistola trovata accanto al corpo di Mansouri non c’erano né le impronte digitali del morto né tracce di Dna che gli apparteneva. Solo impronte e Dna dello sparatore. E così è venuta fuori la verità. Non si era trattato di una sparatoria ma di una esecuzione. Quello che colpisce è non tanto la capriola e la marcia indietro del governo di fronte alla verità. E la contraddizione stridente tra le prime dichiarazioni dei politici e quelle successive. Salvini aveva detto: “Sto col poliziotto, senza sè e senza ma. Non è giusto indagare su di lui”. E aveva attaccato il Pm.
Quello che colpisce sono le idee che sostengono i commenti politici di ieri. Trascrivo qui una parte delle dichiarazione della presidente del Consiglio: “Se le indagini lo confermeranno ci troveremo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine. Rabbia e sgomento all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa “sporcare” il lavoro dei tantissimi uomini e donne che, ogni giorno, ci proteggono e difendono la nostra sicurezza”. Salvini è sulla stessa linea: “Se fosse vero, sarebbe un oltraggio ai colleghi in divisa”.
Cito solo queste due prese di posizione ma ce ne sono tantissime altre, tutte analoghe. E poi c’è anche la dichiarazione del poliziotto che ha sparato. Il quale ha ammesso la colpa e ha chiesto scusa ”a chi indossa la divisa”. Leggetele bene queste frasi sparse. Cercate il nome del ragazzo ucciso. O dei suoi familiari. O se non il nome, almeno un accenno alla persona, un ricordo del fatto che un essere umano è stato ucciso. Non ci sono. Lo schema è semplice: un poliziotto ha ucciso uno straniero, e se c’è un delitto c’è un assassino e una vittima. L’assassino è il poliziotto Centurrino, la vittima è la divisa, o la polizia, o la nazione come dice Giorgia Meloni. Il morto? Il morto è straniero, forse è un pusher, forse è clandestino. Diciamolo bene, trascuranro la noia woke del politically corrrect: è un negro! Come può un negro svolgere una funzione più che gregaria in un affare di Stato come questo? Non scherziamo. Il delitto c’è. Il negro è un dettaglio. Dice Meloni: “Rabbia e sgomento perché sporca il lavoro dei colleghi”. Poi dice: “tradimento della Nazione”. Ed è netta: “è un fatto gravissimo”.
Cosa è gravissimo? Che è stata uccisa una persona? No: è gravissimo il danno alla divisa. Mi ricordo di quando lo stupro non era un delitto contro la persona ma contro il pudore. Siamo sempre lì. E sulla linea del governo ritroviamo anche il poliziotto che ha sparato: “Chiedo scusa ai colleghi”, ha detto, confessando e pentendosi. Sono certo che questa frase e queste scuse sono sentite, vere. Così come è assolutamente autentico e profondo lo sdegno di Meloni e Salvini. È proprio che per il loro modo di pensare, per la loro scala di valori, la vita di un marocchino, o forse addirittura di un pusher, è come se non esistesse. La sua uccisione è un fatto grave perché è avvenuta violando le regole, non è grave perché se n’è andata una vita. Se la vita fosse stata di un bianco, certo, o di un borghese, o addirittura di un professionista o di un ricco, beh, sarebbe stato diverso. Ma quello era un “negro”, diciamolo senza buonismi. Le opposizioni si preparano a combattere. Chiedono, giustamente, che il ministro Piantedosi riferisca in aula, in Parlamento. Chiedono che sia ritirato il decreto che dovrebbe garantire l’immunità alla polizia che spara. Hanno ragione. Non otterranno nulla.
Il razzismo è una bestia velenosa. Potente. Quando è così profondo, quando non è sostenuto solo da odio e rabbia ma proprio da pensieri e sentimenti radicati, che ti spingono con serenità e senza polemica a ignorare l’esistenza di un gruppo etnico, o dei poveri, o degli stranieri, è quasi impossibile da estirpare. È inconsapevole, è emotivo, è una deviazione mentale forse incorreggibile. Però un gesto di riparazione lo Stato potrebbe anche farlo. Mansouri è stato ucciso dallo Stato. Lo Stato è in colpa. Se fosse stato bianco, Mansouri, sarebbe stato dichiarato eroe. Bene, lo si ricordi come eroe. Si facciano, seppure postumi, dei funerali di Stato, a Roma, con tutte le autorità sull’attenti, dal questore, al capo della polizia, al premier, al presidente della Repubblica.