L'inchiesta di Milano

Pusher ucciso a Rogoredo, il giallo dell’arma puntata contro il poliziotto: “Non aveva una pistola, è stata una messinscena”

Cronaca - di Redazione

19 Febbraio 2026 alle 13:16

Condividi l'articolo

Pusher ucciso a Rogoredo, il giallo dell’arma puntata contro il poliziotto: “Non aveva una pistola, è stata una messinscena”

Una vera e propria messinscena ad opera degli agenti di polizia. Sarebbe questa l’ipotesi a cui lavora la procura di Milano in merito alla morte di Abderrahim Mansouri, il presunto pusher ucciso lo scorso 26 gennaio nel “boschetto” di Rogoredo, alla periferia sud-est del capoluogo lombardo.

Per la morte di Mansouri è attualmente indagato per omicidio volontario l’agente Carmelo Cinturrino, assistente capo che quel pomeriggio ha aperto il fuoco contro il presunto pusher uccidendolo con un singolo colpo di pistola alla testa, esploso nel buio da circa 20 metri di distanza. Cinturrino ha sempre riferito di aver sparato per legittima difesa, perché il pusher gli aveva rivolto contro una pistola poi rivelatasi arma giocattolo.

Altri quattro poliziotti sono invece indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso: secondo la procura avrebbero “aiutato” il collega ad “eludere le investigazioni” della Squadra mobile della Questura di Milano”. In particolare avrebbero “omesso” di riferire della presenza “di persone diverse dagli operanti della Polizia di Stato” e avrebbero riferito “in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti nonché i tempi impiegati per allertare i soccorsi”.

Ma il quadro, secondo quanto riferiscono oggi Corriere della Sera e Fatto Quotidiano, sarebbe ancora più grave e inquietante. Mansouri potrebbe esser stato ucciso dal poliziotto anche se disarmato, con la finta pistola trovata accanto al cadavere sulla quale la scientifica non ha repertato le impronte digitali della vittima, messa lì dai colleghi di Cinturrino.

È anche così che si spiegherebbero i tanti minuti di ritardo, circa 23 minuti, trascorsi prima della chiamata dei soccorsi. Un lasso di tempo che, secondo gli inquirenti, potrebbe “nascondere” il tentativo di recuperare l’arma finta e piazzarla sulla scena del crimine. Non a caso nel capo di imputazione che riguarda i quattro colleghi di Cinturrino si legge che “mentre Mansouri era agonizzante”, gli agenti omettevano “di dare immediatamente avviso all’autorità sanitaria con l’aggravante di aver commesso il fatto in violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio”.

Secondo Cinturrino invece, come si legge nel suo verbale compilato la sera del 26 gennaio, “il della persona attinta era faccia in su con la pistola a quindici centimetri dalla mano, probabilmente ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità. […] Ricordo che l’arma aveva la sicura non inserita e l’abbiamo spostata, ma non sono sicuro se sia stata spostata prima dell’arrivo dei sanitari”.

Una versione che per gli inquirenti vacilla a causa di “anomalie e incongruenze”. È l’accusa che arriva anche dai legali dei familiari familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, secondo i quali Mansouri “non aveva una pistola, non solo non l’ha puntata contro, non ce l’aveva”. Una tesi che, secondo i legali, sarebbe confermata da diverse testimonianze raccolte.

di: Redazione - 19 Febbraio 2026

Condividi l'articolo